FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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NON RICORDI
Dean Buletti
Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono. Apri gli occhi. La stanza è in penombra. Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota. Cerchi con la mano l'interruttore della lampada sul comodino...
Clic. Ti bruciano gli occhi. Rimani immobile ad osservare il breve panorama di dettagli nuovi. Un muro mai visto, un armadio che ti sta piantato davanti, le tue scarpe rovesciate sulla moquette. Vorresti scivolare indietro nel sonno, ma la tua attenzione s'è già arpionata a questa stanza. E' una musica, quella che t'ha accompagnata nella veglia. Da dietro il muro. Cerchi di ricordare, ma ti pesa la testa. Spegni la luce. Dunque: c'erano Silvia e la Titti, quella scema. Ti son venute a prendere già brille. Certo che la Titti quando beve è meno insopportabile. E anche più donna. Ti gorgoglia la pancia, forse ti verrà un po' di diarrea. Hai proprio bevuto tanto, ieri sera, piccola. Quella musica l'hai già sentita, ma si confonde coi rumori di strada e altri ricordi. La Titti voleva andare alla festa di compleanno di uno. Silvia no, diceva tutti lì a chiacchierare in quattro metri cubi di fumo e musicaccia. E birra del discount. La luce che passa dalle tende ti dice che non è poi così tardi. Hai così sonno e così voglia di ricordare. Silvia detesta gli studenti, lei passa le giornate in ufficio, buongiorno ragioniere e sorridere. Voi no, dice, potete ancora pensare che è la vita a dovere qualcosa a voi e non viceversa. E' musona, Silvia. Dovresti pure alzarti per fare la pipì, ma ti senti tutta indolenzita. Come quella volta che sei stata con Giulia a pogare al concerto delle Mutande Morte, che fuori. E il giorno dopo a contarsi i lividi. Ti scappa da ridere, ma non devi, ché ti scappa la pipì. Devi proprio andare. La mano torna all'interruttore. Clic. Ma la luce non ritorna. La lampadina si dev'essere fulminata. Proprio adesso. Ha fatto un piccolo rumore. Tanto non ce l'avresti fatta, ad alzarti. E poi neanche sai dov'è il bagno, qui. Torni con la mano verso la faccia, ti sfreghi gli occhi per chiarirti le idee. Ti puzzano le dita di fumo e pure i capelli. Aveva ragione Silvia. Quattro stanze ammobiliate con la roba che la gente butta via, venti persone ammassate a grappoli su divani sfondati e per terra. E birra del discount. Questa stanza invece è più preziosa, anche più ordinaria però. Forse a Silvia piacerebbe. Ci doveva essere gente che conoscevi già, ieri sera: le hai perse di vista subito, lei e la Titti. Tanto meglio. Dopo di loro forse ti ricordi qualcun altro. A stento. Sì, Luigi e Mara con la loro bottiglia di gin, seduti nel loro angolo di paradiso. E anche Max con la sua compa, che ci hanno sempre quel nero troppo secco, che si sgretola e puzza di letame. Sì, sì. Qualche pezzo di memoria è venuto a galla da te. Che giorno è, domenica? La musica intanto è cessata, ed il silenzio ti ovatta la mente. Solo il battito del tuo cuore e avanzi di ricordi confusi nel vuoto della stanza. E un respiro. Regolare, calmo. Il mio.
Non ti volti, ma hai percepito la mia presenza. Non ti volti, perché non ti ricordi. Non ricordi perché. Non ti ricordi perché sei qui. Perché sei finita qui. Sei finita a letto con uno che non ricordi.
Te ne stavi in braccio ad una poltrona ed eri contenta di non annoiarti troppo, vicino alla cucina. Sono arrivato tardi, con Samuele. Sì, il vecchio Samuele ch'è tornato dallo stage in America. Sorridi, nella penombra. Gli hai buttato le braccia al collo, come si fa in televisione con un fratello perduto per anni. Anche a me, per l'entusiasmo. Poi hai riso, per l'euforia. Sei inquieta, il tuo respiro ha accelerato. Ti raggomitoli come per radunare i pensieri. Samuele s'è seduto in terra, in cerchio con Max e gli altri. Io sul bracciolo della poltrona. Ha raccontato che è stato in prigione una notte, che l'hanno beccato a bere una birra mentre guidava. Come in un film. La birra del discount ti fa ancora bruciare lo stomaco. E tutti hanno riso. Poi mi hai fatto sedere nella poltrona con te, dicendo che stavo scomodo. Ti ho risposto che adesso stavamo scomodi in due. Hai riso. Queste lenzuola sono profumate e stirate di fresco. Allora mi ti sei messa in braccio, mentre Sam raccontava del processo. Come in un film. E' Max che l'ha chiamato per primo Sam, ieri sera: zio Sèm, all'americana. E tutti a ridere. Dio, come ti scappa la pipì! E poi è venuto giù quel fulmine che ha fatto la foto a tutti, e il tuono ha fatto tremare le finestre. Un istante e tutti zitti. Hai avuto paura, mi hai stretto il braccio. E' andata via la luce, la musica s'è spenta scemando. Ma c'è stato il tempo di guardarci negli occhi. Stenti a ricordare, ti può sembrare un sogno. Quando è tornata la luce, ci stavamo probabilmente già baciando. E tutti a darsi di gomito e ridere. La musica ha ripreso accelerando, dopo quell'attimo senza tempo. Dietro il muro qualcuno si alza, tira su le tapparelle. Un mio respiro più profondo ti mozza il fiato. Hai il cuore in gola e le orecchie ti si tendono, come ad una bestiola impaurita. Ma io continuo a dormire, tu stai tranquilla. Anche se ti scappa troppo la pipì. La sai tenere a lungo, ma non sai quanto a lungo sarà. Poi è cominciato a piovere, fitto come una doccia. Ti ci vorrebbe, una doccia. Ti ricordi solo che stavi già per strada, a correre verso la mia macchina, con un sacchetto di plastica sulla testa. E ridevi. Fai così fatica a ricordarti il mio volto. Ti sei buttata nell'auto e hai smesso di ridere. Mi hai guardato fisso al buio, o ti pare fosse buio perché non lo ricordi. Come per capire cosa poteva succedere. Quasi la stessa faccia che fai ora verso l'armadio. E ti stanno pure venendo i crampi, a star così immobile. Proprio non ricordi il mio volto; possibile? Ti sta tornando un po' di sonno, pensi che forse dopo ti si chiarirebbe tutto. Dunque: Max aveva portato una al bagno a vomitare. La Titti stava sdraiata su uno su un divano. E la Silvia? Se ne dev'essere andata presto. Non t'ha neanche salutata? E pioveva così rumorosamente. Se ne stavano andando via tutti. Com'è che sei venuta in macchina con me? La festa era finita o troppo noiosa per restare ancora, dicevamo. Io avevo già voglia di fare l'amore, lo sentivi. Hanno pure spento la musica. Per fortuna. Ma qualcuno di là s'è lamentato ed è venuto a riaccenderla. Allora Samuele e gli altri si sono alzati definitivamente; anche noi. Abbiamo aspettato Max e siamo filati. E' evidente che ormai non riuscirai più a riaddormentarti.
In macchina ho messo una musica migliore, ma inutile cercare di ricordarti cosa fosse. Poi tu di musica mica te ne intendi molto. E poi basta, buio completo. Non ti ricordi altro? Di là hanno chiuso la porta blindata. Senti dei passi sul pianerottolo, che poi scendono le scale. Speri che non mi sveglino. Ci pensi e ripensi, ma non peschi niente che possa rammentarti cosa sia successo tra la macchina e adesso. Possibile? Ti scappa proprio: devi distrarti, cercare di ricordare più forte, per non pensarci. In macchina ti ho baciata a lungo prima di partire, ti ho fatto scorrere le mani sul corpo. Stavi premuta contro il poggiatesta, ricordi? Ti facevo scorrere la lingua sul collo e una mano sotto il reggiseno, senza slacciarlo. Se chiudi gli occhi ricordi qualcos'altro, oltre il rumore della pioggia sulle lamiere. Quando ti ho sfregato i jeans al cavallo pensando ti potesse piacere, mi hai detto non qui, per farmi smettere. Io avrò sorriso senza capire. Poi ho guidato fino a casa senza dire nulla, o non c'è nulla da ricordare. Vorresti fare come da piccola, che ti davi dei pugnetti sulla nuca, quando volevi ricordare meglio. A casa ti ho fatto bere ancora, come se ce ne fosse stato bisogno. Non se n'è neanche parlato, se fosse il caso di finire a letto. Dev'essere successo e basta. Avrò usato qualche precauzione? Speri di sì, di questi tempi. Di questi tempi è un'espressione che senti da Silvia: di questi tempi non sai mai chi puoi incontrare. Già: neanche dopo! Comunque appena torni a casa sarà meglio prendere una pillola, almeno. Ma com'è che non ricordi neanche se ti sono venuto dentro o no? Ti vorresti prendere a sberle. Ma sei immobilizzata dalla paura. E ti scappa sempre la pipì. Clic. Occazzo, ho acceso la mia lampada. E adesso? Chiudi gli occhi, non muoverti, fai finta di dormire. Mi giro un po' verso di te. Forse adesso allungherò una mano per accarezzarti una spalla, ti sussurrerò buongiorno con una voce che ti sembrerà di non aver mai sentito. Ma come, se abbiamo pure scopato? Strizzi gli occhi come per spremere tutto questo come un sogno. Ma sarebbe troppo facile. Resto fermo, guardandoti, forse. Eppure qualcosa dovresti ricordare. Quando ti ho tolto il bicchiere dalla bocca piazzandoci la mia, per esempio. O come ti ho spogliata, quasi furente. Buttando tutto a terra senza pensarci, come te poi sul letto. Te ne stavi lì senza renderti bene conto. Mi sono spogliato in fretta. Non mi sarò neanche levato i calzini? I tuoi collant avevano un buco, prima, accanto alle scarpe rovesciate. Probabilmente le ho rotte io nella foga. Eri troppo ubriaca per capire come andassero le cose. E per poterti ricordare un orgasmo. O per averne avuto uno. No: te lo saresti ricordata comunque, se ti fosse piaciuto davvero. Forse. Adesso che farò, mi avvicinerò? Ti bacerò credendo di svegliarti? Per ora non mi muovo, ma potrei alzarmi e portarti la colazione a letto. E tu non fai mai colazione. Oppure andare a farmi una doccia, senza far rumore. Così tu potresti andartene, senza produrre neanche un suono, forse. Un suono che ci costringerebbe ad una qualche resa dei conti, fosse anche solo uno scambio di sorrisi imbarazzati. Non ti ricordi che faccia ho, né come mi chiamo. Che voce ho, che forma le mie mani. Che ti hanno strusciata, strofinata, spremuta. Eppure hai fatto l'amore con me. E se adesso vengo lì e ti chiedo com'è stato, mentirai?
Non ricordi. E ti scappa ancora la pipì.
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