FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'ERRORE
Carlo Ruggeri
Paolo! Rientra, per favore, urlava nonna Carmela. Lui sarebbe pure rientrato.
Stare su un cornicione al settimo piano e soffrire di vertigini non è il massimo della vita. Solo che c'era un problema. Nonna Carmela era morta da un mese d'infarto e l'aveva vista coi suoi occhi quando l'avevano chiusa nella bara.
Paolo, non amava particolarmente la madre di suo padre. Nonna Carmela era una donna dura, ispessita da una vita di sacrifici e da un uomo, suo marito, che non c'era mai. Nonno Paolo, l'aveva amata una sola volta, di notte, sulla paglia, nella rimessa dietro alla balera del paese, troppo ebbro di mosto e di schiamazzi per assumersi responsabilità. Troppo innamorato della vita per fermarsi a giocare, con una pagliuzza di fieno nella bocca. Troppo innamorato di sé per fermarsi ad aspettare l'alba, intrecciando uno dei suoi gemelli d'oro nei capelli di lei. La mattina dopo non c'era già più.
L'aveva presa con l'ardore di un condannato a morte, ansimando nella calura del vino e della notte. Carmela non capì nemmeno quello che stava facendo, quel bel viso sopra il suo. Tornò dopo qualche mese, per suggellare, con il dovuto onore, la gravidanza di Carmela. E non smise di non esserci fino alla sua morte. Così era vissuta Carmela.
Una vita di cartoline, vaglia, aragoste regalate ai vicini, lingue straniere, invidia per nulla, rabbia e fotografie di paesi lontani. A volte nemmeno lontani o esotici.
Carmela giurò sul suo dolore che non avrebbe mai viaggiato, né lei, né suo figlio Luigi. Crebbero entrambi nell'assenza, con i vaglia che aumentavano d'importo ad ogni viaggio. Una ricchezza non compresa, non guadagnata, dovuta, sperperata in silenzio, senza costruire nulla, a santificarne il rancore. Così visse Carmela, con suo figlio Luigi, delicato e insicuro come un pomeriggio di marzo. Luigi, con la pelle chiara e la giovinezza soffocata nelle sue pantofole. Poi un giorno cambiò il vento.
Luigi incontrò la sua occasione, viaggiando su di un treno. Aveva le forme di una collina d'estate.
Semplice e calda.
Lei amò subito quel bambino divertente e fragile, lo strinse tra i suoi seni prosperosi e pieni di promesse fertili. E così arrivò Paolo.
Nacque pochi anni dopo la morte del marito di Carmela, che viaggiando viaggiando, aveva solo allontanato, con quella notte nel pagliaio, l'esecuzione della sentenza. Paolo, la nuova stazione. La vecchia ruota da sostituire. Per un po' funzionò tutto per il meglio. Paolo cresceva, vestito a festa, ascoltando le opere preferite da Nonno. Si poteva dire, guardandoli, che fossero felici e sereni. A Giuseppa non dava fastidio lo strascicare delle scarpe da casa. Ancora non poteva sapere che i suoi baci di carta, sarebbero finiti in soffitta insieme ai suoi ardori, alle promesse e al jazz di Luigi. Non voleva sapere.
Poi Carmela decise che era tempo di istruire il nuovo venuto e contemporaneamente ripiegare, come la carta scura e sottile del pane, la vita di Giuseppa in piccoli fazzoletti di poco ingombro, ordinati, dentro al cassetto. La sua vita, il sarcofago di famiglia.
Paolo sentì un brivido salire lungo la sua spina dorsale. Cominciò ad osservare.
A capire che il tempo della purezza era finito. Finito insieme a quel brivido freddo.
Volato via come il batuffolo bianco di un pioppo. Osservare, poteva solo quello.
Troppa vita in quella donna.
Troppo futuro in quei fianchi di contadina, in quelle labbra calde di sole. Dolore, remissione, silenzio, umiliazione. Un piccolo ruscello di acqua e foglie marce, incessante e putrido. Consumato come il fruscio della suola di pantofole usate troppo a lungo. Maleodorante.
La stantia lezione.
E allora, vide sua madre impazzire di rabbia. Sua nonna, una montagna senza ghiacciaio. A Paolo, non piaceva quando sua madre lo rinchiudeva al buio. Come non sopportava di essere messo alla porta, sul pianerottolo, vestito da casa. Paolo sapeva, con precisione matematica, che ad ogni limite varcato, sarebbe corrisposto un tentativo di recupero. Picnic, regali, piccoli viaggi, quando Carmela non si accorgeva. Libri, troppo presto la loro amicizia.
Nessun cucciolo da torturare. Né d'animale o di uomo. Poi ancora rabbia, come il motivetto della romanza, ricorrente, popolare, noto. Il life motive era imbarazzante.
A volte Carmela metteva il vestito buono, insieme alla sua calligrafia, tanto precisa che si poteva misurarne l'angolo d'inclinazione dalle lettere, sempre uguali, dall'inizio alla fine. Allora parlava del piccolo Paolo, ai parenti, come di un prodigio, del talento infusogli dal Povero Marito. Era abile Nonna Carmela.
Aveva un modo adorabile di odiare.
L'aria non durò a lungo.
Paolo un bel giorno, spiaccicò un piatto di pasta e fagioli sul muro, mise le sue cose in ordine, inventò una scusa credibile per rendere meno drammatico il momento, e se ne andò. Ma oramai il veleno era nel suo sangue.
Non ci volle molto alla sua spina dorsale, per capire. Paolo aveva negli occhi la morte del suo omonimo Nonno, e nella mente le sue parole, le ultime. Dammi il bastone, aprite la finestra, non respiro. Un rantolo di morte.
All'inizio giustificò l'assurdità del ricordo, con racconti ascoltati da piccolo. Poi si mise ad usare la vita come fosse cera per le orecchie. Ma le sirene erano sempre lì. Ad ogni silenzio, sempre lì, bellissime e malinconiche. L'unico senso.
Cazzo.
I libri si moltiplicarono, e con loro anche le spiegazioni. Oramai era certo.
Segnato.
Era fottuto, fottuto in partenza.
Tutto per colpa di un po' di vino e di primavera, in quella maledetta notte, nella rimessa dietro alla balera del paese. Fotografato in quella mezza capriola che era la sua vita, congelato in quell'evoluzione. I suoi ricordi, la sua vita, i suoi errori, non gli appartenevano. Nemmeno le sue donne, prese su quel letto a balcone sul salotto, in quella mansarda al settimo piano, erano mai state sue. Le voci dell'errore.
Così cominciò a chiamarle.
Poco a poco, ogni gesto, ogni fatto, perse di significato, ogni delitto, amante, rissa, sbronza, piatto di cucina, non gli apparteneva. Non ne godeva, né se ne disperava.
E non ne era responsabile.
Si arrivò ad un limite in cui non era nemmeno sicuro di viverle sul serio, quelle storie mescolate a ricordi. E così una bella mattina d'inverno, una di quelle in cui la tramontana, mentre ti taglia il volto, ti fa sentire vivo, aprì una delle finestre del suo salotto, si girò dandole la schiena, e salutò il suo letto guardandolo dalla ringhiera. E salì sul cornicione.
Rajà, il gatto di Bombay, annusò l'aria con la sua mezza narice, scampata alla furia di un novello inquisitore. Lo guardò, con gli occhi gialli, immobile, mentre attraversava la luce della finestra. Non c'era disperazione, come molti dissero, dopo. Né dolore, o rabbia.
Non faceva nemmeno freddo la tramontana, quella mattina. Non era sereno o agitato, né aveva bevuto troppo vino durante la notte, come qualcuno disse, dopo. Era solo una mattina d'inverno, come tutte le altre. Una di quelle in cui la tramontana ti fa sentire vivo. Ma lui non si sentiva vivo.
Non si sentiva proprio.
Le voci dell'errore.
Solo quelle era.
Non aveva paura, in fondo era solo come essere messo alla porta, vestito da casa, pensò.
Paolo! Rientra, per favore
Ciao nonna, non preoccuparti, l'unico problema è se ne ha generati altri. Ma magari, senza di te...
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