FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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R. F.

Riccardo Flaim




Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono. Apri gli occhi. La stanza è in penombra. Ma la luce è sufficiente per farti capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota. Cerchi con la mano l'interruttore sul comodino...

..., lo trovi, accendi e ti guardi intorno. Non puoi credere ai tuoi occhi: giaci su un immenso letto a forma di cuore, tra le mani stringi ancora l'interruttore a forma di cazzetto della abat jour setata. Appena te ne rendi conto lo lasci andare con un moto di repulsione e la tua attenzione si fissa sulle mani: non sono le tue mani, quelle due pagnottelle bianchicce e grassottelle: sono mani di donna e tu non sei una donn... Oh mio dio: le tue mani si tuffano rapidissimamente sotto le lenzuola beige mimetico, frugano tra le gambe e realizzi immediatamente che al posto del tuo sesso c'è... c'è... l'orrenda ferita. Non hai mai avuto molta simpatia per l'articolo. Lo hai sempre accuratamente evitato. Tu non sai niente di grilletti, grandi e piccole labbra, clitoridi, orgasmi multipli eccetera. Insomma: la fica questa sconosciuta. Fai risalire le pagnottelle lungo due fianchi rotondeggianti e cellulitici fino ad arrivare al petto. Ti ci soffermi con un briciolo di curiosità: per quelle per lo meno non provi repulsione, anche se non ne sei certa visto che le ultime che hai toccato sono quelle di tua cugina più grande, trent'anni prima e poi quelle non avevano niente a che vedere con questi due enormi parabordi. Stai pensando che se la tua condizione non cambierà entro le prossime ventiquattr'ore, la tua naturale propensione per l'igiene personale ti costringerà, a spiacevoli incontri ravvicinati con l'orrenda ferita. Visto che ce l'abbiamo, pensi, vediamo almeno di tenerla pulita, che non faccia infezione. Ora stai piangendo e pregando, ma naturalmente non è la tua quella voce querula e petulante. Insopportabile. Provi a ridere ma l'impulso successivo nell'ascoltare quello starnazzare è il suicidio. Meglio non fare niente, tentare di calmarsi, mettersi supina, chiudere gli occhi, e riaprirli il meno possibile. Decidi di fare così, ma dopo cinque minuti senti qualcosa di caldo e viscido che ti cola tra le gambe. Sorprendentemente il tuo cervello realizza all'istante che hai "le tue cose" e che non hai messo il salvaslip. Ti stai già immedesimando nel personaggio. Preoccupante. Apri gli occhi per raggiungere il bagno ma quello che vedi ti paralizza all'istante. Il soffitto è completamente rivestito di specchi che ti risputano addosso la tua immagine con agghiacciante dovizia di particolari. Sei alta circa un metro e un cazzo. Sei dotata di quattro pagnottelle dalle unghie laccate di rosso poste ciascuna all'estremità delle tue bracciotte e gambotte. Due gigaglobi di silicone rivestiti di vera pelle sovrastano un immenso culo, che ti osserva terrorizzato da lassù. Ti stai chiedendo come sia possibile, poi realizzi che quell'enorme culo... è la tua faccia. Con le pagnottelle di cui sono provvidenzialmente provvisti i tuoi arti superiori sposti le due bocce di silicone un po' più in basso e, per la prima volta, ti guardi in faccia. E' incredibile: sei S. M. nota presentatrice televisiva della serie "riciclo", ex attrice, ex show girl degli anni sessanta, ex bella donna, ex tutto, neo aliena della chirurgia plastica: sei una cessa pazzesca. Cominci a piangere disperatamente. Ti chiedi come possa essere accaduta una cosa simile, tenti nuovamente di ricordare, di capire in quale momento si sia innescato questo meccanismo infernale. E' inutile. Ti ricordi solo di una sfilza di giornate tutte terribilmente uguali e monotone. Casa, ufficio, mensa, ufficio, mensa, casa. Punto. Il rivolo tra le tue gambe continua a scorrere: le lenzuola sono rosse di sangue. Ti chiedi come sia possibile che S. M. abbia ancora le sue cose. Concludi, dopo un rapido calcolo, che non è possibile che le abbia e quindi vuol dire che S. M. -cioè tu-stai morendo di emorragia... dissanguata... Pensi che in fondo della vita di quella ciofeca ti sei proprio beccata gli scarti degli scarti. Ormai sei quasi rassegnata. Chiudi nuovamente gli occhi. Aspetti paziente che il tuo destino si compia. Passano i minuti, forse una mezzoretta. Schiacci un pisolino. Riapri gli occhi. Sei ancora viva. Tanto vale andare in bagno a darsi una rinfrescata. Trascini i tuoi stanchi passi in direzione di quella che supponi essere la porta del bagno. Oltrepassi la soglia, adocchi un bidè a forma di labbra schiuse, lo riempi di acqua tiepida, ti ci siedi sopra, inspiri profondamente, strizzi gli occhi e inizi a lavarti. La tua mano sta toccando qualcosa: al tatto ti sembra un neo o forse una grossa verruca. Abbassi lo sguardo e lo vedi: piccolo, molle, schifoso: un cazzetto. Ti guardi le mani, ma ti sembra che siano più o meno uguali a prima, eccetto per la lacca rossa sulle unghie che non c'è più. Capisci però che qualcosa è cambiato, cambiato di nuovo. Sollevi di scatto la testa e ti vedi riflesso da tutte le parti. Sei G. M. noto intervistatore notturno della serie sopor-depressiva. Hai torchiato attrici e attricette, hai torturato i telespettatori più inermi: quelli che si addormentano davanti alla tivù perché troppo stanchi per andare a letto. Sei un essere inutile oltre che sgradevole alla vista e al tatto. Cominci a pensare che forse era meglio essere S. M.: almeno quella fa ridere. Ti alzi dal bidè e decidi di tornare a letto. Hai bisogno di riflettere, di capire quello che sta accadendo. Hai bisogno di trovare una spiegazione, magari falsa, anzi, possibilmente falsa, perché sai già che la verità sarà troppo tragica da accettare, forse fatale. Quando attraversi la soglia del bagno osservi, con rassegnata indifferenza, che la camera da letto nel frattempo si è completamente trasformata: un verecondo lettino singolo piange la sua disperazione nell'angolo della stanza. Poco più in là c'è un tavolo coperto da una miriade di vasetti colorati: brillantina, gel per capelli, effetto seta, effetto velluto, effetto rutto... Ne senti uno che ti sta gonfiando la pancia, che si arrampica lungo l'esofago, che ti tende le guance. Non puoi più trattenerlo e così lo lasci sfuggire dalla bocca. Ed eccolo lì, che ti vola intorno nella sua aura agliosa, quasi volesse dirti qualcosa: un messaggio del tuo subcosciente. Con la punta del naso cominci a inseguirlo, lo individui, inspiri forte, ed ecco che alla tua mente si affaccia nitidissima un'immagine: sei tu, la sera, di fronte al televisore, sprofondato sul vecchio divano come una cozza nel cozzaio. Un brivido di paura ti adrenalizza la spina dorsale perché senti che ti stai avvicinando alla verità. Sei sempre più nervoso. Cominci ad andare avanti e indietro per la stanza accumulando passi frettolosi. Inavvertitamente urti contro il tavolo, alcuni barattoli rotolano per terra, uno si apre e vomita fuori una piccola lava di gel naturel de coiffage, ci piazzi sopra il piede nudo e decolli per poi atterrare rovinosamente di culo. Ora sei seduto per terra come un bambolotto rotto mentre la tua pancia sta ricominciando a gonfiarsi. Altro messaggio in arrivo, pensi. Dapprincipio speri di poterlo soffocare, ti illudi di poterlo ricacciare dentro, di relegarlo alla tua incoscienza viscerale, ma infine la curiosità ha il sopravvento ed eccoti lì, con la bocca spalancata, in attesa del verdetto che non tarda ad arrivare: di nuovo vieni avvolto dall'immagine di te sul divano di casa di fronte alla tivù. All'inizio ti sembra che la scena sia sempre la stessa, ma poi ti rendi conto che qualcosa cambia in continuazione: quel qualcosa sei tu. Sei tu che invecchi, mentre lei continua a schiamazzare pimpante, a emettere bagliori sempre più colorati che si proiettano sulla tua faccia verde. Non un amico, non una donna, non una cena, non un criceto, non una festa, non un libro, non un fiore, non un pensiero, non un sorriso, non una pera, non una telefonata. Niente. Per un istante chiudi gli occhi e quando li riapri non sei più nella scena. Non esisti più. L'inquadratura è tutta per lo schermo del televisore: stanno dando il programma che hai visto la sera precedente prima di addormentarti sul divano: "Tu come noi, stella per un giorno, e, se hai fatto il bravo, per il resto della tua vita". L'inquadratura ora è piena zeppa delle capsule sorridenti di S. M., poi è la volta di G. M. a sua volta valorizzato da un artistico primo piano di un grosso pezzo di forfora che gli pencola dalla testa. Tra scrosci di applausi assordanti e grida isteriche alla "OK, il p. è g." cominciano a sfilare le labbrute più famose degli anni novanta. Ci sono tutte: la A. P., la V. M., la F. D., la C. R., la E. C., la G. H., la I. S., non finiscono mai, sono inesauribili, sono come dei virus riccamente agghindati nei loro abiti di G. V. di V. di D&G; di M. di J. P. G. di D. K. N. Y. di Y. S. L... Seguendo le istruzioni di S. M. e di G. M., si dirigono favolose e sinuose verso il vincitore di "Tu come noi, stella per un giorno, e, se hai fatto il bravo, per il resto della tua vita", lo circondano, applaudono forte, sempre più forte, più forte ancora. Tu gridi disperato, ma il tuo urlo non esiste, è muto. Troppo tardi.



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