FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'ERNESTO

Max Kuschnig




Paolo! Rientra, per favore, urlava nonna Carmela. Lui sarebbe pure rientrato. Stare su un cornicione al settimo piano e soffrire di vertigini non è il massimo della vita. Solo che c'era un problema. Nonna Carmela era morta da un mese d'infarto e l'aveva vista coi suoi occhi quando l'avevano chiusa nella bara.

Eppure era lì che si sporgeva dalla finestra a un due metri da lui con i suoi capelli bianchi ben pettinati, ci aveva sempre tenuto a presentarsi bene, la mano posata sul davanzale con la fede all'anulare che sprigionava barbagli d'oro nel sole del pomeriggio. Si sentiva confuso e non gli venne altro da dire se non: Che ci fai lì?
E tu che ci fai quassù? replicò lei con un certo piglio che, gli sembrò, aveva un che di minaccioso, una sfumatura d'impazienza. Poiché era confuso e per le cose sue e per quel senso d'irrealtà che la comparsa imprvvisa gli procurava, rispose: Vorrei buttarmi.
Giù?
Giù.
Ma ti ammazzi!
Lo so.
Vuoi ammazzarti?
Già.
Che cosa vuol dire già ? Sei diventato matto? Può anche darsi. Però adesso mi butto. E dai, non scherzare, lo sai che soffro di cuore e gli spaventi mi fanno male.
Mi dispiace.
Cerca di dispiacerti di meno e raccontami un po' che cosa ti è capitato. Non serve e poi...
E poi cosa?
Tu sei morta!
Io? Morta? Quando? Come? Ma dico, ti sembro morta? A dir la verità gli sembrava più viva che mai e vispa e piena di forza negli occhi scuri, nel viso scavato da rughe profonde. Ma SEI morta. insistette
Povero figlio! Che hai? Stai male. Dai, vieni dentro e parliamo un po', andiamo a casa insieme e ti riposi e... No.
A tua nonna dici di no? E con quel tono? Vergognati! Bene, se ti va di startene appollaiato lì come un piccione a dar spettacolo a quelli che dalla strada ti guardano, naso all'insù e scomettono -si butta, non si butta-, se ti va di far così, bene ma però me lo devi dire come ci sei finito a far il piccione. Tu che a salir su una sedia ti gira la testa E' una storia lunga.
Ma io ho tempo.
E poi non capiresti.
Sicuro? Proprio sicuro?
E poi non mi va.
Ah, beh, questo è un altro discorso. Se non ti va, non ti va. Te l'ho mai raccontato dell'Ernesto?
E chi era adesso Ernesto? E chi se ne importava di un Ernesto? Scosse il capo. Ah, bene, perché l'Ernesto, vedi era un bel giovane, più o meno della tua età quando l'ho incontrato per la prima volta e anch' io ero giovane e anche bellina, dicevano. L'Ernesto aiutava in bottega mio padre e lavorava sodo dalla mattina alla sera e poiché la bottega era proprio sotto casa, io lo potevo vedere spesso tutte le volte che scendevo, tutte le volte che mi affacciavo dalla finestra che dava sulla strada e lui era lì che caricava e scaricava i sacchi di farina e le ceste di verdura e faceva una gran bella figura col suo grembiulone bianco e le spalle forti e i muscoli giovani sotto la camiciola e così lo guardavo caricare e scaricare, spazzare e lavare e quando la sera la bottega chiudeva mi si stringeva il cuore perché fino al giorno dopo non avrei potuto rivederlo. Mi segui? Certo che la seguiva, ma che accidenti stava raccontando? Comunque annuì. Bene. Dunque m'innamorai dell'Ernesto e l'Ernesto s'innamorò di me e nessuno lo sapeva, perché mio padre non avrebbe approvato, avrebbe pensato che c'era interesse sotto, non amore. Invece era amore, davvero. Ci amavamo tanto e passammo l'estate, s'era d'estate, a sgattaiolare negli angoli per strofinarci un po'. Eravamo giovani. Che bella cosa la giovinezza! Sembra che debba durare per sempre. L'autunno venne e l'Ernesto dovette partire per l'Africa a combattere una guerra per un Impero o un posto al sole, non so, comunque partì e io mi sentì come spaccata in due. Ci scrivevamo e mio padre ormai aveva capito qualcosa della faccenda, ma neppure lui aveva il coraggio di chiedermi spiegazioni o di tirar fuori una delle sue, vedendomi tanto sottosopra. Venne l'inverno, ma dove stava l'Ernesto il sole continuava a battere a picco. E poi in paese si seppe che l'Ernesto era morto, di dissenteria, credo.
Laggiù. Da solo. Giovane. Con me che l'amavo e l'aspettavo. Rimasi come rincretinita e mio padre non sapeva che cosa fare per me che mi rifiutavo di uscire, che non volevo vedere la luce del giorno. Poi, dopo molto tempo, quando gli occhi non poterono più dar lacrime, una mattina piena di sole, mi vestii con cura ed uscii. Da sola. Andai sul greto del fiume dove L'Ernesto amava sdraiarsi ed io con lui, di sera a guardare il cielo in alto e contare le stelle e additare l'Orsa mentre mi stringeva vicino, sempre più vicino. Lì, con i piedi a toccar l'acqua, pensai a come sarebbe stato bello andare a fondo con lui. Invece lo salutai, gli dissi addio, gli consegnai il mio cuore che non sarebbe stato più di nessun altro e tornai a casa.
Mi ero resa conto che finché fossi vissuta, lui sarebbe vissuto in me, ci avrei pensato io a farlo vivere.
Un mese dopo sposai tuo nonno che era un buon uomo e nove mesi dopo nacque tuo padre, un altro buon uomo.
Non ho mai dimenticato l'Ernesto. L'ho sempre tenuto al caldo dentro le vene. Sempre lo farò. Hai capito?
Che diavolo c'era da capire? Perché gli veniva a raccontare d'un suo amorazzo, mentre ostinatamente teneva gli occhi fissi in alto, per mantenersi in equilibrio, anche se si sentiva più instabile, di momento in momento, sul maledetto cornicione? Guai se avesse guardato in giù, sarebbe caduto come un ciocco, una vertigine e via. Sì sì. le rispose, per farla contenta e che la smettesse una buona volta, lui si voleva buttare.
No che non hai capito. Niente, asino che sei. Gli passò per la testa che quello non era il modo di parlare a uno sul punto di fare il gran salto. Ma pazienza. E poi, per la miseria, era, dico, era morta. Ne era sicuro.
Và via! Non ti ascolto. Anzi, no fa' quel che ti pare, tanto non ci sei, sei morta, ho aiutato a seppellirti: c'ero anch' io al cimitero, che ti credi! E poi che cosa vuoi sapere di me! Dei miei problemi,... Ti è morto qualcuno, tua moglie, tuo figlio, il gatto? No. E allora? Problemi? Li risolvi così i problemi? No, caro, li lasci solo agli altri, te ne liberi scaricandoli sulle spalle degli altri... Ma tu non sai niente! Ho fatto una sciocchezza e quelli rivogliono il loro, ma io i soldi li ho spesi e... Meglio la morte, allora! Bravo. Buttati e fa' un bel volo. Cerca almeno di cader bene, composto. Senza gridare mentre precipiti. Mi rendo conto che per te vivere o non vivere è uguale, per te la vita ha senso solo quando tutto fila liscio. Ma sai, ci sono sassi e macigni che interrompono il corso del fiume e cascate e secche. E allora buttati. Tu non hai nessuno da custodire e tenere in vita nel cuore. Bisogna avere una ragione per vivere e tu non ne hai nessuna. Capisco. Buttati. Addio.
Era sparita. Chiamò: Nonna! forte, ma lei, che sapeva era morta non gli riapparve. Lo lasciò con quel suo racconto antico e quel Buttati! Che diavolo lui non aver una schifa ragione per vivere? A dozzine ne aveva, oddio magari solo due o tre, magari quella povera donna che divideva il suo letto e quei tre anni di bambino che spaccava l'animo di continuo... ma era suo figlio, era stupendo. L'aria rinfrescava. Qualche nuvola all'orizzonte, un leggero vento. L'Ernesto che non era più tornato in patria, la giovinezza, la vita, questa vita dove niente è perfetto, ma tanto è ingiusto, marcio, inquietante eppure è come un miraggio da contemplare anche se quando lo raggiungi ti si sfalda fra le dita aperte. Eppure qualcosa rimane sempre, un ricordo, magari, di un sorriso.
Ma la vita è, è,... Ma che vadano tutti a farsi fottere! esclamò. Poi gridò:
Ehi, tu, se guardo dabbasso, casco, mi aiuti a rientrare? E il vigile del fuoco che da tre o quattro ore gli stava parlando di non sapeva bene che cosa, si diede una mossa.



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