FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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TUFFO NEL FUTURO
Nicoletta Buono
Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono.
Apri gli occhi.
La stanza è in penombra.
Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota.
Cerchi con la mano l'interruttore della lampada sul comodino...
Cerco con la mano l'interuttore della lampada sul comodino... Niente interruttore, niente lampada. Provo ad alzarmi, le mie mani non riescono a fare forza sul letto, sono rattrappite, le mie membra, pezzi di legno, non rispondono più ai miei comandi. Mi sembra di vedermi, una testa attaccata ad un corpo morto. Il raggio di sole che prima riusciva appena a fare capolino nella stanza, ora penetra sempre più violentemente eliminando ogni mio dubbio: questa non è la mia stanza. Ogni ricordo è affondato nel buio della mina memoria, il panico si impossessa di me. La mia mente non è altro che un foglio in cui non è rimasto che un enorme punto interrogativo. Chi sono? Finalmente il sole si fa strada fino al mio letto e illumina la bianca coperta che ricopre le bianche lenzuola che svolazzano accanto a queste bianche pareti. Non c'è segno di vita in questa stanza, nessun odore, nessun colore, solo un comodino scolorito con sopra un vaso vuoto, una porta scorticata e una piccola finestra con un vetro sporco che non vuole più guardare fuori. Guardo vicino al letto, neppure un paglio di pantofole, neppure un orologio a ricordarti che la vita va avanti. Un suono molto acuto entra violentemente, viene da fuori, voglio alzarmi. Appoggio le mani sulla coperta, sento che il sole le riscalda, i miei occhi si posano su di loro, è la prima volta che guardo una parte del mio corpo, da quando mi sono svegliato. O mio dio... le mie mani sono così vecchie, così rugose, così pallide, così fredde... Ma cosa mi è successo? Di nuovo il suono acuto irrompe nella stanza, è l'unico segno di vita, sì basta voglio andare verso di lui. Arrivo davanti alla finestra: quello che pensavo fosse sole è solo una luce artificiale prodotta da immensi fari che illuminano a giorno l'immensa città che si muove sotto un cielo che dorme cullato dalla luna e dalle stelle. L'orologio della banca segna le 3. Gente frenetica cammina inquieta per le strade affollate della città: è giorno per gli uomini, notte per la natura. Di fronte a questa scena agghiacciante una forte curiosità e una gelida paura invadono la mia anima. Ora non vedo altro che quell'immagine di giorno nella notte. Cosa sarà mai successo? La mia mano fruga nel cassetto accanto al letto, trovo delle carte, do un'occhiata, ma poche parole bastano a farmi capire una terribile realtà: incidente, stato di coma, 25 marzo 2035. La mia mente è offuscata, non riesce più a distinguere le immagini vorticose che si mescolano in essa. In fondo al cassetto vedo una lettera, l'apro velocemente: Probabilmente non leggerari mai questa lettera, ma sappi che ti abbiamo voluto tanto bene e ti siamo stati vicino finché abbiamo potuto. Mamma e papà 16 maggio 1997. Ognuna di quelle parole fa sussultare il mio cuore, mi sento terribilmente solo, mi accompagna un forte senso di colpa, non riesco neppure a ricordare queste persone che mi hanno voluto così bene e che hanno sofferto così tanto per me. Frugo ancora nella busta e trovo una piccola foto: un uomo e una donna anziani che si tengono per mano. Mi alzo, voglio specchiarmi, come sono? Voglio disperatamente somigliargli, come se in questo modo potessi cancellare il loro dolore e il mio senso di colpa. Mi avvicino alla finestra, riesco a malapena a specchiarmi su quel vetro sporco. Il mio sguardo è ancora aggrappato a quell'immagine evanescente, quando il suono di una sirena lo getta in strada: gente frenetica si riversa nelle strade, corre, prende d'assalto i negozi, riempie gli uffici, bambini pallidi entrano nelle mura pallide delle loro scuole. L'orologio della banca di fronte segna le 20. Basta, voglio uscire, l'immagine di quella gente risveglia in me un'incontenibile voglia di vivere. Mi precipito verso il comodino, afferro la lettera dei miei genitori, un ultimo sguardo a questa stanza morta e chiudo la porta dietro di me. Sento un rumore, mi volto, un viso sporco emerge da uno scatolone pieno di giornali ehi tu fermati, dove te ne vai? Mi avvicino a quell'uomo, barba bianca e lunga, capelli lunghi e ingialliti dalla sporcizia, occhi vivi. Le mie labbra tremanti gioiscono nel trovare le parole giuste da far scivolare sulla lingua per poi tuffarle nell'aria. Riesco soltanto a dire: ciao, come stai? Ripeto ancora la stessa frase, non per l'uomo che continua a fissarmi, ma per me stesso, sono cinquant'anni che non sento più la mia voce ciao, come stai? L'uomo ora si alza, mi osserva ancora un po', poi dice: non andare lì fuori, il mondo è uno schifo, io mi sono rifugiato qui, sono scappato, qui è la libertà, lì fuori è una prigione. Lo guardo un po' perplesso, è veramente sconvolto. Continua: preferisco morire in questo posto sporco e freddo piuttosto che vivere là fuori una vita scandita dal suono della sirena e incatenata sotto fari artificiali. Voglio essere libero. Fisso ancora il suo volto spaventato poi gli volto le spalle e dico: io voglio vivere, l'altro urla: la morte è là fuori!. Scendo le scale dell'edificio, mi getto in strada. C'é solo un vuoto silenzio, non ne avevo mai sentito uno simile, eppure è giorno, c'è il sole perché la vita si è fermata? Mi trovo solo al centro di un immenso viale desolato fiancheggiato da enormi lampioni, lampioni e solo lampioni, nessun albero, alla base dei lampioni cemento e qualche filo d'erba secco e assetato di vita, ultimo segno di una natura soffocata dall'uomo. Altri grattacieli grigi estendono una grigia ombra su tutta la città, riesco solo a respirare il profumo del sole. Sento un voce lontana che mi grida: vuole uccidersi? Se ne vada, se ne vada! perdo i sensi. Apro gli occhi, vedo un volto chinato su di me, è quello dell'uomo di prima, mi guarda con compassione e dice: la vita è finita, si arrenda! Ancora non capisco il senso delle sue parole, solo sillabe esitanti riescono a fase un varco tra le mie labbra tremanti: cosa è successo?. L'uomo mi guarda incredulo: l'uomo ha distrutto la natura, il buco dell'ozono è diventato così grande che i raggi del sole, frecce velenose, non fanno altro che colpire a morte i bersagli viventi all'interno della voragine. Siamo in prigione, non si può più uscire, il giorno è morto, ha vinto la notte. L'uomo ha ridotto se stesso ad un pipistrello che esce nella notte per procurarsi cibo e non ha mai visto la trasformazione che subiscono gli oggetti scolpiti dai raggi della sole. Una sirena scandisce la nostra vita, alle venti si esce come vipere striscianti dalle tane e alle sei del mattino si deve rientrare velocemente nel buio delle nostre case grigie scappando, dal nostro unico nemico: il sole. Ma questa' è vita? Ma come è potuto succedere che il sole che scandiva la vita del primo uomo, ora sia il nostro peggior nemico? Il mondo è una immensa gabbia senza vie d'uscita. Il suono della sirena penetra violentemente nelle mie orecchie nostalgiche del dolce suono del vento e delle spensierate risate dei fanciulli. Solo rumori artificiali, solo suoni violenti, solo urla di una civiltà che sta morendo. Senza accorgemene, il mio corpo si è già recato alla porta dell'edificio, i miei occhi si soffermano su quel branco di uomini che come un grigio fiume morto si riversano nelle strade della città. Una luce accecante spaventa i miei occhi che trovano ristoro nel freddo grigio dell'asfalto, i lampioni si sono accesi, la vita dell'uomo comincia mentre il sole si spegne. C'è un parcogiochi laggiù, mi avvicino con la speranza di vedere qualche bimbo innocente non contaminato dal grigiore del mondo, ma le pasciute e rosse gote di un tempo hanno lasciato il posto al pallore, le rosea bocca desiderosa di risposte è ormai serrata, solo i vestitini dai colori vivaci stonano con il terreno grigio e il buio della notte. Vedo gente entrare in un bar, entro anch'io il locale è piuttosto accogliente, poltrone di velluto rosso e tavolini quadrati color giallo. C'è molta gente al banco, alcuni chiedono il caffè, altri delle brioches, altri ancora birra. Mi sento quasi vivo tra quelle voci cosi vive, mi sento quasi a mio agio. Ma all'improvviso il mio naso mi fa tornare alla realtà, manca qualcosa, qualcosa d'importante, cosa? Sì il meraviglioso odore del caffè, il fragrante odore delle brioches, i miei occhi restano paralizzati di fronte a questa visione sconcertante: solo grigie pillole all'interno di quelle colorate tazzine e piattini, nessun odore, nessun sapore. Non ho coraggio di chiedere nulla. Scappo velocemente e corro con tutto il fiato che ho in gola, senza meta. Arrivo finalmente in un posto che sembra lontano dai grigi edifici della città è una spiaggia, i miei occhi sono desiderosi di immergersi nell'immenso blu del mare, le mie orecchie di essere invase dal fragore delle onde. Comincio a correre niente mare, solo un'immensa distesa di sassi e sabbia e pesci morti. Mi fermo ad osservare quelle povere creature che hanno perso ormai il colore variopinto e sembrano pietre grigie, ma nella loro bocca socchiusa c'è ancora il desiderio di acqua salata. La mia mente cerca di cancellare quelle orribili immagini di morte. Voglio tornare in quel decrepito edificio in cui mi sono risvegliato, l'unica oasi in questo deserto di morte. Le parole dell'uomo rimbombano nel mio cervello: la morte è là fuori; mi tappo le orecchie per non sentirle più. Cosa c'è laggiù? Vedo una lunghissima fila di donne con un foglio in mano che attendono fuori da un edificio bianco. Attirato da quel colore che spicca nel grigiore dei grattacieli, mi avvicino alla fila, subito esce fuori una donna in camice bianco: siate felici, care mamme, noi vi diamo la possibilità di programmare i vostri figli, avete compilato bene la vostra scheda? Bene, ora non dovete fare altro che consegnarla e presentarvi fra dieci giorni per l'inseminazione artificiale. Chi invece deve essere clonato deve porsi in fila alla mia destra ed entrare con me nell'ospedale. Avete domande?. Do una occhiata alla scheda che una donna porta in mano: colore degli occhi verdi, statura un metro e settanta, sesso femmina, capelli castani... I miei occhi fissano increduli quella scheda passaporto per violentare la natura, il mio squardo si sposta poi agli occhi famelici di quelle pallide donne che attendono per fare il loro patto con il diavolo. O mio Dio che orrore! Corro ancora, la sirena comincia a suonare, mi trovo nel mezzo di un branco impazzito che corre al riparo. Finalmente arrivo al mio squallido edificio bianco, entro velocemente, le mie gambe tremano, mi siedo d'avanti all'uomo barbuto senza dire neppure una parola. Ci guardiamo, poco dopo si avvicina a me strisciando a terra, mi tende la sua mano sudicia, io gli tendo la mia fissandolo ancora, finalmente la sua bocca socchiusa pronuncia queste parole solenni: Restiamo qui, questa è una prigione in cui possiamo rimanere vivi per sempre, la nostra vita sarà decisa solo da noi e non scandita dall'orribile strillo di morte di una sirena. Ci stringiamo la mano ma... all'improvviso entrano, abbattendo con violenza il portone, due uomini incappucciati, sembrano due ladri, l'uomo barbuto rimane immobile e mi grida: scappa, sono cacciatori di organi! . I due si gettano su di lui con un enorme coltello e cominciano a sezionarlo, i miei occhi non riescono a distogliersi da quel corpo zampillante sangue, il mio corpo non ha la forza di fuggire come se desiderasse fare la stessa fine, l'uomo punta poi l'enorme coltello su di me... Marco, Marco svegliati. Sobbalzo sul letto, i miei occhi increduli si guardano intorno, sì è la mia stanza, con le pareti celesti, le mie pantofole di velluto blu, l'enorme foto del mio cane, il profumo del caffè riempe la stanza, corro subito alla finestra, si c'è il sole, il sole illumina la città in movimento rendendo uomini e oggetti vivi e veri. Mi sporgo di più per farmi colpire dal sole, come è bello il suo calore sul mio viso, come è dolce il suo profumo! Marco ieri sera ti sei addormentato con la TV accesa, ma che programma stavi vedendo? Non ricordo... a sì, il programma del lunedì TUFFO NEL FUTURO.
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