FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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NONNA CARMELA E ALTRE STORIE
Luana Trapè
Paolo! Rientra, per favore urlava nonna Carmela. Lui sarebbe pure rientrato. Stare su un cornicione al settimo piano e soffrire di vertigini non è il massimo della vita.
Solo che c'era un problema. Nonna Carmela era morta da un mese d'infarto e l'aveva vista coi suoi occhi quando l'avevano chiusa nella bara.
Non poteva essere che un sogno, quello, anzi un incubo; e allora bastava aprire gli occhi per ritrovarsi nel letto e tornare nella tranquilla realtà, dove però, purtroppo, la nonna non c'era più.
Se restava sul cornicione, invece, l'avrebbe incontrata la nonna, che da qualche parte era viva, dato che lo chiamava. Lui l'amava tanto che per tutto quel mese aveva sofferto come un topo nella trappola.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per rivederla, diceva. E adesso che il momento era arrivato, si voleva tirare indietro? Neanche per sogno! disse, ridendo soddisfatto per il bel gioco di parole che era riuscito a inventare, anche da addormentato.
Decise di rimanere sul tetto e si guardò intorno, ma le cose erano due: o aveva perduto la vista, oppure c'era una nebbia cane, perché intorno non si vedeva assolutamente niente. Forse era notte.
Forse era diventato sonnambulo e stava camminando veramente sopra al tetto.
Forse la nonna, che era viva, se n'era accorta e lo stava chiamando per salvarlo, per impedirgli di cadere di sotto. In questo caso sarebbe stato meglio svegliarsi subito.
Ma se la nonna era viva, perché la ricordava morta? E se era morta non poteva chiamarlo, a meno che non fosse diventata un fantasma. Era sicuro di non credere ai fantasmi, ma ciò poteva impedire loro di esistere?
Adesso non era neanche più sicuro di stare in piedi sopra a un cornicione, anzi era certo di stare sdraiato su qualcosa di umido e duro. Faceva molto freddo.
Certamente stava lì da molto tempo perché si sentiva le gambe paralizzate; forse si erano congelate completamente e gliele avrebbero dovute tagliare. Se non lo trovava nessuno poteva anche morire assiderato, come il fratello della nonna in Russia.
Nonna Carmela teneva una sua foto piccola piccola sul comodino e una candela sempre accesa. Prima di andare a dormire si inginocchiava lì davanti e diceva le preghiere; una volta, quando era piccolo, si era inginocchiato anche lui -per terra, non sul tappetino-, perché voleva provare lo stesso dolore dello zio.
Era stato lì fermo, finché le ginocchia erano diventate due blocchi di ghiaccio: così gli sembrava di aver dimostrato il suo grande amore per la nonna.
Stava per commuoversi, ma preferì essere realistico, riconoscendo nella paralisi alle gambe una sensazione tipica del sogno, quando vorremmo o dovremmo correre via ma non ce la facciamo, e ci vediamo immobili e impotenti davanti al pericolo.
Paolo, perché ti sei buttato giù? Bambino mio, perché lo hai fatto? Perché non ne hai parlato prima con me? diceva una voce lontanissma.
Buttato giù? Buttato giù da dove? -borbottò Paolo-allora sono morto anch'io, è per questo che posso sentire la voce di nonna.
Non si ricordava proprio niente e allora strillò: Nonna, io non mi sono buttato da nessuna parte, te lo giuro!. Ma dalla sua bocca non uscivano parole, bensì lucciole, che se ne andavano in su fino al settimo piano della casa, da dove veniva quella voce che lo chiamava.
Lui le seguì con gli occhi fino alla terrazza, dove c'era nonna Carmela che agitava le braccia e Lucia che singhiozzava: Perché, perché lo hai fatto? Ti sei ucciso per colpa mia, e invece io voglio bene solo a te, lo vedi? E intanto si strusciava contro Stefano, gli baciava i capelli, saliva sul motorino dietro a lui, come aveva fatto il pomeriggio prima davanti alla scuola, e lui l'aveva vista così bene, come li vedeva adesso sulla terrazza, seduti sopra al motorino verde ramarro.
Allora gli venne una rabbia così tremenda, così furibonda, che desiderò di poter salire lassù per prenderli a calci, e avrebbe cominciato a scalciare subito, se non fosse stato per quelle maledette gambe paralizzate.
Ma se non altro poteva gridarle tutto il suo disprezzo: Brutta cretina, pensi che io mi possa ammazzare a quindici anni per una stupida traditrice come te?.
Mentre diceva così, si ritrovò sul cornicione dove soffiava una bella arietta fresca e da lontano nonna lo chiamava: Paolo! Rientra, per favore!. Lui sarebbe pure rientrato, ma non aveva il coraggio di muoversi. Aveva paura di scivolare e rimanere attaccato alla grondaia, come Charlot in quella scena da panico, in cui guarda di sotto con gli occhioni stupefatti, e che ti vede? Venti piani più in basso, tuffate dentro a un baratro, delle automobili piccolissime che corrono su e giù.
Arrivato a questa inquadratura, Paolo chiudeva sempre gli occhi, quando gli facevano vedere il film a scuola.
Ma la sua situazione era migliore, perché stava ancora in piedi e aveva nonna che lo poteva aiutare.
Improvvisamente una finestra si illuminò proprio lì sotto: era aperta e ci saltò dentro, senza alcun rischio. La stanza in cui si ritrovò era completamente vuota, e così quella dopo e quella dopo ancora. Camminò per dodici stanze, tutte in fila, tutte vuote, tutte iluminate da una lampadina che pendeva dal soffitto.
L'ultima era piena di vecchie sedute, che lavoravano a maglia con un impegno feroce, e intanto muovevano incessantemente le labbra, con una coordinazione perfetta: era come se un'unica bocca rugosa gridasse Paolo, tu sei un ragazzo cattivo, mi farai morire di crepacuore!
E i ferri battevano all'unisono con le dentiere, producendo il rumore di un treno.
Dietro di loro si vedeva la luce tremolante di quattro candele; Paolo sapeva che là in fondo c'era distesa nonna Carmela e voleva vederla per l'ultima volta, ma appena cercò di avvicinarsi, una vecchia gli infilò un ferro nel braccio.
Lui sentì un dolore così forte che cadde per terra, ma non gridò, non pianse, per non farsi sentire da Lucia e Stefano. Li aveva scoperti che stavano scherzando, lui si era avvicinato e le aveva dato uno schiaffo, allora Stefano gli aveva mollato un pugno, la bottiglia di birra gli era caduta per terra, e lui c'era cascato sopra.
Adesso aveva una bella ferita sul braccio, e il maglione giallo che gli aveva fatto nonna era tutto strappato e sporco di sangue.
Lucia si inginocchiò subito davanti a lui, dicendogli tutta smorfiosa e patetica: Mamma mia, ti sei fatto tanto male? Dai, Stefano, portiamolo al Pronto soccorso!
Ma lui si alzò e non le diede neanche un'occhiata, andandosene tutto solo nella sera.
Arrivato a casa cominciò a salire le scale molto, molto lentamente: non aveva nessuna voglia di vedere la faccia che avrebbe fatto nonna Carmela a vederli ridotti così, lui e il suo maglione. E più si sentiva in colpa, più gli saliva una rabbia tremenda contro di lei, le sue manie di pulizia, e i suoi maglioni che gli toccava portare, mentre avrebbe preferito comperarli, come facevano tutti i suoi amici. Quando fu davanti alla sua porta fece un sorriso amaro e proseguì, superò il quarto piano, il quinto, il sesto, e si trovò sulla terrazza: non gli restava che buttarsi.
Scavalcò la ringhiera e stava camminando sul cornicione, quando sentì nonna Carmela che lo chiamava: Paolo! Rientra, per favore!.
Era stufo di quella storia, perciò decise di svegliarsi immediatamente, si alzò dal letto e andò in camera della nonna: era l'unico modo per sapere se era morta davvero.
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