FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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FUGA MINORE

Giorgio Castriota Scanderbeg




Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono. Apri gli occhi. La stanza è in penombra. Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, ma la tua mente è vuota. Cerchi con la mano l'interruttore della lampada sul comodino...

Cerchi nella testa un indizio, un piccolo particolare che la memoria riaccenda, poi nella luce di questa stanza dove le ombre un poco si parlano ecco che, come l'anadromo cadavere mazzerato risale il fiume alla ricerca del suo assassino, in impeto di illuminazione, cominci a ricordare: questa casa, questa stanza, il letto, certo il letto, ma ancora manca qualcosa, eppure lui... E' venuto a cancellare con la lingua l'ultima passione. E' arrivato in gran segreto da dietro le fodere della notte. Forse in un attimo, forse in un secolo. ha attraversato cancelli e poi prati notturni dove ancora dormono rugiade, dove ancora l'acqua è sogno d'erba. Ripassando a memoria passi di impaurite cerve ha sciolto un'ultima volta la voce seguendo le orme vocali. E oltraggiando ora un piccolo ruscello ora un dimentico castelletto di pietra, ha dovuto desiderare una mia ombra lontana, anch'essa vana prigioniera della luce. E' venuto bagnando i lunghi corridoi. Sostando vicino alle porte, ha pensato di conoscere i segreti del fuoco ed aprendole una ad una ha dovuto indietreggiare assalito dai silenzi e dalla polvere. Il corridoio, stratagemma d'induzione, insegna ad aprire porte, lasciando ad un automa la felicità di sapere dove sono. Egli, il cui metallo io conosco, non si arrese di fronte ad un'unica evidenza. Un ultima porta e forse il rumore sottile di un mio sospiro. Avanzò come avanza chi crede di essere vicino ad una insperata scoperta. E le braccia tese, mio
rabdomante, tradiscono la tua anima di ferro. Ferro fuso che ricorda quando prima di nascere tremavi al pensiero di vivere. Nella prigione del programmato, del già fatto e risaputo, dell'ancora una volta, dello stesso, del sempre eterno sempiterno nulla che ti avvolge in bozzolo di sempre ancora sempre farfalla. E allora vieni ancora una volta tra le mie braccia. Sappi il tuo
falso vibrione di moto che il tuo cuore è solo rumore dentro carcassa di cocciuto acciaio, solo un congegno per il mio ingegno, un minimo niente che riempie di gloria il mio disegno. Avere la tua lingua leccarmi i piedi. Di calde papille che di lapilli infuocano la pelle. Perché io ho una pelle. E dimmi tu, golem, se mai ne hai avuta una oppure se mai desiderasti ricoprirti di questi strati che presagiscono la follia del piacere. Forza ferragno mostro, non vedi le mie labbra rose e rosse dal sangue, oh di sangue scusami ti parlo, o forse di olio dovrei parlarti, di unguento che scrosti i cilindri e le carrucole, di unguento (oh Dio il solo pensiero) che soffia folate e vertigini sotto vertebre o ancora più a sud del ventro caldo di quella che tu chiami notte. Oh, il buio nella tua anima, senza alcuna stella che ti dica è lì oppure vai là. Ma non preoccuparti, ti indico io una direzione, la direzione. Qui, esatto al centro del tuo sguardo di basilisco, un po' più giù, da lato, da lato, proprio dove una veste un poco si spacca ed un neo è nasconditore indolente di trame di pori. Non pensare (per te è facile), infacocerita belva, che queste vaghe valve di stoffa t'inoltrino nei miei misteri senza prima profferire parole magiche o invocazioni agle dei della carne, quelli che abitano gli inferi del mio corpo. Inginocchiati come quei fedeli che sudano davanti ai portali di ferro e narrami la storia che ti ho insegnato. Dapprima fu solo una mano, poi fu la bocca, poi vennero gli occhi. E poi cosa venne? Non ricordi, mandrillo di cadmio? Oh poverino hai dimenticato la storiella! E dopo venne? E dopo venne? Vieni qui, smemorato licantropo, ora te lo faccio vedere io cosa venne: il dito. Dapprima solo pollice, poi il terribilissimo indice, quello con cui si punta, quello con cui si dice eccolo lì. Ma lì ora è qui. La veste? Oh no davvero! Prima, mio replicante, che la bava si ubrichi di veduta, guarda ancora al centro, dove s'invertebrano le chiusure, dove in un amplesso di stoffa si baciano i lembi, Qui dritto dove porto la mano, ora che un bottone non ha più cappio al collo e ora che un altro ubbidisce al desiderio dell'asola: sentirsi vuota. Vedi pelle? Origlia, origlia pure dal tuo buco nell'anima, ora che quella mano diventa dito e dirigendo al meridione, già va coprendosi di sempre più probabili vapori se proprio per quei luoghi v'ha mito di calura ed il solo pensiero di percorrere questa rotta è presagio d'acqua ed infine sudore. Impiastricciato com'è d'analogia, il mio corpo postula infiniti meridiani, ed il dito più s'avanza verso quello massimo più paventa incontri con sconosciute forme d'altra stoffa. Oh no, non spaventarti scassata macchinina, sappi che ogni dita ha un angelo custode e questi sa come infrangere gli oceani di cotone. Altra pelle? Si altra pelle, ma dimentichi che v'è un luogo dove la pelle finisce e che alle falangi navarche basta solo un po' tenere in conto il gorgo che giace giusto al centro della carne e virgulandolo saviamente dirigersi verso le prime sabbie bagante dal sale dei marosi. Chiamala pure pancetta, quell'onda oppure quelle due che ora stanno a due passi dal tuo alito di drago. Ma i draghi son morti nelle leggende, quelle in cui ciò che vedrai erano racchiuse in ostriche di ferro, quelle leggende che narrano la tua morte e la nascita di una perla. Ehi! Ehi drago? Non t'infiacchire proprio adesso! S'io ti mostro una specie di tramonto, sai quando l'aria un poco si aggrave dell'odore dei saraghi sopravvissuti, tu mi fai guardare in fondo alla tua mitologica carapace? Suvvia vecchio clamidoforo, fammi un po' soltanto pocopochino guardarlo da vicino. Che cosa direbbe ora il tuo microchipteo signore? Niente! Forse perché la sua voce è di un dio troppo piccolo? O forse perché un tale dio disdegna le carni e ne dissimula i tremori? Non t'imbambocciare crudo congegno per filosofi spaccasassi, sappi che ad una macchina del caffè basta e avanza sognare di fare caffè. E dimmi quale Dio può negare i sogni delle sue creature, quale mostro può dire no, non farlo? Non avere paura di cadere negli inferni, non c'è un Dio da bestemmiare che non sia io, non c'è altri in questo cosmo che possa far la spia. Ora è solo tempo di ciglia e di contrabassi da suonare. Forse immaginare una tromba che piano, ma molto piano sovrappone le sue note a quelle delle dita in pizzico di coscia oppure pensare di un subitaneo accordo tra il re ed il cavallo che chiuda la partita con un suicidio? Solo pensieri. Niente parole. E tu non puoi sentire del teatro, gli applausi interni, povero treppiedi (due erano pochi per sopportare la tua idiozia!) che tremi già guardando l'intervallo tra prima e seconda coscia. E se ora con una mano scostando di lato un'iperbole di cotone da una innominabile giuntura, indovino che di algebra non t'intendi, allora e solo allora un'altra mano è piantata sul tuo cuore di latta che sprizza sangue e grida di pugnale incastrato nei ferri squarciati del tuo torace. Sei morto un'altra volta barattolo per matematici battilamiera. Morire due volte con lingua posata nella notte significa resuscitare fra due minuti, riavvitare le viti che ti rimettono in vita, formattare il cranio, guardarsi un poco intorno dei pezzi che ti si sono sparsi nella stanza, calcolare la distanza tra la notte e la porta e sperare che dietro di essa ci sia un corridoio che postuli via di salvezza. E poi, ultimo gesto da replicante, toccarti il naso per sapere che esiste qualcosa per annusare i posteriori degli dei e sapere in quale voluta del loro intestino l'anima tua si sia fermata...
Poi nella luce che luce non è, cerchi l'interruttore della lampada, la chiave del buio. Il giorno è lontano rugiade distanti e i domani infilano perle sul filo dell'orizzonte. Forse domani ritornerai a casa.



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