FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA RONGIA
Dean Buletti
Paolo! Rientra, per favore, urlava nonna Carmela. Lui sarebbe pure rientrato. Stare su un cornicione al settimo piano e soffrire di vertigini non è il massimo della vita.
Solo che c'era un problema. Nonna Carmela era morta da un mese d'infarto e l'aveva vista coi suoi occhi quando l'avevano chiusa nella bara.
E adesso invece stava lì, a guardarlo. Con la stessa faccia di rimprovero di quando lo scopriva a rubare la cioccolata dalla dispensa. Si sarebbe voluto avvicinare a quella finestra, dove il muro del palazzo rientrava ad angolo retto, per sincerarsi che fosse davvero lei. Ma gli tremavano le ginocchia ad ogni minimo tentativo di muoversi.
Allora, vuoi passare la giornata lì fuori così?.
Si diede una rapida occhiata cercando di non mettere a fuoco la strada là sotto. Stava in mutande e canottiera. Ma non era mai stato sonnambulo. E adesso era fin troppo sveglio.
Non hai freddo?.
In effetti l'aria che circola attorno a un settimo piano, in febbraio, t'infila le dita gelide sotto la pelle. Le dita fredde di nonna Carmela, intrecciate col rosario, composte sul grembo: questo era l'ultimo ricordo che aveva toccato di lei. E adesso gli parlava pure! La paura e il freddo lo facevano tremare visibilmente. Nonna Carmela lo prendeva in giro: Paolo, mi sembri un pulcino! Dai, vieni dentro, che ti do la cioccolata. E gli mandava un sorriso come un abbraccio appena uscito dal forno. Non riuscì a fermare le lacrime, due. Una per occhio, enormi. Si voltò dall'altra parte -era un uomo adulto, mica poteva farsi vedere a piangere, alla sua età-e la mano del vento le portò via gentile.
Prese il poco coraggio che gli rimaneva per parlarle:
Nonna!.
Che c'è?, gli rispose.
Allora era tutto vero. Sei davvero tu?.
Lei rispose solo muovendo la testa, a fare sì. E sorrideva dolce. Come ad un pazzo da assecondare.
Sono diventato matto, nonna?. Lei rispose come prima, ma ora la testa di cenere pendolava orizzontale.
Ma tu non eri morta un mese fa?, questo non riuscì a chiederlo. Non sapeva cosa fare. Stare su un cornicione a parlare a tua nonna morta può farti brutti scherzi. Ora si era fermato. Completamente.
Ti ricordi come si attraversa il ruscello? Un passo per volta, cercando il sasso asciutto dove poggiare il piede: avanti!. nonna Carmela accompagnava quella frase al gesto della mano protesa nell'invito.
Dai, come t'ho insegnato alla rongia!.
Nella lingua della nonna la rongia era il fiumiciattolo dietro casa sua, dove gli aveva insegnato a pescare a mani nude, tanti anni prima. Quasi lo stesso gesto -il grembiule arrotolato al ginocchio-che aveva nell'istruirlo a raccogliere patate.
Che meraviglia: scavare piano nella terra scura e morbida e trovare quelle strane forme lisce -ognuna un piccolo tesoro, come le pepite di zio Paperone!
Adesso avrebbe voluto diventare una patata o un pesciolino, per farsi prendere dalla nonna.
Ho paura, nonna!.
No: piano piano, vieni..., e allungava il braccio, ritraendo la mano ritmicamente. Mosse un passo minuscolo verso di lei, allargando le gambe. Servì solo a farlo sentire più ridicolo. Non voleva assolutamente guardare in basso, ma doveva già essersi formato un capannello di gente coi nasi all'insù. Magari c'era pure il telone teso dei pompieri. Ma perché non c'era ancora il poliziotto con la voce rassicurante dal megafono? O il dottore in abito civile, alla finestra, con gli occhiali e i baffi da amico paterno? No: a lui, per farlo desistere, avevano mandato nonna Carmela. Bastardi, quando vogliono fregarti ti tirano fuori i sentimenti forti.
Chi ti ha mandata, nonna?.
L'angelo.
E cosa si aspettava? Una risposta razionale, in quella situazione? Contrattaccò: perché?.
Perché per te è ancora presto. Non faceva una grinza. Maledizione, quando pensi di fregarli, ti tirano fuori la logica.
Parlami dell'angelo, nonna Carmela.
Come da piccolo, la storia della buonanotte.
Però tu vieni dalla nonna, eh?.
Lui accennò ad avvicinare il piede destro che era rimasto cementato al cornicione e ad avvicinarsi strisciando i palmi delle mani sul muro.
Ti ricordi quando venivi a prendermi all'asilo?.
Sì.
E come facevo scorrere la mano lungo i muri, camminando verso casa?.
Sì; e mi ricordo che una volta ti sei fatto sanguinare tutto sotto il palmo! Che birichino....
Da anni non si era più sentito dare del birichino: al massimo dello stronzo. Gli si strinse di nuovo la gola. Appoggiò la testa al muro e guardò davanti a sé. Un poco più in alto, le nuvole. Le avrebbe potute toccare, allungandosi un po'. Meno che per arrivare da nonna Carmela.
Ancora un passo e ti dirò dell'angelo. Vieni!. Provò ad avanzare, appiattendosi. Si ricordò che da piccolo immaginava gli egiziani a due dimensioni: sui geroglifici si dovevano muovere come lui adesso. Senza stare a sette piani da terra, loro! Gli venne quasi un sorriso, con le mascelle serrate dalla paura. Ormai non mancava molto.
Bravo Paolino. Vuoi sapere come sono fatte le ali dell'angelo?.
Sì.
Sono fatte con le penne di tutti gli uccelli che ho visto nella mia vita.
E gli occhi, come ce li ha gli occhi, nonna?.
Uno è del colore di tutti i cieli che ho attraversato. L'altro è nero come il fondo del mare, dove non sono mai stata.
E i capelli?. I capelli come l'oro dei signori e come la cenere del camino... Adesso fai un altro passo, da bravo!.
Non ci credeva, ma gli piaceva. Come tutte le favole della nonna. O forse nonna Carmela non ci stava più tanto con la testa. Fece scivolare la gamba sinistra, finché incontrò un sottile nastro di metallo freddo. Si fermò e ritrasse il piede. Fece avanzare la mano, in alto. Il parafulmine. Per superarlo avrebbe dovuto staccarsi impercettibilmente dalla parete. Non ce l'avrebbe mai fatta. Ma mancavano solo un paio di metri. Guardava fisso la dentiera candida, incastonata nel sorriso di tartaruga di nonna Carmela. Lei fece ancora il gesto col braccio a cucchiaio e la mano che attira manciate d'aria. Avventò una mossa che gli fece superare senz'altro l'ostacolo. E che gli fece martellare il sangue dentro le tempie. Sentiva di stare per perdere i sensi. Nonna, continua a raccontare adesso!.
Non avere fretta, Paolino. Respira piano, dal naso, così non ingoi la paura.
Sentì lontano una sirena. Ma non poteva dire se venisse per lui. Dimmi come si veste l'angelo, nonna.
Bè: si cambia, ogni tanto, come noi! Cosa ti aspettavi? Il camicione bianco?. Rideva piano, luminosa. Gli fece un po' abbassare il ritmo della respirazione, e la paura.
Nonna, che lingua parla il tuo angelo?.
Come me: se gli va, l'italiano; se no, il dialetto. Vive con me, sai?.
E io non ce l'ho un angelo?. Per te è ancora presto.
Non era sicuro di capire. Sul cornicione non era molto più sicuro di nulla. Intanto nonna Carmela lo invitava a proseguire verso di lei. Fece il passo più faticoso di tutti. Perché dopo ne sarebbe bastato soltanto un altro, per essere da lei. Quando hai incontrato per la prima volta l'angelo?.
Stavo sciacquando nella rongia le patate appena colte, e ad un certo punto i pesci sono spariti sotto i sassi. Non c'era ombra, ma nell'acqua c'era la sua faccia. Mi sono girata e lui era lì, dietro di me. Adesso vieni dalla nonna, dài!.
Lui scosse violentemente la testa, come un bambino ostinato. Forza, manca solo un piccolo passo. Hai tanta paura, eh?. Annuì veloce. La nonna si sporse a sedere sul davanzale e protese entrambe le braccia. Avrebbe potuto toccarla, allungandosi un po'.
Avanti! Come per attraversare la rongia: se l'ultimo passo ti fa più paura, chiudi gli occhi, che ci sono qui io, a prenderti!.
Paolo si piegò leggermente in avanti e allungò le braccia. Erano vicinissimi. Poi chiuse gli occhi e fece il piccolo passo. Poi sentì l'abbraccio leggero che lo accolse, come da piccolo. E che lo tirò giù, come un colpo di sonno.
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