FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







LA FINESTRA

Dario Fani




Paolo! Rientra, per favore, urlava nonna Carmela. Lui sarebbe pure rientrato. Stare sul cornicione al settimo piano e soffrire di vertigini non è il massimo della vita. Solo c'era un problema. Nonna Carmela era morta da un mese d'infarto e l'aveva vista coi suoi occhi quando l'avevano chiusa nella bara.

A farlo erano stati due tizi alti e impeccabilmente vestiti di nero. Il coperchio era scivolato di mano a quegli uomini e s'era abbattuto pesantemente sul legno. Di tutta la scena Paolo ricordava solo quel rumore sordo che era rimbalzato a lungo nel silenzio della stanza. Diede un'occhiata in basso e ebbe un tentennamento che gli fece subito riattaccare la schiena al muro e serrare le mani sul gancio delle persiane. Ritrovato l'equilibrio girò l'occhio verso la finestra, là da dove era giunta la voce e da dove probabilmente era uscito lui. Anche se non era certo che fosse la finestra di casa sua.
Paolo ora basta giocare, vieni dentro che devi rassettare la camera. gli urlò di nuovo nonna Carmela. Giocare? La nonna lo considerava uno scherzo starsene su un cornicione, largo meno di venti centimetri, sospesi a più di trenta metri dalla strada?
In un primo momento Paolo pensò fra sé che era meglio non rispondere nulla e valutare la situazione. Nonna Carmela è morta. si ripeteva a mezza bocca per trovare tranquillità, ma rassettare cominciò a mulinargli nella testa riportando alla memoria vecchi ricordi. Era la parola preferita da nonna Carmela. Lei voleva venisse rassettata ogni cosa. L'ultima volta disse a Adele di rassettare il sugo e ci fu una risata generale. Già una risata, Paolo avrebbe dato chissà cosa per trovarsi di colpo seduto intorno a un tavolo di fronte a una minestra calda, vicino a sua sorella Adele e sua nonna, qualunque cosa pur di non stare su quel cornicione. Si ricordò anche di come Adele lo canzonava durante le prime lezioni di ballo. E ricordò la severità della nonna, sulle cose da fare. Poi di colpo si chiese perché mai rivangava tutte quelle sciocchezze? Sciocchezze che di certo non l'avrebbero aiutato a venir via dal cornicione. Ma come c'era finito su quel cornicione? Questo proprio non lo ricordava. Deglutì. In principio aveva preso la cosa con un certo divertimento, ma ora sentiva crescere il disagio. Una voce diversa veniva ora dalla camera. Era una voce di bambina e l'istante dopo Paolo vide una bambola traversare la finestra e precipitare giù verso la strada. Qualcuno l'aveva lanciata nel vuoto. Ne seguì l'intera corsa. L'attimo in cui toccò il suolo la testa della bambola si frantumò in infiniti pezzi, doveva esser di coccio, mentre il corpo prese a rimbalzare più volte sul cemento, come una palla di pezza. Un amaro sapore salì in gola a Paolo e un brivido gli passò la schiena. Ora più che mai desiderava venir via da quel cornicione. Si domandò anche chi mai poteva aver lanciato quella bambola, quasi in risposta arrivò di nuovo la voce di nonna Carmela:
Adele se lo fai un'altra volta chiamo il Bau-Bau che ti porta via... e anche tu Paolo vieni dentro che è idiota stare fuori quando piove....
Istintivamente Paolo alzò lo sguardo, il cielo era sereno. Anche se non sembrava ciò che normalmente si chiama cielo. Aveva una strana consistenza e un colore opaco e uniforme, risultava privo di nuvole, ma anche del sole, e Paolo in fondo non poteva neppure essere certo che fosse giorno. Improvviso un lampo lacerò quella specie di cielo senza nubi e seguì il tuono. Un nuovo lampo illuminò la coltre azzurra e iniziò la pioggia. Ora nonna Carmela aveva ragione: pioveva e starsene fuori era idiota. Ma come venirne via?
Anche la temperatura scese di colpo, eppure quell'atmosfera cupa a Paolo sembrò familiare. C'era pioggia e freddo anche nel suo ultimo ricordo. Sì, l'ultima cosa che ricordava prima del cornicione era di stare in auto assieme ad Adele, era notte fonda e pioveva, con la stessa intensità di quel momento, ricordava anche di indossare lo stesso abito da ballo; ma dopo questo nessun altro ricordo, il buio completo come se qualcuno l'avesse derubato degli ultimi momenti. Cercava di pensare a cosa aveva fatto, dove era stato, chi aveva visto, ma la mente era vuota. Impenetrabile, al pari di una stanza buia. Avrebbe dato chissà cosa per una mano capace di girare l'interruttore e accendere la luce...
Paolo se non salti subito dentro vengo a prenderti io! urlava ora nonna Carmela. Quel grido incuriosì Paolo. Le parole, una dopo l'altra, varcavano la soglia della finestra, eppure se invisibili, più che ascoltarle a Paolo sembrò di leggerle. Prese coraggio e mosse qualche incerto passo verso la finestra serrando comunque le mani al gancio della persiana, l'unica cosa stabile di tutta quella vicenda.
Starsene là fuori con questo tempo... è una follia! sentì commentare a nonna Carmela. Anche se ora, per via del rumore battente della pioggia e dei tuoni, era più difficile distinguere le voci.
Il gancio finirà di sotto... sentì ancora mormorare dalla camera. Cercò di muoversi allora verso la finestra, sporgendo un po' il capo, per vedere nella stanza, ma per via delle suole di cuoio scivolò sul bagnato: s'afferrò con forza al gancio, ma quello si staccò sfuggendogli di mano. Precipitò verso il suolo e lui privo d'un appiglio vacillò sul cornicione come un ubriaco. Non riusci neppure a capire quale gesto gli consentì di non finire di sotto. Ritrovato l'equilibrio s'appiattì contro il muro, fradicio e pieno di terrore. L'unica consolazione era nel fatto che in quel movimento s'era avvicinato di più al davanzale della finestra, meno di mezzo metro. Eppure gli sembrava ancora una distanza incolmabile. Cercò di sbirciare dentro la camera. Ma vide ben poco. Era in penombra e l'unica certezza era che non somigliava alla sua stanza da letto. Niente affatto.
Salta dentro Paolo, lo sò che sei là dietro e a startene fuori non ne ricavi niente di buono... sentì dire ancora da nonna Carmela; stavolta con voce addolcita.
L'istante dopo una folata di vento gli gelò lo stomaco. Gli riusciva difficile anche tenere gli occhi aperti, ma cercava comunque a tastoni di trovare una sporgenza nel muro, mentre lentamente si avvicinava alla finestra. Si bloccò di colpo quando una strana luce giallognola illuminò la camera; poco dopo udì uno stridulo miagolio. Gli si gelò il sangue nel sentire quell'inconfondibile lamento. Era Nietzsche, il gatto di nonna Carmela, morto due mesi prima di lei.
Vai a prenderlo tu Nietzsche? sentì dire da nonna Carmela. In tutta risposta giunse un secondo miagolio, più prolungato e stridulo del primo. Paolo non capiva perché, ma la finestra ora cominciava a fargli più paura del vuoto che aveva davanti. Comunque strisciando lentamente lungo il muro si avvicinò ancora al davanzale. Ora se avesse voluto davvero sarebbe riuscito a saltarci dentro. Ma qualcosa lo trattenne. Sbirciò di nuovo dentro la camera e vide un ombra stagliata contro il bianco della parete. Era l'ombra di Nietzsche che per un strano gioco di luci appariva enorme. Una raffica di vento più forte delle altre lo scosse e Paolo ebbe l'impeto di gettarsi nella stanza, per ritrovare calore e tranquillità. Ma proprio in quell'attimo la voce bambina di Adele lo fermò:
Paolo non entrare! fai il bravo: fai come la bambola... fai come la bambola... sentì gridare: La bambola è salva, fai come la bambola... ripetè quella voce.
Zitta Adele! rimproverò gelida nonna Carmela.
Stavolta le voci più che provenire dalla stanza gli sembrarono nascere nella sua testa. Rimase incerto col cuore che gli batteva all'impazzata e gli occhi fissi sulla porzione di stanza visibile, dove risaltava immobile l'ombra di Nietzsche. Poi cominciò a sudare, mentre tutto intorno gli diveniva sempre più confuso, e vide l'enorme zampa nera e artigliata staccarsi dal muro e varcare la finestra, rapida come la falce d'un contadino. Fu allora che cadde nel vuoto.
Non si potrà mai dire se fu una scelta, un improvvisa vertigine, la mano d'Adele o cos'altro a spingerlo giù. Ma Paolo si staccò dal muro e la zampa falciò il nulla. Cominciò a precipitare come un proiettile sparato al suolo. Malgrado la grande velocità gli parve di non giungere mai alla fine di quel volo, quasi si trattasse di colmare una distanza infinita. Ma cadendo, un piano dietro l'altro, le immagini di quella sera presero a ricomporsi. La pioggia, il vento, lui e la sorella in auto, i fari gialli e immensi del camion, lo stridore dei freni, l'urlo di Adele, il tonfo delle lamiere, il sapore del sangue in gola, le sirene, il rosso e il blu, e ancora le grida della gente, l'odore d'ospedale, le luci della sala operatoria, l'infinita stanchezza: ogni ricordo tornò al suo posto. Quando il puzzle fu completo Paolo non toccò terra, ma aprì gli occhi e uscì dal coma.
Si trovò di fronte i volti stanchi e afflitti di suo padre, un infermiera e sua madre; intorno al letto d'ospedale. Li fissò incerto. Nessuno dei tre si accorse che era sveglio. Lui vide la madre stringersi nelle braccia del padre e mormorare afflitta:
Adele non ce l'ha fatta, ma Paolo deve farcela, deve...
Allora comprese tutto e, in silenzio, versò una lacrima.



ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.