FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PASSI
Riccardo Tommasini
Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono. Apri gli occhi. La stanza è in penombra. Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota. Cerchi con la mano l'interruttore della lampada sul comodino...
Lo trovi. Lo premi.
Niente.
Lentamente ti metti a sedere, e un sapore amaro e pastoso in bocca ti racconta che ieri sera hai bevuto, molto. E pensi all'ultima volta che hai detto: non voglio più ubriacarmi. Questa volta però lo pensi sul serio.
Seduta sul letto, sotto i piedi senti qualcosa: la tua gonna, diresti al buio, e sotto la tua borsetta. Nella borsetta l'accendino, e un gesto abituale ti porta alla bocca una sigaretta, la prima di oggi. Devo smettere di fumare, ti sei detta centinaia di volte, accendendo centinaia di sigarette. Ma non importa, non è lì la questione.
Improvvisamente si apre una porta in una parete buia, la luce di un lampadario ti acceca.
Buon giorno, dice un'ombra in controluce, il caffé è pronto.
Finalmente cominci a ricordarti di ieri, e riconosci l'uomo che si avvicina e ti sorride: Marco.
O forse Carlo.
Che diavolo ne sai, era pieno di gente e pieno di nomi, ieri sera.
E improvvisamente ti senti nuda, di fronte a un viso senza un nome. Se avessi sedici anni lo chiameresti imbarazzo, vergogna forse, e non riusciresti neanche a rispondere. Ma non hai più sedici anni.
La luce non funziona dici invece, con un vago cenno della testa.
Poi ti senti stupida, fuori posto, sbagliata. Perché Marina?
Ti dici che lui non c'entra; o forse sì, c'entra, ma non vuoi dargli tutta questa importanza, vero?
Meglio rivestirsi in fretta, slip reggiseno calze gonna camicetta borsetta tacchi alti. E scappare.
Potresti chiedergli cosa hai fatto ieri sera, ma l'odore che avevi addosso stamattina non era il tuo, e in fondo i dettagli non importano. Forse a lui dispiacerebbe, sapere che non eri lì, stanotte. Anche se probabilemente lo hai stretto, e gemevi, non c'eri, e lo sai solo ora, solo tu. Lasciagli pure il ricordo di quella notte così come l'ha vissuta lui a questo Marco, o Carlo, tanto tu eri altrove, poco importa dove. Poco importa se da sola.
Ti avvicini alla porta, ti ascolti mentre reciti una vecchia frase Scusa, devo scappare, faccio tardi al lavoro. Non fa niente se non sai nemmeno che ora è. Marco (Carlo?) non riesce nemmeno a dirti che oggi è Domenica. Solo un debole Ci rivediamo?
Cristo, ma perché ti vogliono sempre rivedere? A te che adesso ti senti sporca, arrabbiata e stupida, che non sei nemmeno sicura di averlo visto prima di stamattina, questo Carlo, o Marco.
Certo rispondi invece, e hai già il passo fuori dalla porta; ti chiamo io però, ho molto da fare nei prossimi giorni.
Ti scrivo il telefono
Dimmelo, che lo ricordo gli urli mentre scendi le scale, quasi inciampi. E dopo aver sentito qualcosa, forse un numero, gli gridi: Va bene, ti chiamo, ciao Carlo mentre sbatti il portone.
Non lo puoi sentire mentre sottovoce risponde Maurizio...
E' una luce fredda che ti accarezza la pelle stasera, tra i divanetti di questo locale gonfio di rumore, velluto e bei vestiti. Aria un po' fumosa, bicchieri mezzi vuoti di liquori colorati, profumi e odori che si incrociano, si abbracciano, si fondono e si respingono. E' un movimento leggero, un incrocio di gambe che ti alza un poco la gonna, e allaccia gli sguardi sulle calze velate, sui tacchi alti. Quando è stato che hai imparato ad attirare quegli sguardi? E quando hai imparato a disprezzarli, a trascurarli come pesci troppo piccoli caduti nella rete di un pescatore troppo esperto? E chi ti ha insegnato a farlo, ricordi?
C'è stato un momento, Marina, un giorno, quando qualcuno ti ha spiegato cosa volevi dalla vita. Ti ha spiegato cosa tu volevi dalla vita, e tu hai detto sì, hai ragione, è vero. Non è folle, Marina? Non è pazzo?
Ma gli hai detto sì, hai ragione, è vero. E lo hai seguito, perché era tutto quello che avevi sempre desiderato. E da allora tutto è diverso, è nuovo, è colorato, è ricco.
Da allora è un mondo di sfarzi, di lussi, di feste a cui andare sempre sola, e da cui uscire sempre in compagnia. Ed era un mondo nuovo, ed ora è tutto il mondo, l'unico mondo, non c'è più nient'altro, dov'è finito tutta la tua vita passata? Dove? Ma è mai esistita, o è solo quel vago ricordo, come un vicolo nebbioso che hai visto di sfuggita, come di un posto dove credi di essere stata, ma forse non sei stata mai? Mentre ora non è mai la stessa macchina, mai gli stessi abiti, mai gli stessi alberghi, mai la stessa persona. E' solo quel cancro che senti nello stomaco la sera, fino a che non hai bevuto abbastanza, che non cambia. E' solo la confusione del mattino, la voglia di correre, scappare, strappare, che riconosci sempre.
E' il ricordo di una voce che dice ad altre voci fa sempre così, poi beve un po' e si lascia andare che ti torna in mente ancora, e di nuovo ti accompagna il bicchiere alle labbra, perché anche se fa schifo, è l'unica medicina per stasera. E se berrai abbastanza, non sentirai più niente, lo sai. E tra qualche ora sarai già altrove, chissà dove, chissà con chi, a levarti finalmente questi maledetti tacchi alti.
Ma qualcosa dovrà pure cambiare, prima o poi. Dovrà pure arrivare qualcuno, a portarti via, ad offrirti qualcosa di vero, a prenderti e tenerti con sé, e proteggerti da quell'ansia fredda che ti leva il respiro quando ti guardi allo specchio, quando ripercorri i tuoi lineamenti come se cercassi di ricordarti dove hai già visto quel viso, di chi era. Verrà qualcuno a cambiarti il mondo, a cambiarti la vita.
A volte ti si siede a fianco un uomo, come adesso, e sai già cosa succederà: ti volterai verso di lui, e lui sarà lì, sorridente e sicuro, convinto che tu sia lì per lui e lui sia lì per te. Quante volte è successo? Quante? E ogni volta speravi che fosse l'ultima che ti voltavi per fissare gli occhi di un nuovo sconosciuto, di un altro nome che avresti scordato in fretta. Voltati Marina, fai la tua parte anche stasera, prima o poi verrà qualcuno a prenderti.
Buon giorno, è un buon giorno questo, vero? Ti allunghi ad accendere la luce. Niente. Non riesci proprio a ricordarlo mai, che quella luce non funziona, vero?
Non fa niente, ti alzi di scatto e vai sicura nel buio verso la finestra, a scostare le persiane. Ormai la conosci questa stanza, Marina, e questa casa, e soprattutto lui, ormai lo conosci.
Ti voleva rivedere, e ti ha cercato quella sera, Maurizio, e ti ha trovato. E ti ha portato via, ci avresti mai creduto?
Tu ti sei lasciata andare, e quando lui ti ha spiegato che lo stavi aspettando tu hai risposto sì, hai ragione, è vero. Non è folle, Marina? Non è pazzo?
Quella sera lo hai seguito, ed ora Maurizio si prende cura di te, ti pensa; non sei più sola, Marina.
Come hai sempre desiderato, come hai sempre pregato. Lui ti fa sentire sua, si ricorda sempre di te, ti ama con passione, ti scalda con dolcezza. E mentre prepari il suo caffè non riesci a fare a meno di sorridere, di pensare a quanto sei fortunata. Sì, ora la vita finalmente va come la vuoi.
Non esci più da sola la sera, ora entri nei locali con la testa alta, la tranquillità di chi non ha bisogno di niente; ora non hai più nessuno da cercare, e nessuno da cui difenderti. Ora sai già, finalmente lo sai, dove sarai domani, con chi, a fare cosa. Inutile anche chiedersi perché.
Ora sorridi, sei felice, non hai più paura. Non ne avrai più.
Non fare così, Marina, è stata solo una serata storta, tutto qua. Non te la devi prendere, capita a tutti. Lui ha avuto una giornata difficile, e tu eri un po' nervosa. Poi in quel locale c'era un baccano d'inferno, e forse avevi bevuto un po' troppo, e quei maledetti tacchi alti ti facevano male.
Niente di tragico, solo uno screzio, un'incomprensione, capita a tutti di urlare, quando si è nervosi, e poi si è scusato, era dispiaciuto, ti è venuto a cercare.
E' tutto a posto ormai, tutto rimediato.
Tutto come prima.
E non fare caso a quello strano malessere che senti alla bocca dello stomaco, sei solo stanca. Dormi ora, dormi tranquilla, e domani sarà un giorno nuovo, bello come ieri.
O forse è questo che non ti fa dormire, Marina? Ogni giorno è sempre bello come quello prima, ormai. E quello prima era bello come quello precedente, e come quello prima ancora, un'interminabile collana di giorni sempre uguali, sempre luminosi, sempre lieti e leggeri.
Non era questo che volevi?
Cos'è che ti geme dentro allora, cosa significa quello strano scricchiolio che fanno i tuoi pensieri, cosa sono quelle fessure che si aprono nella tua certezza di essere felice, nella tua nuova serenità? Non ricordi già più come eri, ieri? Quando nei locali arrivavi sempre sola, sempre timorosa, sempre con quella maschera di finta allegria che ti proteggeva il volto? Non è più così, ora, ce l'hai fatta. Maurizio ti ha portato via, in un'altro mondo, in queste nuove sicurezze, e presto avrai una casa tua, una famiglia tua, e non ti dovrai più preoccupare, finalmente basta timori, basta ansie, basta possibili diversi futuri: ormai una strada ce l'hai. Dormi ora, riposa, domani è un'altro giorno di quest'altra vita che ti hanno regalato.
Cosa c'è Marina, sei nervosa? E' normale, è una serata importante, l'hai capito vero? E' questa la sera, è tra poco che accadrà, ormai sei sicura. Sarà stasera che lui ti spiegherà che avete tutta la vita davanti, e che la passerete insieme. Sarà stasera che tu risponderai sì, hai ragione, è vero. Non è folle, Marina? Non è pazzo?
E mentre cerchi di dimenticare i tacchi alti che ti fanno male, ti sforzi anche di non sentire quel cancro allo stomaco, quella leggera nausea di esistere che ti opprime la mente.
Ma perché Marina? Non è questo che hai sempre aspettato? Non è questo che hai sempre voluto per tutti questi anni?
E allora perché non sei felice? Perché tremi? Perché hai paura, adesso?
Perché lentamente ti guardi intorno in questo locale troppo chiassoso per essere allegro, troppo colorato per essere gioioso?
E stasera per la prima, la primissima volta, le vedi. Stanno sedute come te, parlano come te, sono eleganti come te. Molte di loro sono arrivate qui da sole, e stasera se ne andranno con qualche nuovo sconosciuto, sperando che sia l'ultimo nuovo sconosciuto. Altre, più fortunate, l'hanno già incontrato.
Inizia a girarti la testa, adesso, e in mezzo a tutte queste altre Marine, non riesci quasi nemmeno più a capire quale sei tu. Ora leggi sui visi di ognuna le medesime tue decisioni, le identiche tue scelte non tue.
Avresti dovuto riconoscerle prima, tutte queste compagne di viaggio.
Compagne di un viaggio mai partito, sedute come te su un molo di un porto nebbioso, e per anni, vedendo tutte quelle navi che ti si muovevano intorno, hai sempre pensato che anche tu stessi per salpare, avessi una tua meta.
Ma niente è cambiato, vero? Non è passata quella nausea di sentire, di sentirsi, quella vertigine sconfinata di cui adesso inizi a vedere la ragione.
Non sei mai andata da nessuna parte, non lo hai mai iniziato il tuo viaggio, Marina.
Ti sei solo messa in fila per salire su una nave guidata da qualcun altro, con compagni scelti da qualcun altro, verso mete che nessuno ha mai chiesto se fossero le tue.
Hai stracciato il primo biglietto che ti hanno offerto, e solo ora, per un attimo, solo per un attimo, ti rendi conto che non sai dove sei, che non l'hai chiesto tu, di essere lì, come non hai mai chiesto di essere altrove.
Forse è troppo tardi, sai Marina? Troppo tardi per pretendere di essere tu a guidare, per riprendere in mano le briglie, per decidere, tu sola, cosa fare domani, dove essere, dove puntare.
E' passato tanto tempo, hai fatto tanti errori, o forse non ne hai fatto nessuno, e quello è stato l'unico grosso sbaglio, l'unica sfortuna.
Adesso sarebbe troppo difficile tornare indietro, chiudere le porte per lasciare fuori così tanti anni spesi invano, tutti quei giorni che nemmeno ricordi; sarebbe difficile tentare di scoprire, solo ora, come si guida la tua nave, trovare una destinazione che sia la tua senza avere nessuna idea di dove possa essere.
E' troppo rischioso, sai Marina? E' troppo faticoso, sarebbe come rischiare tutta la vita. Per la sensazione di un attimo.
E' questo che pensi mentre Maurizio lentamente ti porge una scatoletta, lucida, in cui ha rinchiuso un anello che, ora l'hai capito, non è più il simbolo della sua promessa, ma della tua.
E' a questo che pensi, mentre ti alzi ed esci dal locale, senza spiegare: come potresti?
E' a questo che pensi mentre inizi a camminare fuori, verso una meta che non conosci, che forse non esiste, seguendo quello che probabilmente è solo un tuo errore. Ma tuo.
E per la prima volta senti la strada scorrere sotto ai tuoi piedi nudi; i tacchi alti li hai lasciati in un bidone, dietro alle spalle.
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