FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CRISALIDE

Daniele Mirolo




SCENA PRIMA
Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono. Apri gli occhi. La stanza è in penombra. Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota. Cerchi con la mano l'interruttore della lampada sul comodino...

... una luce ti colpisce gli occhi. Molte luci rotonde, algide, l'iride stuprata si stringe dolente. Allunghi la mano sotto il cuscino, trovi l'interruttore lo spegni. Il buio. Il buio è consolatore, al buio la mente vede meglio. Sei sicura quando accenderai la luce tutto sarà come ricordavi? Lascia che mi riveli: la tua mente sarà il mio specchio, i tuoi pensieri saranno argilla, e tu crederai di avere il mio sembiante.

SCENA SECONDA
Sei convinta di essere sveglia, è vero, ma è come se non riuscissi a svegliarti. Le ombre cambiano, da sorelle della notte diventano spettrali figlie della luce attraverso un muro di vetro. Non dovrebbe essere così, dovrebbe esserci la camera, il tuo letto con la trapunta e tutto il resto. Senti la tua anima vibrare come un diapason all'arrivo della nota sincrona. Galleggiare e affondare, due verbi omologhi qui non trovi? Dove sei finita? Dalla dissoluzione lentamente senti cristallizzare la tua coscienza. Solamente esisti. Tonfo di qualcosa che cade. Un suono sordo, più un risucchio. Non ti accorgi di sprofondare, il torpore è morte. Lentamente i movimenti stanchi prendono vigore. La vita comanda e la terra ne approfitta per afferrarti meglio nella sua bocca viscida e sdentata. Lotta, lotta mio tesoro, solo chi non lotta affonda, respiri aria nera e fango, i polmoni ti bruciano, boccheggi e allunghi convulsamente le braccia ad afferrare i ricordi che perdi, che escono inesorabilmente dalla tua testa come da una voliera aperta, lasciando solo il sapore dolciastro della mancanza. E E tu sei sola. La melma ha pietà del tuo gioco. Ti aiuta, piccola. Ecco, hai trovato una roccia nel fondo del pantano, punta il piede e spingi, non mollare adesso. Gli occhi ti si coprono di sangue. Emergi dalle morte. Senti qualcosa di nuovo in te, ora la vita ha un altro sapore, migliore, ti ho rigenerata. La pelle nuda prova sollievo sulle sponde del mare di fango, senti che questa è la tua casa, questo ti permette di non porti inani domande. La placida mota inscrutabile è il confine. Esso ti è famigliare. Non immagini nulla oltre, nulla dentro. Che condizione strana la tua mia piccola rosa. Una libellula si ferma in volo e ti guarda in un'aureola di ali frullanti poi si allontana accolta dall'orizzonte, e tu la segui sibilando. Apri gli occhi, le palpebre si scollano a fatica; ti ritrovi seduta, sei sorpresa a trovarti così, e di più nel guardare tra le gambe il fondo scuro e minaccioso della tazza. Una sensazione di sollievo ti fa sorridere. Ti pulisci e sollevi lo sguardo sulla parete di mattonelle dove lunghe braccia maschili trattengono delle ciliegie tra pollice e indice, con femminile delicatezza. Ne raccogli alcune: sono così rosse, sugose, si sciolgono in bocca in puro piacere. Poi acqua scrosciante irrompe nella tazza, le mattonelle di ceramica cominciano a girare, le braccia cominciano a girare: tutto gira, gira. Pensi bene a mutarti in farfalla per uscire, sulle candide ali ti allontani dal mondo che svanisce nel buco, verso la finestra che ho lasciato apposta socchiusa. Piccola farfalla, mi fai tenerezza a vederti così. Vola, vola. Dove sei ora? Avverti la sensazione di non essere sola. Aspetti che gli occhi si abituino all'oscurità che ti circonda; sei rannicchiata nell'angolo della stanza, tieni il mento appoggiato sulle ginocchia. Finalmente riesci a vedere una finestra chiusa da una pesante croce latina. Filtra una luce gialla, flebile, come attraverso una carta oleata, disegna sotto di sé un brulicare di forme sotto la finestra. Sono umane, riesci appena a distinguere il guizzare ritmico della pelle lucida. Qualcuno sussurra il tuo nome della penombra. Chi sei?
Ancora il tuo nome.
Ti porti la mano alla bocca, la cosa ti spaventa perché non è un gesto della tua volontà. Ti chiedi come possa quell'agitarsi di membra esserti sembrato umano. L'oscurità è menzogna, quello che vedi è ciò che credi, e ciò che temi. Meno riesci a distinguere ciò che vedi e più la voce ti è vicina. Non hai voce ma la tua mano ribelle ha forza. Devi fuggire, e per questo ti fai piccola formichina. Nessuno ti vede e la voce no sa più chi rivolgersi. Allora prendi la strada del muro e ti rifugi negli umidi e sicuri anfratti. Il tuo nome viene sussurrato all'antenna da una voce calda e viscida. La voce ti ha trovata a quanto pare. Ti proteggi gli occhi. E sia. Sei solo occhi che vedono: vedono te stessa bambina. Dove vai sola? La bambina va nel negozio del macellaio. Un uomo baffuto con il pancione. Te lo ricordi bene ma non capisci il senso di essere spettatrice di questo spettacolo, hai una coscienza chiara e definita del tuo essere, non la vaghezza indefinita dei sogni dove l'essere è confuso, disperso come nebbia dalla forza della irrealtà. Non puoi svegliarti. Il macellaio accoglie con un sorriso la bimba nel negozio. Non c'è alcuno. Si sporge avanti amichevole come gli adulti usano con i bambini. Non riesci a sentire cosa si dicono. Il macellaio si passa le mani irsute sul grembiule comprendolo di nuovi geroglifici rossi, poi indica alcuni pezzi sul banco coperto dal vetro. La bimba indica a sua volta qualcosa col minuscolo ditino: deve aver detto anche qualcosa di spiritoso perché il macellaio ride. Ride e afferra un pezzo di carne con entrambe le mani: è un braccio attaccato alla spalla attaccata al testa. Avvolge il tutto nella carta, ripiegando con cura il braccio sotto la testa: la bambina paga e ripone il pacco nella sua borsa azzurra. Lei è piccina e la borsa arriva fin quasi a terra. E' pesante. Uscendo urta lo stipite della porta, si volta e saluta l'omaccione rubicondo. Con la forza del rigor mortis il braccio se n'esce dall'involucro di carta sventolando dal sacco. Dondola ad ogni passo; sembra salutare il mondo intorno. Ora ricordi di aver vissuto quel momento e ne provi sgomento. Strisci lontano. Striscia ora che puoi. Proteggi da questa oscenità. Te lo permetto. Fatti grande, così grande che tutto questo sarà solo un brutto ricordo da schiacciare. Facile

SCENA TERZA
Sei grande ora? Si lo sei, ti sento. Le tue cellule sono come lune. No... ti prego non nasconderti. Vedi: non voglio farti del male. Solo questi fili. Innocenti file che lego alle tue braccia, alla tue gambe. Ecco, ti tendo, ti sollevo. Segui il mio moto: assecondami e vivrai. Come è divertente questa parte. Salta ora! Muoviti, così ecco. Sei buffa. Balla tra la terra e la luna, volteggia intorno al sole, purificati, vola tra i pianeti, soffia via gli asteroidi, spargili nel vacuo. Danza con me! Danza fino a che le membra cadono sotto una pesantezza che non avevi mai conosciuto, staccandosi le une dalle altre in reciproca ostilità. Sei stata brava. Ora dimentica e dimenticati, è giunto il tempo di plasmarti in nuove forme. Mia delicata allegoria del nulla, tempio del diletto.

Ti trovi circondata da tende di venditori ambulanti, da furgoni dai fianchi squarciati, tende che coprono improvvisati castelli di legno, e dentro ognuno teatri di burattini, mossi da mani invisibili che reggono fili invisibili. Le scene che hai visto che hai vissuto: mentre cerchi di uscire dalla latrina, mentre sei goduta da un groviglio di uomini, mentre vieni squartata dal macellaio, mentre raccogli ciliegie da una foresta di braccia, mentre apri la porta di casa ad un ridicolo demone cornuto, mentre bambina vai a scuola, mentre stai rigida su un tavolo operatorio giocando a scopa con la solita logora immagine della morte che ti è tanto cara, mentre ti dissolvi nella vastità della folla, e ti componi all'ingresso di castelli di luna posando il piede sulla delicata pietra cinetica, sotto volte brillanti dove in paioli incrostati fermenta ciò che resta dell'umana innocenza; mentre non sai più chi sei e senti i legacci stringere forte i polsi, le caviglie, il collo, e il sangue bloccato gonfia la testa come un pallone. I burattinai si mostrano ed hanno uno sguardo malvagio negli occhi. Fachiri soffiano nell'aria parole di fuoco che racconta la tua storia, artisti disegnano ostinati il tuo volto sotto la pioggia. Non sai più dove guardare. I teatri ambulanti sono ovunque, si inseguono, non ne vedi la fine, talvolta in qualcuno non compari neppure ma vedi altre storie, vite intere rappresentate in una frazione del tuo tempo; corri incontro alla sfilata a piedi nudi. Tutto gira. Il vortice ti possiede: sei tu nei teatrini che si scavalcano l'un l'altro in oscena follia, sfasciandosi come montagne di cadaveri che franano l'uno sull'altro travolgendoti. E ancora sei convinta di essere tu a compiere ciò che vedi, a vedere ciò che credi essere. Ci sono momenti in cui sei deliziosa...

SCENA QUARTA
Un suono ti s'infila nel profondo. Apri a fatica gli occhi. Hai la bocca in impastata, mugoli qualcosa. -Svegliati! SVEGLIATI!
-Forza svegliati, cos'hai?
-Mmmm, un incubo, credo.
Un uomo sta seduto accanto a te, ha una voce scura, gracchiante, ti rasserena. Porti la mano alla fronte, l'altra la tiene dolcemente l'uomo con una maniera che ti è famigliare. -E' tutto finito adesso, non ci pensare. Fai un debole sorriso. L'uomo va alla finestra per aprire la persiana. Ti giri nel tepore delle tue coperte, ancora persa nei sogni, sulla sponda della mare del sonno, mentre la tua pelle aspetta di asciugare al sole l'umore della notte. E' dolce pensare alla luce che entrerà a scaldarti. Senti di appartenere a qualcuno e questo ti dona la serenità. La persiana scorre nelle guide mentre i contorni dell'uomo uccello si definiscono: ha la testa coperte di penne di metallo nero come il ferro, dai riflessi cangianti, un becco lucente e affilato come schegge di ossidiana e mani forti e calde. Porta una maglietta verde con scritto in un arco di caratteri gialli sul petto: baciami. Un risolino soffocato ti sale alla bocca. L'uomo uccello ti ha afferrato anche l'altra mano, esegue bene il suo compito, piantando il suo becco come una scure nel tuo cuore. Respiri ancora e ancora mentre beve il tuo sangue direttamente alla fonte. Non capisci...?

SCENA QUINTA
Un medico cammina lungo il corridoio dell'ospedale, una donna lo accompagna, si tengono per mano. Non vestono camici; il fondo del corridoio è chiuso da porte a vetri da cui si vede un prato ben curato ed alcune auto parcheggiate lontane. -Non so dirti se è stato edema o trombosi, dobbiamo aspettare il risultato dell'autopsia: la morte celebrale è stata immediata; io non so cosa pensare. -La donna tiene lo sguardo sui propri passi, stringe le labbra mentre ascolta. L'uomo si ferma, la stringe a sé baciandola, lei si stacca sospirando dalla sua bocca, poi appoggia la testa sul petto accarezzandogli le spalle. Riprendono a camminare. -Dio mio! ci mancava anche questa. Un'altra causa in arrivo... -lancia un'occhiata complice alla sua donna -Sono fianco a fianco e si tengono abbracciati. -Passami una ciliegia. Per favore. -dice lui con una nota capricciosa nella voce. La donna si ferma un istante a raccogliere delle ciliegie dalla foresta braccia che spunta dalla parete destra del corridoio.

COMPIMENTO
Non temere figlia mia, non ti ho dimenticata. Posso fare di più per te, la morte non devi temere. Voglio che tu abbia la possibilità di redimerti: con le forme che sono proprie del divenire ti dono l'anima, mio amore, un'anima eterna. Ogni mondo è il tuo. Deliziami ora.



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