FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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I RITORNANTI

Daniele D'Aquino




Paolo! Rientra per favore, urlava nonna Carmela. Lui sarebbe pure rientrato. Stare su un cornicione al settimo piano e soffrire di vertigini non è il massimo della vita. Solo che c'era un problema. Nonna Carmela era morta da un mese d'infarto e l'aveva vista coi suoi occhi quando l'avevano chiusa nella bara.

Era successo di pomeriggio; Paolo si trovava in camera sua a studiare per un esame universitario, lei in cucina a guardare la televisione. Improvvisamente il ragazzo aveva sentito prima un grido, poi un tonfo e si era precipitato subito in cucina: Carmela era distesa sul pavimento, con uno squarcio sulla fronte da cui usciva un copioso fiotto di sangue.
Paolo si era messo a piangere, disperato, correndo immediatamente a chiamare i vicini. Non ci fu nulla da fare. Nonna Carmela era morta. All'inizio non ci credeva, non voleva accettarlo. Era l'unico parente rimastogli dopo che i suoi genitori erano morti carbonizzati in un incidente stradale quando lui aveva nove anni. Le voleva molto bene e quando la bara fu chiusa sentì che nulla sarebbe stato come prima.
Paolo aveva rivissuto tante volte quella scena in incubi che lo svegliavano nel cuore della notte: era lo squarcio a mettergli paura, era quel terzo occhio nel mezzo della fronte che lo ossessionava più di tutto. Il ragazzo pensava che non l'avrebbe rivisto, almeno non nella realtà, ma si dovette ricredere.
Non ricordava bene come fosse accaduto, sapeva soltanto che all'improvviso se l'era trovata davanti, pallida in volto, con quello squarcio di un agghiacciante colore violaceo.
Forse lui si era addormentato sul divano e al suo risveglio eccola lì, così vicina che la poteva toccare. Aveva in mente un'immagine confusa di quel momento, con la faccia di sua nonna che emergeva dalla nebbia della sonnolenza. Paolo era subito saltato giù dal divano e si era allontanato con un gesto istintivo, di pura repulsione, anche se Carmela, sorridente, sembrava non avere cattive intenzioni. Ma il ragazzo non la pensava esattamente così e cercò subito una via d'uscita.
Scappare dalla porta era fuori discussione poiché lei gli precludeva il passaggio e quindi si precipitò verso la finestra aperta; decise in una frazione di secondo e salì sul cornicione, allontanandosi immediatamente a passi brevi, con il cuore che gli martellava nelle orecchie.
Nella sua mente si riversarono decine di domande (Come ha fatto ad entrare? Aveva le chiavi? Cosa vuole da me? Perché?), ma il panico non gli permetteva di dar loro importanza.
Paolo! Torna indietro Paolo! Fai attenzione!
La nonna si era affacciata dalla finestra e dalla sua espressione appariva davvero preoccupata.
Ascoltami, ti devo parlare... hai... uto... esia.
Il ragazzo voltò l'angolo e la voce di Carmela fu dispersa dal forte vento, che non riuscì a fargli capire le sue ultime parole; forse lei aveva detto amnesia oppure poesia, ma Paolo non stette a scervellarsi più di tanto.
Ora era lì, a venti metri da terra, immobile, con la schiena che aderiva perfettamente alla parete esterna del palazzo. Cercava di non guardare giù, di pensare a qualche altra cosa, però fu tutto inutile. Come un bambino che sbircia tra le dita durante un film dell'orrore, Paolo lanciò un'occhiata in basso: per le vie scorreva il consueto fiume di automobili e di persone, ma nessuno si era accorto di lui.
Improvvisamente le vertigini si fecero sentire ed ebbe un giramento di testa. Il ragazzo si gettò velocemente all'indietro, con le braccia aperte e i palmi delle mani rivolti verso l'interno.
Contemporaneamente una smorfia di dolore gli contrasse il volto, a causa di una fitta lancinante al fianco destro provocata dal brusco movimento.
Paolo chiuse gli occhi e trasse un profondo respiro; cercò di calmarsi, di riordinare le idee, di affrontare la situazione con decisione e razionalità.
Ancora non si capacitava completamente di ciò che era successo, ma di una cosa era sicuro: Carmela era morta e non poteva essere tornata. Era assurdo, contro ogni legge della natura, eppure eccolo lì, su un cornicione sferzato dal vento, a fuggire dalla nonna rediviva.
Cosa doveva fare? Guardare nuovamente sotto era fuori luogo, così come gridare a squarciagola per attirare l'attenzione, poiché tanto la tramontana avrebbe dissolto le sue parole.
L'unica soluzione era entrare in casa e scappare dalla porta. Ma sua nonna glielo avrebbe permesso? Che intenzioni aveva?
Nell'indecisione il ragazzo rimase dov'era, infreddolito e disperato, con schiena e gambe indolenzite. Si mise a piangere. Pensava a sua madre, a suo padre, all'incidente, a Carmela.
Paolo si bloccò. Un ricordo, un ricordo gli era tornato in mente. Forse non gli aveva dato mai importanza o forse l'aveva rimosso del tutto.
Aveva sette anni.
La famiglia si trovava riunita a casa sua, probabilmente era Natale, sì doveva essere così. I suoi genitori erano ancora vivi.
In cucina Carmela parlava con zia Matilde e lui si era avvicinato e si era messo ad origliare.
Paolo lo sa?
No, ancora no, è troppo piccolo, ma fra qualche anno glielo diremo.
Poi aveva sentito i passi di sua madre farsi sempre più vicini e quindi si era allontanato immediatamente. Ebbe comunque il tempo di ascoltare ancora alcuni stralci della loro conversazione, tra cui spiccava una parola, una sola parola che in quel momento assumeva un significato grandissimo: strega. Strega.
Lo ripetè più volte, sibilandolo tra i denti. Ora sembrava tutto chiaro, ogni cosa quadrava, tuttavia non riusciva a crederci. Sua nonna una strega. No, no, non riusciva ad accettarlo, eppure era così, non c'erano altre spiegazioni plausibili. S'immaginò Carmela come una fattucchiera dai capelli bianchi, bassa, rugosa, incartapecorita, che sogghignava mostrando denti marci e neri. Era tutto così strano, così assurdo! Poi pensò che allora anche sua zia Matilde avrebbe dovuto essere una strega, ma pur essendo morta da sette mesi, ancora non si era fatta viva. Però sua nonna era lì... era resuscitata. Poteva trattarsi di un caso di morte apparente oppure di catalessi oppure... Paolo si accorse che stava cercando di arrampicarsi sugli specchi e smise di fantasticare.
Nonna Carmela era una strega. Punto e basta. Restavano da appurare le sue intenzioni e il ragazzo tentò di convincersi che dopotutto era sempre sua nonna e non poteva fargli del male; d'altronde lui non l'aveva neanche lasciata parlare, era subito scappato.
All'improvviso un crampo gli colpì un polpaccio e Paolo scattò subito all'indietro, tirando verso di sé, con la gamba rigida, la punta del piede. Nello stesso momento si manifestò di nuovo il dolore al fianco, ancora più acuto. Il ragazzo si piegò e fu quasi sul punto di cadere, ma poi fortunatamente riacquistò l'equilibrio. Come aveva fatto dopo le vertigini, stette per un attimo con gli occhi chiusi, massaggiandosi fianco e polpaccio. Poi li riaprì. Si era preso davvero un bello spavento.
Capì che ormai non poteva rimanere ancora lassù. Decise quindi di rientrare e cominciò a spostarsi lentamente, a passi brevissimi, verso la finestra della sua camera, distante pochi metri. A metà percorso un uccello si posò sul cornicione sbarrandogli la strada; Paolo aspettò che volasse via e poi riprese la sua avanzata. Cinque minuti dopo si trovava dentro casa, nella sua stanza.
La porta era chiusa e Paolo vi si avvicinò senza far rumore, tendendo l'orecchio per captare anche il più impercettibile suono. Non sentì nulla. Quindi posò la mano sulla maniglia e aprì, piano piano, pregando Dio che la porta non cigolasse, no, per favore, non ora.
Andò tutto bene. Il ragazzo s'inoltrò nel corridoio guardandosi intorno freneticamente. Aveva paura che sbucasse all'improvviso e ben presto la paura si trasformò in terrore.
Poteva nascondersi ovunque, dietro ogni angolo, un mobile, una tenda; l'avrebbe aggredito e poi usato in uno dei suoi sabba, sacrificandolo al diavolo.
La maglietta era impregnata di sudore, aveva l'impressione di soffocare e quel silenzio snervante stava minando seriamente la sua salute psichica.
Non ce la faceva più, rischiava di impazzire. Poi la vide.
Era seduta su un divano e sembrava lo stesse aspettando. Lui si avvicinò con circospezione, mentre Carmela ancora non si era accorta della presenza del ragazzo, che rimaneva in silenzio cercando il coraggio di parlare.
Lo trovò.
N-Nonna
Carmela si girò.
Paolo! Aspetta, non fuggire, lasciami spiegare tutto. Il suo tono era sereno, pacato.
Il nipote non si mosse, ma si tenne comunque a debita distanza.
Hai avuto un'amnesia. Succede. E per questo hai dimenticato.
Il ragazzo fissava lo squarcio.
Dimenticato cosa?
Be', che tu, io, la nostra famiglia, siamo... come dire...
Streghe?
Quasi. Comunque possiamo resuscitare e continuare a vivere anche dopo la morte. Ci siamo definiti ritornanti.
Ritornanti.
Non è vero. Non è vero!
Invece sì. Carmela fece una pausa, poi continuò. Nell'incidente i tuoi genitori sono morti carbonizzati e quindi non c'è stato nulla da fare, ma tu, pur morendo, hai potuto rivivere poiché il tuo corpo non era rimasto molto danneggiato.
Paolo ebbe un sussulto.
Vuoi dire quindi che anch'io sono morto, che anch'io sono una specie di, di...
Non gli venivano le parole.
Sì. Togliti la maglietta.
Perché?
Non ti preoccupare. Fa' come ti ho detto.
Paolo, sebbene non fosse molto convinto, ubbidì lo stesso e rimase a torso nudo.
Allora, cosa c'è?, domandò allargando le braccia.
Non ci fu bisogno che sua nonna gli rispondesse. Il fianco. Il fianco destro.
Il ragazzo lo fissava terrorizzato: gli ricordava lo squarcio di Carmela, con quel suo raccapricciante colore violaceo, gli ricordava... Ora ricordava.
Ebbe un giramento di testa, mentre una fantasmagoria di colori gli attraversò la mente. Poi riacquistò la lucidità.
Tutto bene?
Sì, sì. Paolo era leggermente confuso. Ma cosa mi è successo?
Niente, ora è tutto passato lo tranquillizzò Carmela abbracciandolo affettuosamente.
In quel momento squillò il campanello.
Era zia Matilde.



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