FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL SORRISO

David Bramini




L'oggetto era più strano di quanto fosse apparso nelle radiografie. Lo sollevò con le pinzette, poi lo deterse con delicatezza del sangue che lo ricopriva, usando un brandello di garza. L'aspetto era quello di un proiettile, ma irto di piccoli ami ritorti. In tutta la sua carriera di chirurgo aveva estratto dai corpi dei pazienti i reperti più impensabili, ma mai qualcosa di simile al frammento di metallo che ora brillava sotto la lampada. Né di così sinistro.

Lui stesso era stupito dall'effetto che il contatto con quella cosa gli provocava. Si era già sentito così anni prima, quando da giovane studente di medicina era la vittima prediletta degli scherzi dei suoi compagni del corso di anatomia. Molto tempo era passato da quei giorni e col tempo aveva imparato a dominare così bene la sua sensibilità, che era ormai in grado di eseguire le più odiose autopsie mentre parlava di cucina con gli assistenti. Eppure, quella mattina, sentiva emergere con forza sensazioni di angoscia e nausea tipiche dei non addetti ai lavori di fronte allo spettacolo della sala operatoria. Fece appena in tempo a posare i ferri quando la visione di alcuni lampi bluastri gli annunciò il suo imminente svenimento.
Pochi minuti dopo riprese coscienza e si trovò sdraiato in un lettino. Seduto sul bordo il suo aiuto, il professor Fumagalli, stava ridacchiando mentre gli batteva piccole pacche sulla coscia.
Ti è andata proprio bene sai, che oggi in sala non fossero ammessi gli studenti. Ci pensi? L'esimio professor De Rosa che sviene come una matricola davanti ad uno schizzo di sangue. Ti avrebbero sputtanato di generazione in generazione fino al tuo ultimo giorno di carriera, che, detto tra di noi, se continui così non è poi molto lontano...
Mah..., cosa vuoi che ti dica forse non hai tutti i torti.
Ohè ma che razza di discorsi mi tiri fuori? Non hai sentito che caldo oggi? In questo buco di Padova il clima è proprio uno schifo. Ieri c'erano ventinove gradi con una umidità da tropici ed oggi promette uguale. Se non uscivo dalla sala a soccorrerti sarei svenuto poco dopo di te. Ti invidio proprio sai, se penso che a giorni te ne andrai in vacanza al fresco, in Norvegia. Io invece per non fare la guerra con quella rompiballe di mia moglie mi devo sciroppare le Maldive che ormai sono piene di consulenti finanziari col telefonino acceso tutto il giorno. Ma tu quando parti a proposito?
Tra una settimana più o meno... sai però, tornando a quanto è successo, non credo di essere svenuto per il caldo...
Una settimana beato te! Io devo soffrire ancora tutto luglio prima di potermi concedere un po' di riposo. Anzi, riguardo al lavoro: è meglio che vada a finire l'opera che hai lasciato incompiuta. Tu invece prenditi la giornata libera. E' ancora presto, riposati, rilassati e vedrai che domani sarai il vecchio leone di sempre. Ci vediamo.
Come no...
Che chiacchierone Fumagalli. Dopo tutti quegli anni non ci si era ancora abituato e alla fine non riusciva mai a dirgli per intero quello che voleva. Stabilì comunque di accettare il consiglio del collega e, visto che si sentiva già in forze, si cambiò rapidamente e si diresse verso casa.
Era solito spostarsi a piedi dall'ospedale alla sua abitazione in centro. Padova è ancora una di quelle città dove ci si può permettere questo lusso, e lui ne approfittava. Ogni giorno quella breve passeggiata costituiva un pretesto per lasciar correre i suoi pensieri a ruota libera. Così come capitava, senza un ordine ben preciso. Mentre camminava pensava a qualsiasi cosa, traendo spunto ora dai fatti della giornata, ora dall'espressione di un passante, ora da un qualsiasi oggetto incrociato con lo sguardo. Trovava rilassante questa pratica di osservare con distacco le processioni di immagini che apparivano nella sua mente. Quel giorno però la sua attenzione era monopolizzata da quello strano pezzo di metallo estratto poco prima dal cadavere di quell'operaio veneziano. Quel poveraccio era morto improvvisamente e tra atroci spasmi mentre, un giorno come tanti altri, stava lavorando nei cantieri del porto. I compagni, che certo non erano persone facilmente impressionabili, erano rimasti così sconcertati dalla tremenda quanto fulminea agonia vissuta dalla vittima, da indurre la polizia ad ordinare un'autopsia immediata.
De Rosa trovava difficile non interrogarsi su quello strano caso. Non riusciva a spiegarsi l'angoscia ed il successivo svenimento che l'estrazione di quel particolare corpo estraneo gli aveva provocato. Ancora più strano gli sembrava poi che, a dispetto del suo turbamento, i suoi colleghi non sembrassero per nulla sconcertati. Si domandava come fosse possibile che lui solo si fosse posto certe domande. Forse gli altri non avevano ancora notato l'assoluta mancanza di familiarità tra quell'oggetto e qualsiasi altro manufatto conosciuto. Forse non avevano osservato lo sfacelo indescrivibile che questo aveva causato nello stomaco del cadavere. Forse non si erano ancora chiesti in che modo avesse potuto entrare nel corpo della vittima. Di solito non era sua abitudine indagare; il suo compito era quello di stabilire da un punto di vista puramente tecnico come e quando era avvenuta la morte, e in quello lui era un maestro. Questa volta però era diverso ed i molti interrogativi che lo martellavano senza tregua non accennavano ad abbandonarlo. Camminando e pensando, si accorse di essere arrivato di fronte alla stazione dei treni. Valutò il suo stato di ansia e decise che non era il caso di andare a casa dove sarebbe rimasto solo in balia delle sue riflessioni. Gli balenò quindi l'idea di fare un salto a Venezia, anticipando di qualche giorno l'appuntamento con quel suo amico archeologo che tanto desiderava incontrare prima della sua partenza per le vacanze in Scandinavia. Un cielo improvvisamente nuvoloso e mitigatore della calura estiva incoraggiò il breve viaggio.
Poco meno di un ora dopo sedeva in un caffè di piazza San Marco al fresco dei portici delle Procuratie Nuove. Di lì a poco lo raggiunse Claudio Loredan, un esperto di civiltà nordiche che operava presso la Fondazione Ligabue di Venezia. Iniziarono a parlare dell'itinerario che De Rosa aveva progettato per le sue vacanze: arrivo a Copenaghen e poi Svezia e Norvegia. Particolare attenzione sarebbe stata riservata ai musei che raccoglievano le opere della civiltà Vichinga, cultura che da un po' di tempo lo attraeva misteriosamente.
Se lo desideri posso farti assaporare un pizzico di Scandinavia a poche centinaia di metri da qui. gli propose ad un certo punto Loredan, e lo invitò a continuare la conversazione camminando in direzione dell'Arsenale. Arrivati a destinazione, gli indicò i due leoni in pietra posti a guardia dell'ingresso.
Non vorrai farmi credere che sono stati scolpiti dai Vichinghi spero!
Assolutamente no, anche perché questi due bei gattoni sono opera dei greci. Sono stati portati fin qui da Atene nel 1687, come bottino di guerra della flotta della Serenissima Repubblica. Prova adesso a guardarli da vicino.
Cosa sono questi strani segni?
E' una iscrizione in caratteri runici. Si riferisce ad una repressione attuata nel 1040 contro la popolazione greca dai Vernighi, soldati scandinavi al servizio di Bisanzio.
Questa poi. Non avrei mai immaginato di trovare una cosa simile a Venezia. Questa grafia è così strana, ha un qualcosa di temibile in se, come a testimoniare l'indole guerriera degli uomini che la usavano.
Non è sbagliato quello che dici. Il termine runa deriva infatti dal norreno runar, che significa scrittura segreta. Ancora oggi alcune iscrizioni non sono state completamente capite. A proposito, ci sarebbe un nuovo interessante testo sulle rune, da poco pubblicato dall'Università di Oslo. Ti sarei grato se tu me ne portassi una copia come souvenir delle tue vacanze.
Quella sera in treno, mentre tornava verso Padova, si sentiva ancora più confuso. Gli veniva naturale collegare l'incisione runica sui leoni all'oggetto misterioso scoperto oggi. I piccoli ganci che si aprivano su quella punta di metallo ricordavano nella loro forma aggressiva proprio i caratteri che aveva appena conosciuto. Non riusciva a decidersi se ritenersi vittima di un antico incantesimo elaborato da un druido o, più pragmaticamente, di un esaurimento nervoso dovuto al superlavoro e all'afa insopportabile di quei giorni. Arrivò a casa che era ormai notte. Saltò la cena e iniziò subito a consultare quei libri che aveva acquistato perché, secondo Loredan, lo avrebbero preparato culturalmente alla sua vacanza. Via via che scorreva quelle pagine ricche di immagini sentiva crescere in lui una sorta di frenesia. Sfogliò rapidamente vari volumi, quando la sua attenzione venne catturata dalla illustrazione di una scultura rinvenuta in un recente scavo. L'opera, in legno e metallo, rappresentava un animale mitologico, una specie di serpente marino con la bocca aperta in un curioso sorriso sdentato. Al superbo animale mancava infatti un canino, ma gli altri tre erano indiscutibilmente la copia esatta della maledetta cosa con cui era entrato in contatto oggi all'obitorio.
Quella notte non riuscì a chiudere occhio tormentato da incubi che gli ripresentavano, distorcendoli grottescamente, gli accadimenti della giornata.
La mattina seguente si alzò prestissimo. Stanco e forse febbricitante decise di riesaminare l'oggetto ritenuto ormai la sola causa del suo malessere. Entrò all'obitorio che stava ancora albeggiando. Camminando lungo i corridoi deserti si diresse nella stanza dove venivano conservati i reperti. L'eccitazione di vivere da protagonista quella vicenda ai limiti del reale gli faceva tremare le mani. Estrasse il lugubre oggetto dalla custodia dove era stato riposto e, in quel preciso momento, comprese. Sentì di essere stato scelto da una forza superiore per rimediare ad uno scempio compiuto probabilmente secoli or sono. Si, non poteva essere diversamente. Troppe coincidenze, troppe casualità che non si spiegavano altrimenti. Solo riportando quel dente nella bocca del suo fiero proprietario avrebbe rimediato ad un antico sacrilegio e finalmente riacquistato la sua serenità. Fermamente deciso a fare giustizia si impossessò della cosa e uscì velocemente dall'obitorio pensando alla variazione di itinerario che avrebbe dovuto eseguire nelle sue prossime vacanze per consegnare agli archeologi norvegesi il reperto e compiere così la sua incredibile missione.

***

Tre giorni prima, in una casa sulla laguna, un vecchio pensionato con la passione per la pesca stava facendo una minuziosa manutenzione delle sue esche. Il suo altrettanto vecchio gatto, sonnecchiando da una poltrona, lo sbirciava ascoltandolo distrattamente.
Sai Cherì, avevo lavorato così tanto alla preparazione di quell'amo speciale che non so se riuscirò mai a farne uno di uguale. Hai visto anche tu che razza di bestione ero riuscito a prendere con quell'aggeggio. Ancora non mi spiego come abbia fatto a liberarsi con tutte quelle punte in corpo. Speriamo che quando prima o poi finirà nella padella di qualcuno quel povero disgraziato non si mangi anche il mio amo.
A queste parole il gatto si stiracchiò con cura, si sollevò dalla poltrona, e rivolto al suo padrone sbadigliò lungamente, scoprendo i suoi tre, affilati, denti canini.


I personaggi e gli avvenimenti di questo racconto sono frutto della fantasia dell'autore. Ogni riferimento alla realtà è da ritenersi puramente casuale. Chi non credesse a questo è invitato a fare una gita a Venezia ed esaminare i leoni dell'Arsenale.



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