FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PAOLO E NONNA CARMELA

Fernando Guidi




Paolo! Rientra per favore, urlava nonna Carmela. Lui sarebbe pure rientrato. Stare su un cornicione al settimo piano e soffrire di vertigini non è il massimo della vita. Solo che c'era un problema. Nonna Carmela era morta da un mese d'infarto e l'aveva vista coi suoi occhi quando l'avevano chiusa nella bara.

Mi piace la nonna! E' pimpante, burbera quando urla, ma buona dentro, mi vuole bene! Mi prende in collo, mi racconta storie, le sue storie, fiabe moderne di dolori, patimenti -li chiama lei -morti, spari, suicidi, abbandoni, lacrime... le sue storie. Oggi non importa essere molto vecchi per avere di queste storie da raccontare, basta vivere venti anni, inciampare nei figli e poi nella scuola, nel lavoro, in un'anonima città, e tutto si svolge come non vorresti.
Ad esempio la morte, quale morte?, quella degli altri, perché la nostra non la conosceremo. Ad esempio la morte di un bambino, per un bambino, cos'è?
Un film alla televisione dove quando lo spettacolo finisce, tutto ritorna normale, come prima.
Il dottore, l'ambulanza, l'ospedale, i tubi attaccati alla nonna, il prete, le lacrime della mamma, il lenzuolo che copre la testa, i fiori, i ceri, la bara, il funerale, la fossa scavata al cimitero, la nonna sotto terra... tutto un film.
Paolo! Rientra... urla la nonna. Ma certo! Paolo era uscito un momento a prendere una boccata d'aria e non pensava proprio di essere in pericolo lassù in alto, sul cornicione del settimo piano. Era un luogo molto frequentato dagli eroi televisivi, e poi la zoomata sull'asfalto, laggiù, fra le auto che si muovono come lumache... vuoi mettere! Attento! Le vertigini. Quell'ebbrezza che ti fa venir la voglia di provare a camminare nel vuoto, di provare a sbattere le braccia, come un gabbiano. Un gabbiano in città, mah!, il vuoto mi ha dato veramente alla testa. Ma poi un gabbiano, che cosa è? Un uccello, d'accordo, ma che forma ha? Paolo si lambicca il cervello ma non ricorda che nelle storie della nonna ci fosse un gabbiano, degli uccelli si, ma senza nome, solo con le ali e scuri che volavano alto e facevano una grande ombra. Già, era allora che Paolo si rannicchiava ancora di più tra le braccia di nonna Carmela.
Ma la storia dei bambini per la strada, in fila indiana, faceva ancora più paura a Paolo tanto che non riusciva a trovare nemmeno un angolino sicuro tra le pieghe sgualcite del vestito della nonna.
I bambini in fila erano usciti da una casupola bassa tra alti condomini, erano guardati a vista da due grandi donne, non dovevano scendere dal marciapiede; ogni pochino venivano richiamati: Andrea non le dare a Carlotta, state fermi e guardate dove mettete i piedi; Gianni togliti le dita dal naso, lo dirò alla tua mamma; Paolo... (oddio c'è un bambino che si chiama come me, chissà che cosa ha fatto, ora!) attento a non pestare quella cacca!; Mariuccia non restare indietro, ci sono gli uomini blu che prendono tutti i bambini che camminano soli... Poveri piccini, vivevano un incubo. E poi auto che strombazzavano, semafori che cambiavano colore ogni momento, enormi figure che ti sorridevano immobili dai muri, rumori da destra, rumori da sinistra, davanti, dietro, sopra, sotto. E le corse su quelle striscie bianche per non farsi prendere dalle auto di passaggio... poi finalmente degli alberi, un giardino, un prato, delle gabbie, gli animali, una buffa specie di cosi, alcuni somiglianti agli uomini ma più pelosi e alti, con quattro mani che volevano toccare i bambini, ma non ci arrivavano. E quei bambini continuavano a essere trascinati in fila per i vialetti di quello strano parco, fino ad essere immersi in un bianco batuffolo filato che appiccicava tutte le dita e quei visini spauriti, mentre le guardie già rimettevano in fila i più grandicelli per l'incubo del ritorno. Finalmente la casupola, è quasi il crepuscolo ed altri grandi vengono a riprendere i piccoli, ma sparpagliati, uno o due alla volta. Nonna Carmela finiva la storia con orribili resoconti di ciò che aspettava i bambini al rientro nella loro casa raffigurate come grosse scatole per riparare dal caldo, dal freddo e dove avveniva di tutto: urla, rumori, frastuoni, litigate, battaglie, vincite, perdite, rituali sempre uguali, insomma una noia da incubo.
Ma io nonna -chiede Paolo -non sarò mai preso, vero dalle donne grandi!
Carmela guarda fissa davanti a sé e sospira, ma non risponde al piccolo fagottino indifeso, ricordando quel giorno quando tornò a casa con le scarpe sporche di cacca di cane. Inizia, invece, un'altra storia delle sue.
Un giorno, da bambina, mentre vagavo per la città, ho incontrato uno gnomo, o meglio la femmina di uno gnomo, una gnoma. Mi ha presa per mano e mi ha condotta a scoprire il loro mondo fantastico. Siamo entrati nel cavo di un albero dove c'era ad aspettarci uno gnomo con la lunga barba bianca che mi ha porto il benvenuto spiegandomi perché ogni tanto salgono in superficie per catturare un bambino o una bambina (anche se queste ultime sono più difficili da trattare perché troppo scettiche, non credono sempre a tutto ciò che vi è nel mondo sotterraneo!): devono convincere la razza umana che gli gnomi esistono ancora e che sono degli esseri utili anche agli altri abitanti della terra. Mi hanno fatto visitare la loro casa, veramente minuscola, ma con tutto l'occorrente; poi mi hanno portata nella stanza del sapere, cioè in una stanza con tanti libri e su di ognuno c'era scritto chi sono le persone più buone del mondo umano. Gli gnomi hanno la facoltà di conoscere tutti i segreti degli uomini perché riescono a leggere i loro cuori e scoprire così chi veramente vuole bene oppure no. Mi raccontano di storie tristi, dove bambini buoni non possono volersi bene perché non si trovano vicini l'uno all'altro, o perché sparsi per il mondo, o perché, anche se vicini, non riescono ad incontrarsi nel modo giusto. I bambini che più soffrono, mi dice la gnoma, sono quelli che si sono conosciuti da piccoli, all'asilo e devono tenere nascosta la loro amicizia per paura dei grandi: costoro si consumano inutilmente l'esistenza nel tentativo di trovarsi un solo momento, per giocare, per donare tutto l'affetto accumulato dentro, ma proprio perché è un desiderio troppo intenso, se riescono ad incontrarsi ai giardini condominiali, per esempio, non esprimono ciò che veramente sentono perché circondati dalle regole dei grandi e quindi doppiamente condannati a voler bene e non poterlo dimostrare. Io chiedo se esiste una soluzione a questo problema, ma il saggio gnomo mi dice che l'uomo è spesso malvagio e non può o non sa cosa sia l'amicizia, l'amore vero: non è certamente quello di trovare una compagna e viverci insieme tutta la vita creando dei figli e così, in pace con la coscienza, credere di essere l'impersonificazione dell'amore. I figli vanno amati e aiutati ad amare, a coltivare amicizie.
Ma l'amicizia cos'è, chiedo agli gnomi.
Secondo la sapienza degli gnomi l'amicizia è:
-riconoscere l'altro come amico
-donarsi all'amico
-rispettare l'amico
-saper ricevere dall'amico
-precedere l'amico nei suoi desideri
-sentirsi uniti ma liberi allo stesso tempo
-non rimpiangere altro di ciò che ti viene dato
-voler bene con l'anima oltre che con il corpo
-accorgersi di quando la nostra amicizia non è più sufficiente all'altro
-saper riconoscere di essere egoisti.
E chissà quanto avrebbe continuato il saggio gnomo, se io... non mi fossi svegliata.
Purtroppo anch'io -mi resi conto -non ero stata ritenuta degna di entrare a conoscere il meraviglioso mondo degli gnomi!! E più che altro di sapere se mi aspettava una vita di amicizie, di amore o no.
Chissà se mi capiterà mai un'altra occasione?
Paolo! Rientra per favore, continuava ad urlare nonna Carmela.
E Paolo non riusciva a capacitarsi come era finito lì, così in alto, con tutta la paura che lui ha sempre avuto dell'altezza: gli girava la testa solo a pensarci; non aveva il coraggio di guardare giù per vedere il luogo dove si trovava, per capire se lo conosceva già, se vi era stato in precedenza e si ricordò con terrore di un'altra occasione come quella quando la mamma lo aveva sorpreso, poco tempo prima, affacciato al balcone, nell'intento di spiccare il volo come aveva visto fare ad un eroe dei cartoni animati. L'ebbrezza di provare qualcosa di insolito lo aveva tentato e si sentiva leggero mentre saliva sulla sedia appoggiata alla ringhiera e vedeva davanti a sé uno sfolgorio di luci, di un mondo magico pieno di suoni crudeli, di sciabolate colorate, di raggi laser che ti si stendevano davanti per salirvi sopra e andare, andare, all'infinito, in compagnia di bambini vestiti da grandi, di grandi vestiti da bambini, in un turbinio megagalattico da farti girar la testa... fermo, cosa fai? aveva urlato la mamma dietro di lui, prendendolo per le spalle e suonandogliele per bene, metterlo a letto e urlare: Ma non si può stare mai in pace con te, sei un bambino tremendo, potevi morire, che dolore sarebbe stato per la mamma!... non ti rendi conto di cosa hai fatto?
Un incubo era stata quella notte per Paolo!
Figure di donne, grandi e nere, erano apparse nella stanza da letto e circondato il lettino cominciarono a brontolare il bambino per quello che aveva fatto: la tua mamma fa tanti sacrifici per te... non ha mai un attimo di tempo per sé... va al lavoro la mattina presto e fino a sera inoltrata non ritorna a casa... prepara tanti bei sofficini come piacciono a te... ti porta sempre nei migliori negozi di vestiti per bambini... ti compra i più grossi giocattoli che ci siano... Ingrato!
E Paolo si era messo a piangere, ad urlare di non voler far patire la mamma, che non era vero quello che dicevano quelle donnacce nere, che da domani avrebbe fatto tutto quello che la mamma diceva, finché una mano sulla sua testa lo calmò. Nonna Carmela era andata a vedere cosa aveva da agitarsi tanto quel bambino nel suo letto, fra mura amiche e protetto dalla presenza della famiglia che lo adorava.
Paolo allora si svegliò e guardando quell'angelo sceso dal cielo a rassicurarlo comprese qual'era la strada verso la felicità eterna e sussurrò alla nonna morta il giorno prima: Solo con te mi sento sicuro!
La mattina seguente il netturbino, assieme alle cartacce sparse dal vento della notte, raccolse anche un fagottino scomposto caduto dal terrazzo del settimo piano e lo riportò alla madre che piangeva, invano, la scomparsa del suo adorato Paolo.
Paolo! Rientra per favore, questa volta la voce di nonna Carmela si perse tra le fronde dei cipressi di quel piccolo cimitero in collina, ma Paolo scese con un salto leggero dall'alto dell'albero più grande e si incuneò nella terra ancora smossa per ritornare tra le fredde pareti della bara bianca a scaldare quella della nonna, lì vicino.
I parenti, straziati per l'immane disgrazia che era loro capitato, avevano deciso di riunire quei due corpi che in vita si erano così capiti e fatto compagnia, affinché per l'eternità più nessuno avesse a separare ciò che l'amore, l'affetto, l'amicizia aveva sulla terra unito.



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