FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL CHIRURGO

Giampaolo Simi




L'oggetto era più strano di quanto fosse apparso nelle radiografie. Lo sollevò con le pinzette, poi lo deterse con delicatezza del sangue che lo ricopriva, usando un brandello di garza. L'aspetto era quello di un proiettile, ma irto di piccoli ami ritorti. In tutta la sua carriera di chirurgo aveva estratto dai corpi dei pazienti i reperti più impensabili, ma mai qualcosa di simile al frammento di metallo che ora brillava sotto la lampada. Né di così sinistro.

Il rumore dell'oggetto che cadeva nella bacinella lo scosse. Come se le sue dita si fossero mosse da sole, infastidite dal solo contatto con il metallo.
Avrebbe dovuto aspettare tutto un giorno per saperne di più.
Tornò ad esaminare il cadavere. Alzò il labbro superiore, vizzo e scolorito, per scoprire i denti. Un incisivo scheggiato, niente di più. Come aveva subito pensato. Un poveraccio qualunque. Forse uno sbaglio. Era il proiettile a non essere qualunque. Poteva chiedere a qualche suo amico, in altri distretti. Forse erano bande organizzate e già diffuse. Dotate di armi e metodi simili.
Coprì il cadavere e andò a togliersi i guanti. Il freddo della notte ormai al capolinea gli si era accumulato nelle ossa, come al solito. Gli succedeva da tanto tempo. Sapeva che non se ne sarebbe liberato mai.
Mai. Strano rapporto che aveva con questa parola, pensò salendo le scale verso l'uscita. Mai.
Salutò due infermieri, il portinaio, il piantone. Le cinque e quaranta, diceva l'orologio nell'androne. Il chirurgo guardò fuori, oltre le grandi vetrate, e si affrettò per la scalinata.


Argento. Ami ritorti. Un proiettile difficile da estrarre.
Leggendo il rapporto balistico, arrivò troppo agilmente alle conclusioni che si aspettava di trarre. Un colpo sparato da pochi metri, e che si era infilato sotto il cuore. Non letale per l'organo, ma l'emorragia era stata copiosa. Non l'avevano soccorso in tempo. Il chirurgo pensò a tutto quel sangue che scorreva via, impietoso, e rabbirividì.
Roba da principianti. Gente che spara male, non prende il cuore neanche da pochi metri, o che usa armi imprecise. Ma che spara proiettili d'argento, studiati per rimanere aggrappati alle carni.
Questo lo rimandava a una sola parola. Un eufemismo che usavano i vescovi al telegiornale. Insorgenze.
Distrusse il rapporto balistico, che del resto non avrebbe avuto nessun titolo di leggere, si infilò il camice e si preparò ad affrontare una nuova nottata.


Il suo turno di notte stava andando via senza grossi problemi. Un solo caso, in tutta la nottata, un ragazzetto a cui avevano mozzato di netto l'orecchio destro. Classico avvertimento. Non era affatto escluso che di lì a una settimana, se lo ritrovasse sul tavolo operatorio, questa volta in fin di vita. E così, per un eventuale ricongiungimento, aveva pensato di conservare l'orecchio in un barattolo di formaldeide.
Ale tre e un quarto, squillò il telefono.
-Il Principe dice di aver saputo di altri tre casi, nell'ultima settimana. -lo informò una voce distorta, camuffata. -Gruppuscoli sbandati delle Nuove Chiese e gente delle Ronde. Colpiscono a casaccio.
-Pare proprio. Il ragazzo di ieri notte era slavo. E questo gli è costato la pelle.
-Mi dispiace. Ma non mi preoccuperei.
Forse la voce aveva ragione. Ma lui non volle mollare. Argento. Braccine focomeliche come tentacoli maligni.
-Potrebbero anche migliorare. -obiettò.
La voce si spezzò in una risata.
-No, amico mio. Sono solo un branco di poveri idioti superstiziosi. Vagano nella notte perché neanche di giorno sarebbero capaci di vedere e capire qualcosa. Non possono migliorare. La loro mente è rivolta alle superstizioni del passato, ai secoli bui. Ricordatene.
-Secoli bui... superstizioni... -ripeté, prima di congedarsi.


Il chirurgo deglutì.
Era seduto su quella sedia da più di un'ora. Tre le aveva passate in anticamera. Considerando che lo avevano prelevato alle otto di mattina, un minuto prima che si addormentasse, doveva essere quasi mezzogiorno. Il saperlo l'avrebbe rincuorato, ma evitò di controllare l'orologio, perché questo avrebbe regalato al suo avversario un segnale d'ansia.
-Mi diceva, professore, che il ragazzo è giunto in sala operatoria praticamente cadavere...
-Non è esatto E' morto mentre lo stavamo intubando.
-Bene. Il soggetto non presentava segni di mutazioni rilevanti.
-Assolutamente.
-Lo definirebbe un omicidio rituale?
Allargò le braccia.
-Dipende cosa intende per omicidio rituale.
-Bande organizzate, tipo I Fratelli nella Notte. Ne ha sentito parlare, credo.
Lui annuì senza enfasi.
-Guardi qua. -l'ispettore fece un movimento brusco. Lui vide l'oggetto brillare sotto la lampada e ne interruppe la parabola con uno scatto del braccio, mantenendo lo sguardo fisso verso il poliziotto. Percepì che di colpo il sangue dell'uomo aveva accelerato il proprio corso. Paura. Se la potevano scambiare, come un morbo nell'aria viziata del piccolo ufficio, o rimpallare come quel pezzo di metallo.
Rigirò il proiettile incoronato di uncini fra le dita guantate e annuì. Vide per la prima volta che tutto intorno all'anello di percussione erano incise delle parole. Libera nos a malo.
-Che ne pensa, dottore? Argento... un verso del Padre Nostro. Chi... o cosa credevano di uccidere?
Lui posò il proiettile e scrollò le spalle.
-Le nuove Insorgenze si nutrono di superstizioni antichissime. Servono per mascherare paranoie collettive... sa, cose tipo la paura dello straniero. L'omicidio di ieri notte è un esempio più lampante.
-Come fa a esserne così sicuro?
-Ho semplicemente fatto il mio lavoro. Il ragazzo slavo di ieri notte era un esemplare assolutamente normale di essere umano. I suoi denti erano normali, la sua epidermide era normale, il suo apparato circolatorio aveva funzionato normalmente, almeno sino a quando qualcuno gli ha sparato sotto il ventricolo destro questo piccolo ciondolo di metallo. Tutto qua.
L'ispettore si infilò le mani in tasca con uno scatto, facendo divaricare le falde della giacca. Dal colletto della camicia stazzonata, aperto per il caldo, faceva capolino una catenina. Ora era visibile anche il suo pendant, sacro e scintillante.
L'ispettore lo fissò, e il medico gli rispose con un sorriso amabile. Da quando il freddo dei suoi turni di notte gli si era infilato defintivamente sotto la pelle, aveva imparato la più inestimabile delle virtù: l'autocontrollo.


Superstizioni.
Fermo sulla soglia della Questura, il chirurgo guardò in alto, verso la finestra dell'ufficio dell'ispettore. Anche se i riflessi del sole sui vetri glielo nascondevano, sapeva che l'uomo era là dietro, ad aspettare.
Controllò l'orologio, si abbottonò lo spolverino e tirò su il colletto.
L'argento. Le parole del Padre Nostro. E quell'ultima, patetica trovata dell'ispettore. Scosse la testa, e si accorse che mentre lo faceva sorrideva. Neanche di giorno sarebbero capaci di vedere e capire qualcosa... Superstizioni.
Vide in fondo alla strada una tenda, uno schermo dai colori sbiaditi, un paio di tavolini e dei vecchi amplificatori grigi. Intorno, la chiazza verde dei volontari delle Ronde con le loro divise. I fedeli venivano invitati alle Messe notturne. Dai sostegni della tenda pendevano le inconfondibili ghirlande bianche e le filze regolari come collane di un rosario. Ma l'aria ferma, già satura di fumi e sudori, non gli portò nessun odore particolarmente ficcante.
Solo vecchie credenze, prese per buone con molta superficialità. Pettegolezzi isterici presi per verità inconfutabili, cattiva letteratura mal digerita. Glielo stava per dimostrare, ma dubitava che l'ispettore avrebbe capito.
Così il chirurgo si mise gli occhiali scuri e infilò il cappello. Sorrise ancora una volta e, ben protetto sotto il sole senz'ombra di mezzogiorno, si diresse verso il meritato riposo mischiandosi tranquillamente alla folla.



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