FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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STAGIONE DI CACCIA
Fabio Di Pietro
L'oggetto era più strano di quanto fosse apparso nelle radiografie. Lo sollevò con le pinzette, poi lo deterse con delicatezza del sangue che lo ricopriva, usando un brandello di garza. L'aspetto era quello di un proiettile, ma irto di piccoli ami ritorti. In tutta la sua carriera di chirurgo, aveva estratto dai corpi dei pazienti i reperti più impensabili, ma mai qualcosa di simile al frammento di metallo che ora brillava sotto la lampada. Nè di così sinistro.
Questo fu quello che disse all'assistente durante l'operazione, senza mai staccare gli occhi dalla ferita. Ora la luce diffusa ma ugualmente violenta del neon riverberava intensamente sul piccolo cilindretto cromato, creando sulla parete di fondo della sala dei giochi di luce che, se in altra occasione gli sarebbero parsi suggestivi, in quel momento percepì come del tutto fuori luogo. Lì c'era un uomo che invece delle pecorelle stava contando i suoi ultimi respiri, prima di addormentarsi per il pisolino più lungo della sua vita: non era il momento di spassarsela con lucine da albero di natale. E poi era strano che un aggeggio di dimensioni così ridotte riuscisse ad inscenare tutta quell'orgia di riflessi. Alzò lo sguardo cercando gli occhi dell'assistente di sala ed incontrò solo il buio oltre il cono luminoso della lampada. Girò il volto a destra, poi a sinistra: niente a destra, niente a sinistra. Una goccia si schiantò sul tavolo operatorio con un picchiettio reso roboante dal silenzio in cui l'intera ala dell'ospedale era immersa: a quell'ora di notte lì restavano solo i medici di turno per le emergenze. Si accorse che era sudore, il suo sudore. Sarà andato a farsi una birra all'automatico. Si sforzò di concentrarsi di nuovo sull'oggetto, che si accorse di stare stringendo convulsamente fra le dita. Chiunque sia stato a cacciare questo aggeggio in corpo al poveretto, disse a voce alta abbastanza da farsi sentire sul pianerottolo, al distributore di bibite, è un genio, parola mia. Il suo labbro superiore sorrise, coperto da baffi sottili e ramati. Mai visto niente di così letale e scomodo da estrarre: niente meno di tre ore di operazione, per Dio. Io che non ho mai impiegato più di un pugno di minuti, per vivi o cadaveri che fossero, mai più di dieci scatti di lancetta. E proprio oggi poi, che è la sera dello sformato di patate!, alzò gli occhi al soffitto, pieni di rammarico, vivaci. Janet mi ucciderà, concluse riabbassando lo sguardo. Henry, preparati ad aprirmi su un uno dei nostri lettini quanto prima! Gesticolò con la mano libera come ad indicare immaginarie, larghissime colonne di giornale: Suona bene, no? "Esimio professore decide di condividere difficoltà e problemi dei suoi pazienti": solo che io non sono uno specialista di emicranie, qui passano i morti, o gli aspiranti tali per un ultimo controllo. La sua risata franca riempì il silenzio dell'ala ospedaliera, facendolo come implodere di suono. Come un'eco lo raggiunse, da fuori della sala, l'ilarità di Henry. Diavolo di un uomo: vent'anni di lavoro, iniziati come suo assistente e del resto come suo assistente proseguiti. Medico brillante, una carriera sicura. Già, se non fosse stato per lui, piazzatosi lì, sulla sua strada, come un camion impossibile da superare; più lento magari, ma impossibile da superare. Ognuno del resto ha le sue virtù: chi ha grandi capacità scientifiche, chi è abile a raggiungere uno scaffale ben in vista e a tenerselo finché morte non li separi. Non che lui fosse un cattivo medico: la sua laurea col massimo dei voti stava lì a dimostrarlo, una laurea presa proprio a fianco del suo amico Henry. Che, se la memoria non lo ingannava, non perse l'occasione di intascare la lode.
Allora Alan, hai finito i compiti?, borbottò l'assistente fra un sorso di Pepsi e l'altro comparendo sulla soglia.
Direi di sì. Dai un occhiata qua, mentre ricucio il ricucibile. Gli passò l'aggeggio metallico, con una smorfia che rendeva chiara una certa soddisfazione nel levarselo dalle pani.
Pensi che non ce la farà?, chiese Henry da sotto il sopracciglio inarcato.
Stai scherzando? Ma l'hai visto?. Per un attimo pensò che Henry avesse detto sul serio. Poi, quando scoppiò a ridere, sputacchiando Cola su pavimento e paziente, capì che era solamente un'altra fottuta freddura. Anni fra cadaveri ed affini giocano brutti scherzi alla percezione del bene e del male. Sorrise di nuovo all'idea, con lo stesso movimento dei baffi di prima. Brutti scherzi.
Che cazzo è questo affare, Alan?. Stava esaminando l'oggetto. Il tono di voce aveva decisamente cambiato registro, scendendo verso il baritonale.
Speravo che me lo dicessi tu.
Santo cielo, se lo vedessi a dieci metri di distanza direi che è un proiettile. Ma Cristo, questa sorta di arpioncini tutt'intorno... tu conosci la mia passione per la caccia Alan, penso che non ci sia animale che io non abbia ucciso sulla faccia della terra, ma ti garantisco che di un proiettile del genere non avevo mai nemmeno sentito parlare. Potrebbe essere la soluzione finale per la caccia di carpe lunghe come una Buick. Come cavolo avrà fatto a ritrovarselo in corpo questo tizio... a proposito, sai il nome? Mi sa che fra non molto qualcuno a casa sua dovrà ricevere una spiacevole telefonata.
Selkov. Julian Selkov, o qualcosa di simile, tipo compositore russo dell'ottocento. Comunque non buttarla subito sul tragico, Henry. Le morti non sono sempre apportatrici di lutto e dolore; il tono con cui recitò le ultime tre parole lo fecero assomigliare più ad un provinciale attore tragico che al più stimato chirurgo della città; Pensi che Marie piangerebbe se ricevesse la lieta notizia della tua dipartita? Beh, forse sì, hai ragione: dimenticavo che la tua assicurazione sulla vita è scaduta ieri....
Schivò ridendo l'astuccio pieno di batuffoli che Henry si era affrettato a tirargli contro, senza attendere la fine della frase. Di nuovo la loro parte dell'ospedale, deserta, si prestò a fare da cassa di risonanza alle loro risa: era come se qualcosa fosse riuscito ad insufflare nuova aria e nuovo respiro ad un cadavere, facendogli aprire gli occhi un'altra volta. Forse in fondo l'ospedale, a quell'ora, sarebbe stato più a suo agio nelle braccia di Morfeo; aveva qualcosa di grottesco illuminato così da risate di persone che sembravano troppo vivi per avere il diritto di restare lì. Quasi ci fosse un tono accusatorio nell'eco.
Henry riconsegnò ampollosamente il piccolo cilindro rostrato al collega, senza smettere di sghignazzare allegramente passò di fianco all'uomo agonizzante disteso sulla brandina e, indirizzatogli un cenno vittorioso, si avviò di nuovo verso la porta.
Va bene Alan. Divertiti. Spero che sua eccellenza non si risentirà se mi prendo la libertà di tornare a casa in orario: non hai certo bisogno del mio artigianato per prestargli le ultime cure e redigere un certificato di morte. Sai com'è, voglio affrettarmi per vedere se mi riesce di trovare ancora aperta la mia compagnia. Voglio rinnovarla, quella polizza. "Notte amico mio. Non passare tutta la notte qui a giocare a carte con il nostro amico Julian, ok? Ricorda che hai una moglie che ti aspetta a casa, e due teneri frugoletti assetati del tuo affetto e della tua paga settimanale".
Al diavolo! Buonanotte Henry, togliti di torno. La porta fece appena in tempo a chiudersi che il solito astuccio per il cotone la raggiunse, colpendola con forza. E non tornare fino a lunedì!
Alan stette immobile ad ascoltare. Ascoltava i passi del suo amico, del suo assistente, dell'unica altra persona presente nell'intera ala ospedaliera; li sentiva allontanarsi, inghiottiti dalla coltre muta dei corridoi. Si trovò a pensare che ci sono zone dell'edificio talmente ingarbugliate ed astruse, gomitoli dovuti a sei ristrutturazioni solo negli ultimi quindici anni, che affrontate al buio sarebbero peggio di un labirinto minoico. Non sentiva più niente. Anzi, sentiva il niente, lo sentiva gonfiarsi ad avvolgerlo e proteggerlo come un gigantesco e silenzioso airbag. Adesso era solo, a parte Selkov che in ogni caso non era di grande compagnia.
Si avvicinò alla lampada e, aperto il palmo della mano destra sotto la luce calda, guardò un'ultima volta l'oggetto estratto dal corpo del paziente.
Quanta fatica mi sei costato, bofonchiò quasi con affetto, ma ne è valsa la pena. Ottimo lavoro. Capovolse la mano e lasciò cadere il frammento di metallo verso il cestino che lo attendeva sul pavimento. Ma non cadde. Sorpreso, Alan girò di nuovo la mano e vi scoprì il frammento, appeso alla pelle per uno dei suoi ami, rimasto impigliato. Delicatamente, lo estrasse e lo gettò nel cestino, questa volta con successo. Un leggero gemito lo avvertì che nell'organismo di Julian Selkov andava esaurendosi l'effetto dell'anestesia, e le sue ferite erano ancora in parte aperte. Di nuovo sorrise, questa volta da solo, senza bersaglio. Calma. Non c'era fretta. C'erano voluti sei mesi per costruire il proiettile, ottimizzarlo e modificare il fucile perché potesse avvalersene. Henry era forse più bravo come medico, ma non lo superava nella passione per la caccia e per l'ingegneria militare. Le cifre verdi dell'orologio segnavano le dieci. Non c'era fretta. Il buon Julian in fondo si era goduto la moglie di Alan per ben più di una notte, per quasi tre intensi anni. Ora, in cambio, lui non gli chiedeva che un'unica, misera notte di divertimento. Guardò affascinato prima il corpo disteso, poi il carrello degli attrezzi chirurgici, vero giardino di infinite possibilità.
Peccato solo per lo sformato di patate.
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