FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SORPRESA?
Stefano Bonelli
L'oggetto era più strano di quanto fosse apparso nelle radiografie. Lo sollevò con le pinzette, poi lo deterse con delicatezza del sangue che lo ricopriva, usando un brandello di garza. L'aspetto era quello di un proiettile, ma irto di piccoli ami ritorti. In tutta la sua carriera di chirurgo aveva estratto dai corpi dei pazienti i reperti più impensabili, ma mai qualcosa di simile al frammento di metallo che ora brillava sotto la lampada. Nè di così sinistro.
Non riusciva più a toglierselo dalla mente, quello strano oggetto; il suo luccichio, la sua forma, erano diventati per lui ormai un'ossessione. Qualunque cosa facesse lo vedeva, lo vedeva nel piatto mentre mangiava, per strada, a casa, dappertutto insomma. Cominciò a credere di essere diventati pazzo. Tutto ormai per lui era privo di significato, dal lavoro, alle piccole azioni quotidiane, tutto... tranne quel misterioso pezzo di metallo irto di ami ritorti.
Tornò così nella sala operatoria, in quella sala operatoria dove per anni aveva lavorato e nella quale non metteva più piede da quel fatidico giorno, quando nel corpo di un suo paziente aveva appunto trovato quello strano oggetto. Da quella giornata piovosa, fredda, era passato ormai un mese, ma quando rimise piede nello stanzone illuminato a giorno da quelle lampade circolari al neon, si accorse che tutto, proprio tutto, era esattamente come lo aveva lasciato. I suoi arnesi, dai piccoli bisturi ai guanti di plastica bianchi ed elastici, erano tutti ordinatamente riposti nel borsone di pelle, che si trovava in uno degli armadietti che conosceva come le sue tasche; persino quel quadernetti sgualcito sul quale era solito prendere appunti era al suo posto. L'aver rimesso piede in quella sala innescò nella sua mente una serie di ricordi e provocò in lui un'enorme tristezza, al pensiero di tutto il tempo che vi aveva passato, di tutti quelli che con i suoi attrezzi aveva strappato alla morte; ma non c'era più tempo per fantasticare, doveva fare quello per cui era venuto, prendere quel misterioso oggetto. Quel pezzo metallico, fonte delle sue angoscie e dei suoi problemi, era sempre lì, a luccicare sotto la lampada emanando, più forte che mai, quel suo fascino sinistro e misterioso che gli fece provare ancora una volta un brivido freddo sulla schiena, che lo fece restare immobile, come paralizzato. Prese l'oggetto, lo mise in una tasca dell'impermeabile sgualcito e lo portò via. Era deciso a scoprire, a tutti i costi,
che cosa fosse e da dove venisse quell'oggetto tanto strano. Cominciò così ad analizzarlo, mettendo a frutto le nozioni di chimica che si portava dietro ancora dai tempi della scuola; restò chiuso in casa per giorni ad analizzare, a provare, a verificare, ma niente, il metallo che costituiva quell'oggetto aveva una composizione a lui sconosciuta. Si mise così, come un vero segugio, a cercare anche il più piccolo indizio che poteva metterlo sulla giusta strada. Setacciò palmo a palmo tutta la citta ma niente, non trovò nulla. Non trovò nulla nei sobborghi della zona est, dove tutto è avvolto da un odore di fumo, dove persino la polizia non osa mettere piede; non trovònulla nei lussuosi quartieri centrali dai grattacieli che svettano come tante torri di Babele e dai marciapiedi tenuti a lucido come specchi; non trovò nulla neppure nel vecchio deposito ferroviario, regno incontrastato dei ricettatori, dove si può
trovare di tutto, dai quadri rubati nei grandi musei, ai giornali presi chissà dove in qualche casonetto, tutto... tranne quello che stava cercando. Nemmeno la traccia di un oggetto uguale, o almeno simile a quel misterioso pezzo metallico che lo ossessionava. Niente, assolutamente niente. Tutto il tempo perso girovagando qua e là tra vicoli stretti e bui, tra macerie di vecchi e gloriosi palazzi, tra discariche abbandonate e tra lussuosi grattacieli, dai vetri che brillavano sotto il sole, non è servito a nulla.
Ormai non riusciva a trovare alcuna soluzione plausibile, nella sua mente era sempre più stampata l'immagine di quell'oggetto, ossessiva, che lentamente stava cancellando tutte le sue capacità di agire e pensare in maniera razionale. Era a un passo dalla pazzia, spinto dall'irrefrenabile attrazione che aveva provato fin dall'inizio per quello strano pezzo metallico. Alternava ormai momenti di confusione a momenti di lucidità e fu proprio in uno di questi momenti che ebbe l'idea di rintracciare il paziente, nel quale, in pieno stomaco, aveva trovato quella specie di proiettile con tanti ami ritorti: era un tale che si chiamava Juri Tomic, abitante nella zona est della città. Ripercorse così i vicoli stretti e bui nei quali tutto aveva odore di fumo e arrivò davanti ad una porta, malandata e scrostata; il campanello emetteva un rumore lugubre e sinistro. Passò diverso tempo ma finalmente arrivò qualcuno ad aprirgli: era proprio Juri Tomic. La sua casa si presentò ai suoi occhi come un lurido tugurio, sporco, privo di qualsiasi suppellettile se non di alcune foto che ritraevano lo stesso Tomic con dei caschi e delle strane tute addosso; i mobili erano malconci e sul pavimento erano depositati ovunque scatolini, scatolotti, lattine...; ma qualcosa attirò subito la sua ttenzione: era un oggetto identico a quello che lo ossessionava, la stessa forma, lo stesso strano luccichio e lo stesso fascino sinistro e misterioso. Sentì di essere arrivato vicono alla soluzione, il cuore gli batteva a mille ed era tutto un fremito. Tomic si sedette, accese un sigaro e cominciò a raccontargli la sua allucinante storia. In tutta la sua vita non aveva mai sentito nulla di tanto scioccante e incredibile quanto la storia di Tomic; davvero non poteva proprio immaginare che Tomic fosse un astronauta, un espolarote di pianeti lontani che aveva viaggiato in lungo e in largo. Fu proprio durante l'esplorazione di un pianeta che fu catturato dai locali e sottoposto a diversi test e sperimentazioni. Infatti aveva ricevuto la missione di esplorare un lontano pianeta, chiamato TERRA l'anno prima, ma quando vi mise piede si accorse che era abitato da innumerevoli esseri, chiamati umani, che avevano due gambe e due braccia, solo due gambe e due braccia e oltretutto nessuna coda; tutte le sue otto zampe presero a tremare, il suo codone sbatteva da una parte all'altra e la paura fece diventare le sguame tutte di un colore biancastro. Impaurito e tremolante lo avevano portato in uno stranissimo posto, zeppo di curiose insegne liminose, pieno di luci e colori; i locali chiamavano l'insolito luogo Las Vegas. Il caldo era opprimente e quegli essereni, i terrestri, presero a tagliuzzarlo tutto; fu così che infilarono quello strano oggetto metallico nella pancia, mentre un altro identico gli fu lasciato, se così si può dire, di ricordo. Questa verità raccontata da Tomic lo lasciò esterefatto, tutto avrebbe potuto immaginare (e si che nella sua vita di chirurgo ne aveva viste di cotte e di crude); tutto aveva pensato nei molti momenti di incoscenza; tutto era passato confusamente nella sua mente quanto si trovava a un passo dalla pazzia; tutto, tranne l'esistenza nell'universo di altri pianeti abitati da esseri con solo due braccia e due gambe, piccoli, privi di squame e senza coda.
L'incontro con Tomic lo aveva davvero scioccato, quella strana storia degli uomini poi..., ma aveva finalmente scoperto la provenienza di quell'oggetto; chissa però a cosa serviva? Mah!
Ripercorse nuovamente i vicoli stretti e bui dove tutto aveva odore di fumo e tornò nella sua casetta, così lontana dal pianeta degli uomini.
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