FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CORPO DI GLORIA
Dario Fani
L'oggetto era più strano di quanto fosse apparso nelle radiografie. Lo sollevò con le pinzette, poi lo deterse con delicatezza del sangue che lo ricopriva, usando un brandello di garza. L'aspetto era quello di un proiettile, ma irto di piccoli ami ritorti. In tutta la sua carriera di chirurgo aveva estratto dai corpi dei pazienti i reperti più impensabili, ma mai qualcosa di simile al frammento di metallo che ora brillava sotto la lampada. Nè di così sinistro.
Ne studiò con cura il profilo e gettò l'occhio sul lettino. Il paziente ancora dormiva. Guardò l'orologio, erano le dieci di sera. Ciò significava che lui era sveglio da ventiquattrore. Posò l'oggetto sul tavolo, dove erano anche gli strumenti insanguinati e si versò una tazza di caffè; lentamente si mosse verso la finestra in cerca di una distrazione. Voleva scaricare la tensione accumulata. Guardò fuori, ma trovò solo il suo volto riflesso nel vetro. Era una notte senza luna, d'un buio impenetrabile. Sorseggiò il caffe e tolse gli occhiali dal naso. Sciolse le spalle e il collo con movimenti leggeri. Da quando aveva incontrato quell'uomo la strana, inspiegabile sensazione di aver già vissuto quella scena non l'abbandonava. Ma pensò d'essere semplicemente sconvolto dalla rapidità degli eventi. Desiderava riposare. Aveva ancora stampata negli occhi quella serie di ami ritorti incagliati nei tessuti in profondità. Guardò in direzione del paziente e immaginò la sofferenza che doveva aver provato. Si ricordò di come l'uomo fosse apparso d'improvviso fra le acque gelide del fiume. Lui era fuori per annaffiare i gerani. L'uomo barcollava e sembrava ferito; una volta raggiunto l'aveva trascinato a riva, a fatica. L'uomo era rimasto qualche momento immobile, supino sull'erba. Poi si era voltato e lui non aveva potuto trattenere l'orrore. Il volto era sfigurato, martoriato probabilmente da un acido o dal fuoco. L'uomo l'aveva fissato incredulo, con le fessure degli occhi quasi chiuse dalle ustioni della carne. Poi aveva iniziato a scuotere il capo, senza dire nulla e sul volto gli si era dipinto un inspiegabile terrore. L'attimo dopo era svenuto. Lui allora l'aveva trascinato in casa e visitato. C'era uno strano rigonfiamento nella schiena. Aveva fatto una prima radiografia e poi una seconda. Quel rigonfiamento era dovuto a un corpo estraneo che scivolava inesorabile e rapido verso il cuore. Questo l'aveva dedotto dal confronto delle due radiografie. Allora aveva deciso di operare subito, consapevole che se non l'avesse fatto l'uomo sarebbe morto. Poteva apparire una follia: operare senza nessun aiuto, ma il telefono era ancora isolato e il primo centro abitato distava più di quattro ore di macchina, e all'uomo non restava tanto da vivere con quel proiettile nella schiena. In fondo non aveva altra scelta, ma ora, ritrovata un poco di tranquillità, si domandava cosa sarebbe accaduto se l'uomo fosse morto? Come avrebbe giustificato il suo comportamento? E ancora si chiedeva come era finita quella cosa nella schiena dell'uomo? E cos'era? Ma soprattutto: chi era quell'uomo?
Sorseggiò ancora del caffè e lanciò un occhiata all'oggetto posato sul tavolo: lo vide vibrare. Si stropicciò gli occhi certo che la stanchezza cominciava a ingannargli anche i sensi. Ma l'idea che quella cosa si fosse mosso davvero lo riempì di disagio. Si avvicinò con cautela e riprese quella specie di proiettile in mano. Era levigato e perfettamente lucido. Gelido al tatto. Eppure più l'osservava più si convinceva che in verità quella forma non gli era del tutto sconosciuta. Continuò a rigirarlo fra le mani, attento a non ferirsi con uno di quei numerosi ami taglienti. Alla fine pescò tra vecchi ricordì l'immagine. Aveva visto qualcosa di simile nel trattato di Theosophia Practica o forse nel Corpus Hermeticum. Erano testi che non consultava più da almeno quindici anni, da quando il suo interesse per l'alchimia s'era spento. Ma sapeva di conservarli ancora in qualche angolo della sua libreria. Corse a recuperare i due volumi. Li sfogliò contemporaneamente gettando l'occhio nervosamente da una parte all'altra. Finché non trovò quella figura: era nel trattato di Theosophia. Certo non era lo stesso oggetto, ma qualcosa di molto simile. Cominciò a leggere con attenzione l'intero capitolo, era la parte in cui si indicava la creazione del Corpo di Gloria: qualcosa di incorruttibile e perfetto capace di perpetuare in eterno l'esistenza del suo possessore. Uno dei primi rudimentali studi sull'immortalità. Il Corpo di Gloria, pensò tra sé e rise. Forse per questo quell'uomo era salvo? non per la sua abilità di chirurgo, ma perché aveva dentro sé il Corpo di Gloria. Estraendolo dunque lui non aveva strappato una vita alla morte, ma un immortale alla vita. Rise ancora, scaricando molta della tensione accumulata. Ora gli riusciva di trovare diverse risposte. L'uomo doveva essere stato vittima di un esperimento di una delle sette che si radunavano nel bosco che circondava la villa. Gli riusciva bene anche di immaginare la scena, perché da ragazzo aveva partecipato ad alcuni di quei raduni e già durante quei giochi era riuscito a capire quanto un insana esaltazione portasse gli uomini a varcare ogni limite. Così ora non lo stupiva l'idea che qualcuno avesse infilato nel corpo di quell'uomo un pezzo di gelido metallo e la sua vera preoccupazione ora, era che uno di quegli esaltati fosse ancora nei paraggi e venisse a reclamare il suo immortale. Si alzò per andare a recuperare il fucile da caccia in soffitta. Passando guardò verso il tavolo, gli parve che l'oggetto fosse scivolato verso la luce della lampada, ma non volle neppure considerare quell'assurdità. Si convinse che era una sciocca suggestione. Arrivò fino alla soffitta ma trovò la porta chiusa. Non ricordò d'averla chiusa, non l'aveva mai fatto. Tornò comunque giù a recuperare la chiave, mentre uno strano disagio si impadronì di lui.
Quando rientrò nella sala vide chiaramente l'oggetto brillare sotto la lampada. Rifletteva la luce concentrandola verso un unico punto. Stupito con lo sguardo seguì il fascio di luce: terminava sulla pagina aperta del Theosophia e inanellava il disegno del Corpo. Deglutì. Non era più suggestione la sua. Un brivido gli passò la schiena. Eppure con istintivo coraggio diede un colpo alla cosa; quella girò, ma il fascio di luce non mutò direzione. Lui rimase incerto e indietreggio di qualche passo. Cominciò a sudare senza più riuscire a staccare gli occhi dalla cosa. Istintivamente guardò verso il lettino, come per chiedere aiuto. Ma il lettino era deserto. Il paziente era sparito. Tutta la stanza era in perfetto ordine come non ci fosse mai stata nessuna operazione. Un angoscia profonda gli prese l'animo mentre il senso di deja-vù si fece improvvisamente più intenso.
Il proiettile iniziò a vibrare con velocità impressionante e un sibilante ronzio riempi la stanza. Lui guardò in direzione della porta, era aperta. Qualcuno era uscito di lì. L'annaffiatoio davanti all'uscio era sparito. Deglutì e fu allora che udì uno scatto. Gli ami di quell'orrido oggetto si erano aperti tutti assieme, come artigli pronti a colpire. Vinto da un incontrollabile terrore cominciò a tremare. La cosa schizzò via dal tavolo con velocità impressionante. Terminò alle sue spalle. Lui non trovò il coraggio di voltarsi. Restò immobile, pietrificato dalla paura. Avvertiva l'orrida cosa vibrare dietro di lui, ma non gli riusciva di muoversi. L'attimo dopo l'orrido oggetto gli aggredì la schiena. La cosa inarrestabile iniziò a scavargli la carne. Sentì ognuno di quei numerosi ami incidere i tessuti. Un bruciore immenso lo assalì. Il dolore lo fece piegare su stesso e finì col volto nella vasca di sviluppo. L'acido gli bruciò il viso. Corse fuori in preda al panico e si gettò nell'acqua gelida del fiume. L'acqua affievolì il bruciore. Quando si rialzò vide un uomo venirgli incontro. Cercò di gridare qualcosa, ma non un suono gli uscì dalla gola. L'uomo lo trascinò fino alla riva. Lui restò qualche momento supino, immobile incredulo. Poi si voltò e riconobbe il volto di chi aveva di fronte. Allora nei suoi occhi si dipinse un indescrivibile cupo terrore. Aveva compreso ogni cosa. Il Corpo di Gloria, l'incorruttibile, perfetta, perpetua immortalità. L'attimo dopo svenne.
Il chirurgo trascinò il corpo a fatica in casa. La sua casa era a ridosso del fiume. Visitò l'uomo e fece una prima radiografia, poi una seconda: quel gonfiore nella schiena era dovuto ad un corpo estraneo, un corpo che scivolava diritto verso il cuore. Così prese la decisione di operare, certo che se non l'avesse fatto l'uomo sarebbe morto. Riuscì a estrarre il corpo metallico solo dopo diverse estenuanti ore di operazione. Era stanco, ma anche eccitato e incuriosito dal fatto che gli sembrava d'aver già vissuto quella scena. Osservò il corpo metallico depositato nella vaschetta. L'oggetto era più strano di quanto fosse apparso nelle radiografie. Lo sollevò con le pinzette, poi lo deterse con delicatezza del sangue che lo ricopriva, usando un brandello di garza. L'aspetto era quello di un proiettile, ma irto di piccoli ami ritorti...
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