FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA STANZA

Emanuele Greco




Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono. Apri gli occhi. La stanza è in penombra. Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota. Cerchi con la mano l'interruttore della lampada sul comodino...

..., sai dove cercare, nonostante la chiarissima percezione che tutto ciò che ti circonda non ti appartenga. La mano scivola veloce lungo la parete, fino ad incontrare il cavo di plastica che porta corrente alla lampada. Allora cambia traiettoria, si chiude delicatamente sul cavo e risale di qualche centimetro, fino all'interruttore, senza alcuna esitazione. Nonostante il vuoto in testa, e la confusione, e la lama sottile della paura che si posa fredda sul petto, e comincia a premere, a premere... Però ti farai coraggio, prenderai un bel respiro e accenderai la luce...
La stanza è piccola, disadorna, le pareti bianche riflettono la luce tenue emanata dalla lampada. Oltre al letto e al comodino, solo un piccolo scrittoio e una sedia proprio sotto l'unica finestra che si apre sulla parete di fronte. Entra pochissima luce, forse a causa del pesante tendaggio che l'avvolge e la nasconde. Forse è l'alba. Una specie di angoscia ti assale, come la sensazione di aver già vissuto tutto questo, una, due, mille volte, di esserti svegliata di colpo in un posto che non conosci, che non è il tuo, e che tuttavia intuisci essere sempre lo stesso. Sempre questo. La stanza. E allora a chiudere gli occhi per provare a ricordare, e allora a dirsi calma, è solo un cattivo risveglio e tra poco tutto tornerà alla mente ordinato e pulito, e questa brutta sensazione di essere prigioniera qui da sempre svanirà in un attimo.
Ma non succede niente.
Nessun ricordo riaffiora alla mente, nessuna traccia che possa guidarti verso una qualsiasi spiegazione. Non hai certezze, solo sensazioni che vorticano disordinatamente nella testa.
Però sai, senti di non essere qui per tua scelta. Sei prigioniera, allora; ma di chi, di che cosa?
Mentre il pensiero si arresta impotente davanti a quelle domande, gli occhi cercano invano qualcosa incomprensibilmente sfuggita alla prima parziale analisi dell'ambiente, qualcosa che deve esserci, per forza, ma che i tuoi occhi stanchi non sanno trovare. Provi allora a tastare le pareti con le mani, per affiancare il tatto alla vista, e l'unico risultato che ne ottieni è quello di accorgerti che le pareti sono come bombate, non vi sono angoli, seppure un curioso gioco di luci e riflessi faccia apparire la stanza come perfettamente quadrata. In ogni caso devi arrenderti a questa assurda evidenza.
La porta.
Non c'è la porta.
Sapessi, piccola mia, che poca cosa è questa paura che adesso ti soffoca, che gioco puerile è questo mistero di cui non sai capacitarti, rispetto a ciò che ti sta per accadere.
E tu lo sai, tu lo senti, nel sangue che ti scorre nelle vene, che ti martella le tempie, qualcosa di strano e terribile sta per capitarti; tutto il tuo corpo freme nell'attesa, come se sapesse, lui, qual è il destino che ti attende...
E tu che di nulla hai memoria.
Ti abbandoni sul letto, provando a mettere ordine in quel groviglio di sensazioni e di paure. Nascosta da qualche parte, nei recessi più profondi della tua mente, deve trovarsi la risposta.
Prendi qualche respiro profondo, con le mani massaggi le tempie dolenti, chiudi gli occhi per risalire al momento in cui forse un rumore ti ha destata dal tuo sonno. E dai tuoi sogni.
Ecco, i sogni.
Un'altra ondata da chissà dove si abbatte sui tuoi sensi già provati. C'era un prima, a cui i tuoi sogni ti riconducono, un prima lontano, ormai impossibile da individuare e che però ha lasciato una traccia, come un ricordo, ma non di un luogo né di un tempo.
Ora non hai più dubbi; è stata una forza ostile a strapparti a quel passato e a condurti qui, ora sei certa che chi ti ha voluto in questa stanza, chi ti tiene rinchiusa qua dentro, senza spiegarti, non lo fa per il tuo bene.
Sapessi, piccola mia, il dolore che provo nel vederti ora battere i pugni contro le pareti, se solo potessi dirti quanto è vano, eppure così profondamente umano, ribellarsi a tutto ciò. Vorrei dirti che hai ragione, ma non posso nulla, se non guardarti mentre provi a dare un senso a tutto questo, mentre chiedi solamente quale sia, se ci sia una ragione.
Non c'è, piccola mia, come non c'è stata per tutti coloro che dalla stanza sono passati, né ci sarà per coloro che passeranno. Ma quanto è più duro ascoltare il lamento di chi come te non si arrende, di chi cerca una risposta, fino alla fine; quanto più triste sapere che proprio per te sarà ancora più difficile accettare il futuro.
Adesso ti chiedi come abbiano fatto a portarti qui dentro, di quale inganno o strano artifizio si siano valsi per rinchiuderti in una stanza privandoti anche della memoria. Ti avvicini allo scrittoio, sollevi il ripiano e vi trovi dei fogli bianchi. Sulla destra c'è un pennino posato all'interno di un finto calamaio. E' una penna stilografica. Decidi di scrivere le tue memorie, almeno quelle della giornata, così da lasciare a te stessa un riferimento. Tutto ciò che ricordi da quando ti sei svegliata in questa stanza, tutti i pensieri che ti sono passati per la mente, sempre che basti l'inchiostro, perché la cartuccia è quasi esaurita. Prendi un foglio, appoggi il ripiano dello scrittoio e appena seduta cominci subito a scrivere le prime frasi, senza pensare, senza alcuna esitazione:
Mi sono svegliata d'improvviso, confusa e sola. Mi sono trovata in questo luogo, senza ricordi, ma già sapendo che questa non è la mia stanza, e questo non il mio letto....
Di colpo ti blocchi, la punta della penna è ancora poggiata sul foglio. Premi con sempre maggior veemenza, con una rabbia isterica e una frustrazione non più controllabili. Il foglio si buca e una piccola chiazza di nero scivola lungo la superficie del ripiano. Ti scosti leggermente dallo scrittoio, lentamente apri il cassetto di quel tanto che basta per poter capire, la conferma ultima dei tuoi timori. E' pieno di fogli. Vergati dalla tua mano. Ne tiri fuori un paio, ma tanto sai già cosa vi troverai scritto, su quei due come su tutti gli altri:
Mi sono svegliata d'improvviso, confusa e sola...
Ti alzi di scatto, la sedia cade in terra con un tonfo sordo. Adesso questo stupido gioco deve finire. Non ti lascerai più vincere dal sonno per ricominciare tutto da capo, non fino a quando non vedrai in faccia gli autori di questa squallida messa in scena, di questo mistero buffo e incomprensibile.
Sia adesso ciò che deve essere, non chiedi altro.
Ti avvicini alla finestra, ma come presa da un morso di paura non sai raggiungerla. Rimani un attimo a fissare le tende di seta grossa e quel lieve biancore che, trapelando dai vetri, ne evidenzia gli intrecci sottili. Hai gli occhi umidi, con un gesto della mano ti asciughi le lacrime che ancora esitano sul bordo delle ciglia.
Ti stai chiedendo perché non hai ancora dato un'occhiata fuori da questa finestra, l'unica apertura, a quanto sembra, verso l'esterno, l'unico punto di contatto con la realtà che sta fuori. Ma questa esitazione, questo strano timore che ti vince e ti tiene lontana, forse questa è già la spiegazione. Ancora una volta devi combattere contro una forza che non comprendi, che ti costringe all'inazione, come un male che ti cresce dentro, un morbo tenace che mina e indebolisce la tua volontà. Questa volta non deve averla vinta. Nonostante una sorta di repulsione, non più in grado di trattenerti ormai, avanzi ancora di qualche passo e provi a scostare le tende per poter vedere fuori. D'improvviso un gran bagliore, che ti acceca. Rumori strani, suoni incomprensibili si mescolano a quel bianco che inonda la stanza, con le mani provi a proteggere gli occhi, ma tutto è vano. Anche le pareti ora paiono cedere, collassare sotto il potente influsso di quel chiarore insopportabile.
Sei accontentata, piccola mia, è giunto il tempo che tu sia libera. Ma ti prego, consumalo adesso tutto lo stupore, esaurisci ora tutto lo sdegno e l'incredulità, non portare anche di là tutte queste domande; e soprattutto, non chiederti mai più se c'è uno scopo. Non servirà a nulla. Solo a farti più male. Ora che esci dalla stanza, che ricevi questo dono che non hai chiesto e di cui, proprio come adesso, mai capirai il senso.
Io, bambina mia, per tutte le volte che maledirai il mio nome nel buio, prima di addormentarti, per le volte in cui leverai alto il tuo grido di dolore contro il cielo, per tutti i tuoi peccati, figli della solitudine e di un'anima sbagliata che non vuole accontentarsi delle piccole menzogne erette sopra l'indistinto ed il caotico, le irrinunciabili menzogne che aiutano a ordinare e a sopravvivere; io, bambina mia, ti ho già perdonata.
Non lo vedi, non lo senti quanto sia inutile chiedersi, interrogarsi, anche ora che capisci, anche ora che il mistero è svelato e tuttavia non ti spieghi come sia possibile, perché a te, ed è semplicemente questo, ma è davvero questo, questo è la vita, la vita...?

Bene, brava signora, è tutto a posto. Angelo, vammi a prendere le garze... ecco,... tutto a posto... Dottore, dottore, tutto bene?... Dottore?
Sì, ora va bene, ora è tutto a posto... Andate a chiamare il Dottor De Biasi.
C'è qualcosa che non va, dottore?
No, cioè non lo so. Forse sono solo un po' stanco. La bambina sta bene. E' nata con gli occhi aperti, ma avrei giurato che mi guardava. E poi non piangeva, l'aria che respirava per la prima volta, che le bruciava i polmoni, ma non piangeva, stava lì e mi guardava. Come a dirmi perché l'hai fatto, perché mi fai questo. Mi sono spaventato, ci credi? Ti pare possibile, alla mia età? Come se fosse il primo parto per me. Eppure... è incredibile... Finché non ha iniziato a piangere, rimanevo lì a guardarla... non riuscivo a fare altro, in silenzio, solo guardarla... come a scusarmi... No, no, è evidente che non sto bene. Basta così. Vai giù e chiama Mauro, per cortesia. Al Dottor De Biasi l'ingrato compito di sostituirmi. Non ne voglio più sapere.
Io per oggi non voglio più far nascere nessuno.



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