FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IXTAB

Raffaele Matone




Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono.
Apri gli occhi.
La stanza è in penombra.
Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota.
Cerchi con la mano l'interruttore della lampada sul comodino...

Dunque si svegliò, ripercorso, passo passo, quel sentiero ovattato che dalle incerte lande del sogno mena colà, dove coscienza, concretezza e paura, congiurano e mistificano, e come tante volte le era accaduto prima fece fatica a tracciare coordinate familiari entro i limiti di quella stanza avvolta nella penombra. L'esperienza le era familiare giacché più volte i fumi della marijuana e l'ardore della passione le avevano offuscato i riferimenti, per poi scoprirsi su di uno spoglio materasso sotto un tetto divorato dall'umidità o su di una spiaggia, il corpo sporco delle ceneri di una fiamma estinta (fosse stata quella di un falò notturno o della bruciante brama amorosa, non avrebbe saputo dire). Ma quella volta era diverso, perché diversa era la consapevolezza; niente mal di testa, niente vertigini. Cercò a tastoni l'interruttore della lampada sul comodino, ma inutilmente; non c'era neanche un comodino. Il locale era piccolo, spoglio, pietra e paglia, una panca logora ad un angolo, una porta di lì accanto, e una finestra dagli scuri socchiusi. Oltre, una nenia flautata, ad accompagnare il lieve danzare dei granelli di polvere poco sotto il davanzale. Persino nella penombra si sarebbe detta una stanza bianca, solare. Si alzò (senza stentare come al solito, e questa era una novità), volse alla finestra e ne spalancò le imposte. Fu investita da una luce accecante.

Aveva appena lasciato la stanzetta e disceso una decina di gradini, e ora si aggirava tra le viuzze di un paese andino. Le costruzioni squadrate erano accatastate l'una sull'altra, a più livelli, arrampicate sul fianco di una montagna, e così le stradine si incontravano, si sbrogliavano, e si inerpicavano, su e giù. Il sole alto nicchiava da dietro nuvoloni di panna montata. Ecco, si, aveva voglia di fragole con la panna. Le poche persone incontrate avevano volti distesi e occhi sereni, e la salutavano cordialmente. Una strada isolata conduceva ad uno slargo a picco sulle rocce: al centro si ergeva un padiglione montato su un'impalcatura di travi di legno, e al disotto, ombreggiata da un ampio telo, una bella donna sulla quarantina lavorava ad un telaio. Dal soffitto pendevano una serie di cappi. Questa si volse e atteggiò una smorfia che voleva essere un sorriso ma che non era in grado di celare le orrende piaghe che le deturpavano mezzo volto.
Fuggì, poi, guidata dallo zufolare che l'aveva ripescata da chissà quale sogno, giunse a una piazzetta. Quando arrivò, il musicista interruppe la propria arte, sorrise e proseguì.
-Pss, Ehi. Signora, venga, venga qui.
Era una donna anziana dal sorriso sdentato e la capigliatura scarmigliata. Era ad un fornello di rame dove arrostiva alcune pannocchie appena colte da un grande cesto. Gliene offrì un paio, stirando la pelle incartapecorita in un riso rauco.
-Mangi, mangi, è buono. -Rise nuovamente.
-Dove siamo?
-C'è tempo per domande, ora riposo e cibo.
Non erano fragole con panna ma erano altrettanto saporite.
-Chi sono quelli? -Additò una colonna di persone, lunga e variegata (giovani e anziani, uomini e donne, bianchi e neri, belli, orrendi, vestiti di rosso, verde, o grigio) alla cui testa presenziava un vecchio ossuto che brandiva un alto bastone e una campana dal cupo rintocco; Bong, Bong.
-E' Pedro, la Vecchia Guida, e quelle sono persone che, come te, cercano e cercano e cercano, e intanto vagano e vagano e vagano. Sono di ritorno dalla montagna, poiché è lì che possono concludere la loro cerca, lì solo, quale essa sia. Ecco, ora vanno alla taverna di Miguel e bevono e parlano e pensano, arrovellandosi la testa alla ricerca di perché, di dove e di come; intanto il tempo passa e talvolta qualcuno stramazza al suolo e tira le cuoia. Beh il tempo passa per tutti. Vedi quello, per esempio? -Indicò un vegliardo segaligno e calvo, vestito di una camicia hawaiana e corte brache. -Ci crederesti che ha centotré anni? Sai quanti ne ha sotterrati? Un'infinità; e di questo passo altrettanti ne schiatteranno. Beata salute! Vai, dai un'occhiata se vuoi.
Si diresse alla taverna e sbirciò dall'uscio, attraverso la cortina di perline e paiuzze: era un locale fumoso, giravano delle pipe, e l'alcool scorreva a fiumi, ma non vi era livore né aggressività e l'ambiente era quieto; in gruppi, o uno ad uno, parlavano e borbottavano e qualcuno accennava ad un pianto di disperazione. Si passavano dei ciottoli che maneggiavano con cura e custodivano in sacchetti di tela; li trattavano come fossero tesori. Nonostante la quiete non vi era pace in quei sguardi assenti. La padrona, una donnona dai seni enormi, girava tra i tavoli portando con se un vassoio con bevande alcoliche, fumo e droghe. Di tanto in tanto si concedeva maternamente alle richieste di affetto di qualche avventore.

Scoprì presto che quello sarebbe stato il suo futuro. Ogni mattina si svegliava al rintocco della campana, Bong, Bong, per incontrarsi con tutti gli altri (no, non tutti, gli autoctoni continuavano a vivere e sorriderle come se niente fosse, accrescendo quel senso di estraneità che l'aveva colta sin dallo inizio) e si avviava in cima alla vetta. Pedro li guidava con sicurezza e affabilità. Anche da lui imparò qualcosa (era o no una guida?) come ad esempio il fatto di essere lì semplicemente per averlo voluto, come tutti gli altri del resto (no, non gli autoctoni), per aver cercato una ragione all'essere, insoddisfatta e prigioniera della propria vita. E come gli altri si era lasciata trascinare in un continuo di esperienze che poco avevano a che fare con la ricerca della libertà; ma quali esperienze, quale libertà? Non ricordava più nulla, neanche, o soprattutto, come fosse giunta in quel luogo.
-Ha importanza? Alcuni si fanno un fumo di troppo, quando non si buttano in corpo di peggio, altri sognano, e per taluni è sufficiente camminare a zonzo, addormentarsi e svegliarsi. Ma non è importante come ci arrivi, quanto il fatto che ci sei arrivata.
Tutte le mattine scavava alla ricerca di elementi utili a riordinare i pensieri, e sotto le pietre pesanti poteva trovare dei sassolini, con su dipinte delle immagini, ed erano ricordi, non sempre suoi, anzi quasi mai, ma erano preziosi perché donavano l'impressione di essere vivi. Ma tanto più diversi erano i ricordi tanto più finte le storie, perché rubate. Allora si piangeva con amarezza e si ricominciava daccapo. Poi la notte giungeva e la mattina, e ancora la notte, e così un'infinità di volte.

-Tieni questa pannocchia, è buona sai?
-Ho visto due giaguari in pietra in fondo al villaggio; sembrano di guardia al sentiero che dalle loro spalle discende ripido e contorto. Parlamene.
-Beh, proteggono la via che dal villaggio mena oltre le montagne e chissà dove ancora.
-Perché nessuno impegna mai quella via?
-Perché se non sai come farlo i giaguari ti sbranano. Ognuno è legato al mondo da un sottile filo, tutto sta a trovarlo.

Quel giorno decise di non andare in montagna: si sentiva stanca e annoiata come mai. Scese in piazza prima del solito e, sedutasi sui talloni, dispose in terra i suoi sassolini; no, non erano suoi, non tutti quanto meno. Li dispose uno accanto all'altro, in fila, in cerchio, a disegnare una esse, e ad ogni variazione ecco una nuova storia, un passato nuovo, fosse comico, picaresco o tragico, ma non era così che doveva andare. Spazzò con le mani e dei suoi ricordi fu nuovamente tabula rasa. All'arrivo degli altri distribuì i sassolini e tutti le furono grati e qualcuno pianse commosso. Ne conservò uno solo con su scritto Cera una volta.
Si lasciò vagare lungo il dedalo di straduzze e scalini e sorrisi compiacenti, e tornata alla propria stanza cominciò a disegnare sul pavimento polveroso una sorta di mappa del paese; ecco lì la sua stanzetta, in fondo a destra la piazza con la donna delle pannocchie, poi, più lontano i giaguari, e ancora... una serpentina conduceva ad un padiglione e alla macabra tessitrice. Decise di rivederla poiché ora pensava che non vi fosse pericolo in quel paese, se non quello della noia.
Quindi eccola lì, sola sotto il padiglione, circondata da tele e arazzi, e tra gli uni e gli altri pendevano le forche; sul grande telaio era in corso una tessitura, una splendida veduta di montagne, ma della donna non vi era alcuna traccia. Una porta tarlata poco distante apriva un varco nella roccia e conduceva a una camera buia; lì, la donna stava impiccando uomini e donne, in mezzo ad un puzzo di decomposizione. Si volse nuovamente a sorridere.

Giaceva nuovamente sul letto nella stanza bianca. Guardava il soffitto e pensava. Si girò sul fianco, e nel farlo si accorse che la blusa di lana era strappata appena sopra la vita. Con un dito giocò sul buchetto e cominciò a tirare un filo, e tirando e tirando il buco si allargava sino a mangiarsi la blusa. Dapprima sorrise poi scoppiò in un riso liberatorio.

Era notte e la montagna le si parava alta e magnifica, bellissima nonostante l'oscurità. Mamma pannocchia aveva ragione, e mai le sue parole erano state vuote. Allungò la mano e oltre la tela percepì la roccia fredda. Cercò accuratamente, sotto i sassi, dietro le sterpaglie nei fossi fangosi, ed infine lo trovò. Dapprima sembrò cedere all'insicurezza, poi con un profondo sospiro lo strinse forte e cominciò a tirare. Il filo si allungava e mano a mano la tela si sbrogliava, ma non come ci si sarebbe immaginato poiché, come in un gioco ad incastri dove ogni spazio vuoto viene riempito da nuove trame, dove prima c'era un ruscello ora stava un crepaccio, e poco più in là emergevano dalla terra una strada alberata. Questo era il segreto, il ridisegnare continuo, perché la trama si intesse da sola e sta a noi cercare la tessitura giusta. La donna dei cappi lo sapeva, e penzolante le sorrise col volto deturpato, ma questa volta era un vero sorriso.
Infine se ne andò, senza dire niente a nessuno, lasciato il suo ultimo ciottolo accanto al posto delle pannocchie, e con in pugno il proprio filo, oltrepassò i giaguari.



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