FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MUTANTE

Patrizio Pacioni




L'oggetto era più strano di quanto fosse apparso nelle radiografie. Lo sollevò con le pinzette, poi lo deterse con delicatezza del sangue che lo ricopriva, usando un brandello di garza. L'aspetto era quello di un proiettile, ma irto di piccoli ami ritorti. In tutta la sua carriera di chirurgo aveva estratto dai corpi dei pazienti i reperti più impensabili, ma mai qualcosa di simile al frammento di metallo che ora brillava sotto la lampada. Né di così sinistro.

Giorgio lo depose nel contenitore standard di reperti per l'autorità giudiziaria, ricevendo in risposta il tranquillizzante tintinnio di metallo contro metallo. Poi, mentre un'infermiera lo aiutava a sfilarsi camice e guanti, guardò Susanna, china sul lettino operatorio, che intanto stava dandosi da fare con ago e filo da sutura per risistemare in qualche modo il lavoro del bisturi: non doveva ancora aver compiuto trent'anni, ma, con quegli occhialini rotondi cerchiati d'oro, e i capelli castani raccolti sulla nuca in un modesto chignon, a lui ricordava stranamente la zia Filomena, quando se ne stava per interi pomeriggi vicino alla finestra a ricamare i corredi delle nipoti.
Uscendo, l'ultima immagine fu quella dell'anestesista, un tizio pingue e peloso con un'inquietante somiglianza a un orso bruno, che trafficava alacremente con provette e vetrini, ma con l'aria rassegnata di uno che non crede assolutamente in ciò che sta facendo.
Naturale che fosse così: l'elettroencefalogramma del ferito era desolatamente piatto fin da quando l'ambulanza l'aveva scaricato giù al pronto soccorso, e quella linea verde dritta come un'autostrada non si sarebbe increspata neppure se l'ospedale fosse stato scelto come epicentro da un terremoto
magnitudine nove della scala Mercalli. Miracoli a parte, si capisce, ma questo è tutto un altro discorso.
Quanto a Susanna... beh, sarebbe stata impegnata ancora per almeno mezz'ora, prima di poter mollare giù tutto e andare a farsi di caffè alla macchinetta del terzo piano: poteva già vederla, con il bicchierino di plastica bianca in una mano e un Buondì Motta nell'altra, mentre con aria assente fissava l'intonaco bianco del corridoio sognando il cappuccino schiumoso e le brioches alla crema del mitico Bar della Minerva. E chissà cos'altro.
Appena fuori dalla sala operatoria, guardandosi attorno con la circospezione di un agente della Cia nel giardino di Saddam Hussein, Giorgio tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di Camel e lo Zippo riportato indietro come souvenir da Los Angeles, quella volta che era andato al congresso mondiale di chirurgia vascolare.
Lo aveva pagato settanta dollari e sei mesi di strizza.
Più precisamente centottantaquattro interminabili giorni: cioè fino a quando l'ennesimo referto del laboratorio di analisi aveva definitivamente escluso che si fosse beccato la sindrome dalla bionda puttana made in Usa che una bella mattina, senza ricordare né perché né come, si era ritrovato tra le lenzuola in albergo.
Aspirò profondamente la prima boccata di fumo, che trattenne dentro finché non fu sicuro che nicotina e catrame si fossero spalmate ben bene sulle pareti di bronchi, bronchioli e polmoni. Con la schiena poggiata alla parete e gli occhi chiusi cercò di rilassarsi: niente da fare, per quanto ci provasse gli riusciva del tutto impossibile non tornare con la mente all'intervento appena concluso.

Il tizio era arrivato alle undici della sera precedente, quando Giorgio aveva preso servizio da poco più di mezz'ora.
Cribbio, va bene tutto, ma un macello così non gli era capitato di vederlo neppure in quel film di Romero, La notte dei morti viventi... C'era così tanto sangue che non si capiva neppure qual'era il davanti e quale il di dietro: alle infermiere del pronto soccorso c'erano voluti cinque minuti solo per ripulire la voragine che quel poveretto si ritrovava nell'addome dai frammenti stracciati della camicia.
Uno degli infermieri dell'ambulanza aveva avuto il tempo di raccontare di come lo avessero trovato in casa sua seduto sulla tazza del cesso, con le mani infilate nelle interiora esposte alla luce del tubo al neon, che frugava come se stesse cercando di estrarre un numero della tombola.
Poi, chiedendo educatamente scusa a tutti i presenti, si era messo la mano sulla bocca e aveva vomitato l'anima proprio sulla punta delle scarpe a barchetta della ferrista.
Cinque o sei fotografie ai raggi x, ed era cominciata l'operazione: dopo aver visto vuotare la terza sacca Giorgio aveva deciso di non tenere più il conto delle trasfusioni che si rendevano via via necessarie per andare avanti, occupato com'era a rimettere insieme organi lacerati, a riallacciare arterie recise, a ricostruire i frammenti di un intestino che rassomigliava troppo a un puzzle di Mordillo.
Ma erano successe due cose strane, sulle quali sarebbe sicuramente tornato a riflettere, nei prossimi giorni.
La prima era che, per quanto fosse stato per più di due ore e mezza alle prese con quel disastro, non aveva trovato il foro d'entrata: con ogni evidenza qualcuno (e la cosa più raccapricciante era che tutto lasciava pensare che il ferito
avesse combinato da solo tutto quel casino) si era accanito con un coltello, un cacciavite, con le unghie, vai a saperlo!, allargandolo, in modo tale da distruggerne ogni traccia visibile.
La seconda (ma no, questa era molto, molto dura da digerire, e se un giorno avesse deciso di raccontarlo a qualcuno Giorgio non avrebbe certo fatto menzione dei due bicchieri di Vernaccia e dell'amaro che si era concesso al ristorante la sera prima) più che altro era una sensazione: all'inizio gli era sembrato... no, porca miseria!, aveva visto il proiettile, o cosa diavolo era, incastrato tra il piloro e il duodeno.
Poi c'era stata l'ennesima emorragia, un rigurgito improvviso, un gorgoglio di bolle vermiglie che aveva nascosto tutto, né più né meno l'effetto che la domenica sotto la curva sud dello stadio Olimpico fanno i fumogeni giallorossi del Commando Ultrà. Ma quando suor Maddalena aveva azionato l'aspiratore ripulendo per bene lo sbrego, il... il coso non era più al suo posto, ma spostato qualche centimetro più in là, infisso nel peritoneo così in profondità che se la luce della lampada non avesse causato un riflesso rivelatore, Giorgio neppure l'avrebbe più visto.
La notte devo dormire di più.
aveva giurato a se stesso, convinto, scuotendo il capo per snebbiare lo sguardo e allungando il braccio per estrarre via il fetente.
Ed era stato allora che gli era sembrato di vederlo...
FUGGIRE
ecco la parola esatta.
Sotto i suoi occhi aveva cominciato ad aprirsi la strada
nei tessuti molli, muovendo come zampette i suoi aculei metallici, o qualunque altra cosa fossero, tale e quale a uno di quei piccoli, schifosi scarafaggi rossi, quando cercano di nascondersi nella sabbia. Una reazione rapidissima, d'istinto, fatto è che nonostante il cervello non avesse ancora diramato istruzioni, la mano di Giorgio era partita rapida come una freccia e ZAC!, le pinzette avevano artigliato la strana pallottola appena in tempo per impedirgli di sparire arrampicandosi su per il pancreas.
Ovvio che ora, nei corridoi dell'ospedale, immerso nel via vai di medici, paramedici, malati e visitatori come una trota nel suo ruscello, lui potesse fare altro che darsi dello stupido visionario, e non una volta sola: perché lo sanno tutti, che un proiettile sia un calibro 22, 38 perfino un 45 parabellum non è altro che un proiettile! Un pezzetto di piombo che, dopo che il percussore ha fatto esplodere la polvere da sparo contenuta nel bossolo, spinto dallo scoppio viene espulso dalla canna di una pistola o di un fucile alla velocità di...
Ma, puttana schifosa!
Non era certo un avvenimento raro, in quella città e in quell'ospedale, imbattersi in ferite da arma da fuoco alle braccia, alle gambe, ai polmoni, e chi più ne ha più ne metta. Una volta, quando l'inchiostro del giuramento di Ippocrate appeso nel suo studio ancora non aveva finito di asciugarsi, gli era capitato sotto i ferri un povero disgraziato che dopo vent'anni si era lasciato convincere dal cognato ad andare a caccia di lepri, e che aveva avuto la cattiva idea di accovacciarsi dietro a un cespuglio di more a concimare il bosco con i resti della cena della sera prima. Gli avevano
sparato in due. Adesso Giorgio non ricordava più con precisione se i pallini estratti dalle natiche fossero stati settantadue o settantatre.
Ma che mi venga un colpo se mi è mai successo...
GRAA -GRAA -GRAA
La sirena dell'allarme medico. Voleva dire che proprio in quel momento qualcuno se la stava passando molto male.
GRAA -GRAA -GRAAA
INTERVENTO URGENTE DI RIANIMAZIONE A CHIRURGIA 2
intimò dall'altoparlante una voce di donna dolce come un caffè senza zucchero.
Ma la camera operatoria 2 era quella da cui era appena venuto fuori, e Suor Maddalena, che era uscita poco dopo di lui, si era girata di scatto e stava tornando indietro tenendo con le mani la tonaca alzata sulle ginocchia, per correre meglio: non era certo difficile fare due più due e indovinare per chi stesse suonando il gong.
Un'alzata di spalle, poi si incamminò verso lo spogliatoio, senza voltarsi. In fin dei conti era già tanto che quello sventurato avesse resistito fino alla fine dell'intervento: e tanto meglio per lui dopo tutto, con quel genere di ferite...

Non era più nel porta-reperti di metallo.
Allungando un po' uno degli uncini era stato facile issarsi fuori dalla scatola di metallo e rotolare sulla formica del tavolinetto, fino ad avvicinarsi così tanto al bordo da potersi agganciare allo svolazzante camice verde del dottore.
Altri due minuscoli rampini lo avevano aiutato a scendere, giù fino all'orlo, dopo di che aveva ripreso a muoversi,
questa volta verso l'alto, arrampicandosi dall'interno, protetto dal tessuto da sguardi indiscreti; veloce, ma sempre attento a non farsi scoprire dal nuovo ospite. Facendo appena in tempo, prima che l'uomo si svestisse e uscisse dalla camera operatoria, a schiacciarsi sotto la cintura di cuoio dei pantaloni.
Attraverso un microscopico ugello, più sottile di qualsiasi ago impiegato in medicina, nascosto dalla pelle che istantaneamente si era cicatrizzata dopo il suo ingresso nel corpo, iniettò una soluzione anestetica, e finalmente cominciò a scavare nella carne morbida, nel sangue caldo.

Con un gesto meccanico Giorgio si grattò la schiena, poco più di quattro dita in alto e a destra del coccige.
Inutilmente. Il prurito veniva da molto, molto più dentro.



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