FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MA LA TUA MENTE E' VUOTA
Francesco Carbone
Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono. Apri gli occhi. La stanza è in penombra. Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota. Cerchi con la mano l'interruttore della lampada sul comodino...
Lo trovi. Accendi la luce. La stanza emerge dalla penombra. Violenta. Angustiosa nudità. C'è un letto matrimoniale sulla quale giaci vestita solo di uno slip. Ci sono due comodini. Niente altro. Una piccola camera delimitata da quattro pareti. Colorate. Appeso ad ognuna delle pareti un enorme quadro che occupa quasi tutta la superficie. Li guardi velocemente uno dopo l'altro: quello sulla parete che hai di fronte, quello a destra, quello a sinistra. Con angoscia ruoti la testa, non basta, ti giri con tutto il corpo, guardi il quadro che sta alle tue spalle. E' il più spaventoso dei quattro. Ti raggomitoli seduta al centro del letto. Atterrita. Butti la testa tra le gambe raccolte al corpo e rimani ferma, quasi paralizzata su quel letto estraneo. Senti il cuore battere irregolarmente, troppo velocemente. E' lo spavento. Ti giri verso il secondo comodino. Il telefono; ha ripreso a squillare. E' lo stesso suono che ti ha riportato alla coscienza della veglia. E' un suono strano, soffocato, acuto. Non sai cosa fare. Poi decidi. Rispondi. Una voce di donna; leggermente modificata, come quando ti succede di risentirla da un nastro magnetico, la riconosci: è la tua voce. Ti dice: non stai sognando, sei veramente sveglia, cerca di non avere paura, questa stanza non ha porte, né finestre, potrai lo stesso uscirne, comunque; se vorrai.
Accenni solo un ma... soffocato dall'angoscia di parlare a te stessa; sei stretta alla pancia da un conato di vomito; la causa, una strana vertigine. Un brivido che ti agghiaccia ti percorre la schiena, lasci cadere la cornetta, poi la riprendi e la stringi con la mano, oltremisura, e quasi ti fai male alle dita che si avvinghiano al ricevitore come per una incontrollabile contrazione clonica. Guarda in alto..., dice la tua voce al telefono, ... misurati. La linea si sgancia. Riponi il ricevitore sulla base. Aspetti un istante. Poi sollevi gli occhi. C'è un altro quadro, più piccolo degli altri, più lungo che largo. Proprio al centro del soffitto. Ti raffigura più vecchia, di forse vent'anni. La compostezza di una donna matura, sdraiata in una bara. Pallida. E' la tua morte. Capisci d'improvviso anche il senso degli altri quadri. Li ripercorri veloci, uno dietro l'altro, poi di nuovo ricominci il giro, più piano, in senso inverso, soffermandoti sui particolari. Una sequenza precisa, compiuta. E' come se l'ultimo quadro avesse dato sfogo al significato oscuro che prima ti avevano trasmesso gli altri quattro. Scendi giù dal letto. I piedi scalzi sul pavimento bianco e freddo. Ti guardi bene intorno. Effettivamente non ci sono uscite, nessuna porta, nessuna finestra. Niente, come essere dentro una bara. Una camera di morte. Continui a guardarti intorno. C'è qualcosa che ti lascia perplessa. Salti sul letto e ti distendi fino al comodino che sta dall'altra parte. Allunghi il braccio, afferri l'interruttore della lampada. Esiti. Hai quasi paura di spegnere. Di tornare in quella penombra. Di trovare un nuovo senso di terrore in quei quadri così cupi. Lanci un'occhiata al quadro che hai di fronte. Una sfida, poi spegni. Come di scatto. Come ad inseguire senza altra scelta l'unico filo di speranza in quel campo d'assurdo. O solo ad inseguire fredda un impulso di autodistruzione. La luce lascia il posto alla penombra di pochi minuti prima. Nessuna macchia di inchiostro nero ad inghiottire la stanza. Il cuore ti salta alla gola. La pelle ti si accappona anche sul collo e ti irrigidisce ogni muscolo facciale. La luce proviene da sotto il letto. E' una scena che dura pochissimi secondi, riaccendi e ti rotoli da un lato. Rivivi di nuovo quei pochi istanti appena impressionati sulla retina della tua memoria visiva. Luce, penombra, luce, penombra. I tuoi occhi sbarrati; luce, penombra, luce, penombra. Come dei lampi che si susseguono. La lampada che si spegne e si riaccende, tu sopra quel letto, il bagno di luce fioca che sale dal pavimento e si riverbera maligna sui quegli orribili quadri. Ma soprattutto tutt'intorno al letto, come ad avvolgerlo in un velo di soffusa consistenza. Una mano leggera e invisibile e cattiva. Sei terrorizzata, respiri con affanno, scuoti la testa, non ci credi, non è possibile, lo dici, lo ripeti, lo urli, lo urli ancora, lo urli più forte, poi cerchi di controllarti, di rilassarti, mentre cominci a sentire freddo e a piangere in silenzio, per la prima volta. Ti accorgi che non ci sono coperte, una trapunta, niente. Nient'altro che il materasso ricoperto da un lenzuolo. Adesso che vorresti qualcosa per coprirti, anche per trovare una protezione fisica. Almeno ti ci avvolgeresti come un baco nel proprio bozzolo e rimarresti lì immobile aspettando solo di diventare farfalla. Rimani inerte ancora per qualche minuto, abulica, aggricciata, poi scivoli lentamente verso una sponda del letto. Fai come per mettere a terra il primo piede nudo. Ritiri su la gamba, la tieni sospesa. Sei terribilmente incerta. Ti guardi intorno alla ricerca di un dettaglio nuovo. Poi ti fermi, immobile, cerchi di percepire un minimo rumore, un suono, un movimento d'aria. Niente. La stanza sembra essere insonorizzata, ermeticamente chiusa. Prendi coraggio, salti giù dal letto. Ti pieghi sulle ginocchia, guardi sotto. Poi da un lato, sotto la parte anteriore. Una luce scivola dentro. Una porta, qualcosa, un buco nel muro, non lo sai, ancora non capisci, ma c'è, nascosto là dietro. Il quadro copre il resto di quella apertura. Di quella entrata. Per te l'uscita, per te. Ti senti sollevata. Inaspettatamente. Sbuffi. Risali sul letto. Ti sdrai per prendere respiro e guardi in alto. Ti vedi in quel quadro nel soffitto, come riflessa, assumi la stessa posizione, mani adagiate sul ventre. Chiudi gli occhi. Sorridi.
Questa è l'idea del cortometraggio di cui ti avevo parlato. Cosa ne pensi? Ovviamente andrebbe riscritto come sceneggiatura. Ho già chi se ne può occupare. Per il resto è tutto pronto. Come la vedi? Te la sentiresti di recitare questa parte? E' impegnativa, lo riconosco, ma saresti perfetta.
Dico che mi piace, sì, mi piace; quando pensi che si potrebbe cominciare a girare?
Subito! Sì? Va bene. Allora tra mezz'ora in ufficio, ci saranno anche gli altri, li ho appena sentiti, lui preme un tasto sul cellulare, ti guarda, si accorge che sei sveglia e ti dice buongiorno. Poi prende una cravatta, la avvolge intorno al colletto della camicia, rialzato; comincia a farci il nodo e ti spiega con poche parole che deve uscire per un appuntamento improvviso ed importante. Il solito appuntamente importante ed improvviso.
Ma è Domenica... provi a dire, sapendolo già, in anticipo, che qualunque discorso non servirà a trattenerlo, non servirà a niente.
Se dovessi rimanere fuori anche per pranzo ti avviso per telefono, ciao, ora devo proprio andare. Neanche un bacio.
Lui esce dalla stanza, tu rimani sola, senti lo scatto della porta, esce anche da casa, e tu rimani proprio sola. Alle nove del mattino di una Domenica. Almeno ti ricordassi cosa hai fatto ieri sera. Ma la tua mente è vuota.
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