FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MAI DELUDERE LA GENTE
Filippo Turrin
Paolo! Rientra per favore, urlava nonna Carmela. Lui sarebbe pure rientrato. Stare su un cornicione al settimo piano e soffrire di vertigini non è il massimo della vita. Solo che c'era un problema. Nonna Carmela era morta da un mese d'infarto e l'aveva vista coi suoi occhi quando l'avevano chiusa nella bara.
Ripensandoci, non ricordava neppure il perché si trovasse lì, ma era bello sentire l'aria fredda sul viso e quella voce che lo chiamava, proprio come se il tempo si fosse fermato. Tante volte, da quando era morta, avrebbe voluto avere la possibilità di parlarle, almeno una volta, esprimere quello che in diciassett'anni non le aveva mai manifestato ed ora che lei era di nuovo lì...
Paolo insomma, vuoi che mi arrabbi... Rientra subito!
Sì, non c'era dubbio, quella era la voce della nonna.
Sei tu nonna? disse Paolo e senza attendere risposta continuò -mi manchi tanto, veramente tanto.
Ma mentre diceva così, l'immagine della donna come gli era apparsa l'ultima volta che l'aveva vista lo riportò prepotentemente alla realtà. Era la visione di quell'esile corpo adagiato nella bara tra quegli orribili fiori che, dal giorno del funerale, non gli dava pace.
Cazzo, sto impazzendo, pensò.
Cercando di non perdere l'equilibrio aprì a fatica la bottiglia di vodka che si era portato dietro, ne bevve una buona metà e, lasciando le gambe a penzolare nel vuoto, si sedette. Fissava la gente e le macchine che passavano di sotto ma il pensiero andava a lei. L'aveva sempre saputo che prima o poi avrebbe dovuto fare i conti con la sua coscienza, ma mai aveva immaginato che ciò sarebbe avvenuto su un cornicione a più di venti metri d'altezza e da sbronzo per giunta.
La nonna, ripetè a voce alta, quasi inconsciamente.
In fondo era la sola persona che lo avesse amato. L'aveva preso con sé quando lui aveva solo due anni. I suoi genitori si erano appena separati ed erano già troppo occupati a ricostruirsi una vita per poter anche badare ad un bambino piccolo.
Sai, Paolo, ero così giovane, così confusa.... Queste le parole che la madre aveva saputo trovare l'unica volta che aveva chiesto delle spiegazioni.
Non l'aveva più fatto.
La nonna viveva sola. Il nonno era morto prima che lui nascesse. Gli raccontava sempre di lui. Doveva essere stato un grand'uomo. In fondo era l'unica figura maschile della famiglia cui potesse guardare con ammirazione...
Ripensò al giorno in cui era morta. Lui non c'era.
Prima non ci aveva mai pensato. L'aveva sempre considerata come un suo diritto. Non si era mai posto il problema che quella vecchia signora si fosse assunta compiti di altri.
Gli vennero in mente alcuni episodi in cui l'aveva fatta soffrire. Non si può dire che fosse stato un nipote modello, specialmente durante l'infanzia. Si comportava come fosse in credito con tutti. Non risparmiava nemmeno gli amici. Quelle loro famiglie normali, dove i padri facevano i padri, le madri erano madri e i fratelli figli degli stessi genitori erano la prova evidente dell'ingiustizia che subiva. Era veramente incazzato con il mondo intero e non si sentiva perciò in dovere di render conto ad alcuno del suo modo d'agire.
Ed era la nonna a subirne le conseguenze...
Saresti dovuta essere cattiva con me, anche tu come tutti gli altri, gridò alzando lo sguardo verso il cielo e, dopo aver bevuto un altro sorso di vodka, proseguì ìadesso almeno non avrei questi sensi di colpa che mi stanno spaccando il cervelloî.
Non si era accorto che era più stanca e sofferente del solito. La nonna invecchiava, aveva oramai quasi ottant'anni e non ci si sarebbe dovuti comportare con lei come i suoi amici facevano con le loro madri.
Questo non poteva perdonarselo.
Mai gli era passato per la testa che potesse essere lei ad aver bisogno di lui.
Ripensò a quel sabato. Le parole che gli aveva detto quella sera non le avrebbe mai più dimenticate. Paolo, per piacere, rimani a casa che mi sento un po' male...
Non doveva fargli quello. Non la nonna.
Lui era quello che doveva morire. Tutti dovevano pagare per quello che gli avevano fatto. Tante volte aveva immaginato il suo funerale, la madre distrutta che stringeva il suo corpo esanime e piangeva...
E guarda invece che ti combina questo fottuto destino, pensò, sono io adesso quello che si sente in colpa.
No, quella sera non era restato a casa. Non aveva nemmeno ascoltato ciò che la nonna diceva. Non tornare tardi, Paolo, mi raccomando. Erano le ultime parole che aveva sentito uscire dalla sua bocca.
Della grida lo distolsero da questi pensieri. Guardò giù, in strada.
Gli sarebbe piaciuto pisciare in testa a tutti quegli stronzi che si erano radunati là sotto e lo guardavano come fosse un fenomeno da circo ma per centrarli doveva alzarsi in piedi e non si sentiva così sicuro del suo equilibrio. Non c'erano appigli cui aggrapparsi e la testa gli girava. Riprese in mano la bottiglia e con un paio di sorsi la finì.
La cosa stava facendosi interessante. Oramai c'era una piccola folla che osservava con trepidazione ogni suo movimento e sentiva pure delle sirene avvicinarsi.
La prima ad arrivare fu la macchina della polizia. Poi fu la volta dei pompieri. Dopo poco sopraggiunse anche un'autoambulanza.
Quest'ultima gli rammentò il medico dell'ospedale. Se lo vedeva davanti con quel camice bianco e i modi garbati spiegare molto professionalmente che se la nonna fosse stata soccorsa in tempo probabilmente avrebbe avuto delle buone possibilità di salvarsi.
Affanculo, disse sputando nel vuoto. Non poteva starsene zitto e lasciarlo convivere con un dubbio a cui probabilmente non avrebbe mai cercato di dare una risposta, visto che a quel punto tornare indietro era impensabile?
Quella mattina vedendola lì per terra che non si muoveva non aveva fatto niente. Sbronzo com'era gli sembrava tutto così inverosimile che, credendo di essere in preda a un'allucinazione, se n'era andato a dormire. L'avevano svegliato le grida della cameriera. Ricordava che era in piedi vicino alla nonna che gridava e non faceva un cazzo di niente. Aveva dovuto darle uno schiaffo per farla star zitta. L'ambulanza era arrivata dopo dieci minuti. Non sapeva neppure se l'aveva chiamata lui o qualcun'altro. Ricordava invece nei minimi dettagli quando aveva appoggiato le labbra sulle sue. Era già morta. Aveva provato in tutti i modi a soffiarle dentro la vita ma non c'era stato verso.
Nonna, ti giuro che ho fatto tutto quello che potevo fare per salvarti, disse come se lei fosse lì.
L'avrà sentito quando le gridava di restare con lui e di non lasciarlo?
L'avrà sentito quando le chiedeva perdono per non essere restato a casa quella sera?
Di sotto, intanto, i due poliziotti avevano preso in mano la situazione. Facevano spostare la gente in modo che i pompieri avessero spazio sufficiente per sistemare i loro attrezzi.
Si concentrò sul perché si trovasse lì fuori. Non ricordava assolutamente niente di quello che aveva fatto o pensato prima. Osservò con attenzione i preparativi in corso. C'era senza dubbio un tentativo di suicidio in corso. Guardò intorno per vedere se qualcuno stesse tentando il suicidio.
No, non c'era nessuno.
Improvvisamente capì. Ecco perché sono qui fuori, pensò trionfalmente, sto tentando il suicidio. Erano tutti lì per lui.
Il problema era che a parte i sensi di colpa nei confronti della nonna, non ricordava altri pretesti per attuare quell'idea così bizzarra.
Il suicidio era una cosa seria e non andava preso tanto alla leggera. Non che fosse contrario a questa forma di morte ma almeno ci dovevano essere delle motivazioni valide che lo giustificassero.
Pensò e ripensò ma purtroppo non gli venne in mente niente.
D'altra parte non poteva certo deludere la gente che stava lì sotto da più di un'ora. Con che coraggio li avrebbe guardati in faccia una volta rientrato in casa dopo tutto il casino che aveva messo in moto?
No, non poteva deluderli. Alla motivazione ci avrebbe pensato un'altra volta...
Sì udì un gran botto quando la bottiglia toccò terra e si ruppe in mille pezzi.
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