FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it
L'AGO NELLA CARNE
Stefano E. Pagliarini
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane.
Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Un gran pavese di canottiere e mutande, di camiciole e calzini.
L'uomo pranzava ogni giorno seduto vicino a quella finestra. Tra poco la donna si sarebbe affacciata al balcone e per tre volte avrebbe chiamato la figlia.
Solo il nome, la voce secca e monotona, nessun altro verbo o aggettivo, quel nome e poi basta. In lontananza, sfiancate dal calore, le colline portavano addosso i segni lividi degli ultimi roghi.
L'uomo si versò un altro bicchiere di vino. Ascoltava il ciaculiare sommesso degli altri e la parlata a volte aspra nei discorsi e nella cadenza. I rumori delle stoviglie in cucina.
Pensò al suo nord e a quando aveva deciso di voltarsi a guardare, da sud. Lo avevano preso tutti per matto: la Rita per prima, con quella sua logica, le sue battute, le sue mani a tagliare l'aria. L'ultima volta in cui l'aveva incontrata si era sorpreso a osservare i denti apparire e sparire tra le labbra sottili, sempre così ben disegnate. Ricordava quella bocca come proiettata al centro di un grande telone, ma le parole, di quelle nulla. Era a sud ora, a sud.
La sua non era stata una fuga. Lui non era scappato e il giorno che aveva deciso era stato un giorno tra tanti. Il pensiero era arrivato improvviso, sferzante. Aveva alzato gli occhi dalla scrivania e osservato i colleghi. Mentre i telefoni continuavano a squillare si era girato verso la finestra, avvicinando il viso al vetro aveva compreso di non vedere più nulla. Alla Rita lo aveva detto subito, ad altri, a qualche amico, giorni dopo. Qualcuno aveva pure sorriso.
La donna su in alto era rientrata. Tra le persiane accostate se ne scorgeva il busto mentre camminava avanti ed indietro nella cucina.
<< Vossia gradisce carcheccosa d'autro? >>
L'uomo riusciva ancora a provare sorpresa per quel tono. Scuotendo la testa ringraziò con un breve sorriso.
Pinuccio era un'oste aggraziato. La carnagione così bianca e i capelli rossastri a stingersi nel congiungersi alla rada barbetta. Sangue svevo o normanno forse. Anche gli occhi, azzurri.
Pinuccio fuggiva dal sole. Era grande, imponente e sempre vestito di bianco, la giacca lunga abbottonata fino al collo ed in mano un fazzolettone, forse un vecchio tovagliolo, con cui asciugava continuamente la fronte sudata.
Il locale era sempre in una penombra da chiesa. Lasciava ammutoliti, quando da fuori, scostando le tende all'ingresso, si scendevano i due stretti scalini. Pinuccio si alzava prima dell'alba per preparare e per andare ai mercati. Curava di ritirarsi all'aria che si faceva più calda e si affacciava solo la sera, al tramonto. Raccontavano che un giorno era stato scottato dal sole e la febbre gli aveva preso così forte che i termometri non erano stati capaci di misurarla. Pensavano tutti dovesse morirci.
Dicevano che tre giorni gli era durata la mattana, a tremare sul letto con la pelle ustionata.
<< Il sud è un sentimento >>. Il prete lo aveva sussurrato, come un segreto, il primo giorno in cui si erano incontrati. A quel curato di campagna che era andato a cercarlo fino alla camera, aveva cercato di spiegare perché fosse lì. Con quella frase, il vecchio parrino lo aveva interrotto. L'uomo aveva accennato col capo ed era rimasto poi silenzioso. A lui, a quel prete venuto lì a presentarsi, finì per chiedere giusto qualcuno che gli stirasse e gli facesse il bucato. La sedia vicino alla finestra e il tavolo sotto, erano ammucchiati a vestiti, a libri che si era portato, a fogli disegnati e poi accartocciati. Lui sedeva sul letto.
Quel parrino sapeva di una vedova giovane, aveva perso il marito, morto in un incidente al cantiere. Sull'uscio, mentre porgeva la mano per salutare, gli contò che la donna teneva pure una figlia e qualche problema, di soldi, con solo una magra pensione. Una brava donna che aveva bisogno.
Al bussare alla porta il giorno dopo, aprendo, la scoprì che vestiva ancora di nero, stretto.
In quei primi incontri i pochi dialoghi avevano come argomento il tempo, quella caldana, i luoghi vicini da visitare. La donna non gli chiedeva cosa stesse facendo lì, non era affatto curiosa. Passava da lui due o tre volte la settimana: prima al mattino a ritirare i panni sporchi, poi la sera per stenderli. Spesso rimaneva a osservarla, quando dopo aver ritirato il bucato, lo piegava con le mani prima di riporlo. Aveva gesti aggraziati, in contrasto con quel nero che portava addosso. La prima volta che le diede il denaro della settimana lei evitò di guardarlo negli occhi, mormorando qualcosa prima di piegare il capo ed uscire.
Un giorno si trovarono a parlare del continente, della gente, dei dialetti. Le cercava di spiegare i vocaboli più complessi, lei ripeteva sbagliando il più delle volte. Non si era mai mossa dal paese e anche a scuola non c'era stata per molto, non le piaceva. Si era sposata a quindici anni dopo una fuitina, la fuga dei giovani amanti. Poi era arrivata la bambina. Il marito era un lavoratore, un bravo ragazzo a cui volevano tutti un gran bene. Il giorno dell'incidente lei stava in casa della madre, a cucire. Raccontò che lo aveva sentito, il momento. Si era infilata l'ago nel dito e l'acciaio era penetrato profondo. Il dolore che l'aveva piegata a metà. Dei funerali invece non ricordava poi molto, solo la banda che il comune aveva mandato.
L'uomo le parlava della città, del traffico, dei colleghi in cravatta. Qualche volta lei lo interrompeva per dire che sapeva tutto di quelle cose, che le aveva viste in televisione.
Fu qualche tempo dopo, facendosi coraggio: un pomeriggio le chiese se sarebbe stata contenta di accompagnarlo. Lui era timoroso e impacciato. Con lei era tutto diverso. Lei vestita di nero e senza profumo, solo quel lieve odore di pelle accaldata attaccato ai vestiti.
Finì che a fare il giro ci andò da solo. Al ritorno le narrò della terra: ora rossa ora gialla, tutta attorno, fino alla lontananza. Ci si era riempito gli occhi e i polmoni. Così per la prima volta l'aveva vista sorridere.
L'uomo ammucchiava le briciole sulla tovaglia in file regolari, come quei bassi muri a secco che circondavano i fondi tutti intorno a proteggerli dagli sterpi e dallo scirocco.
Alzando gli occhi alla finestra si accorse che i bambini erano tutti rientrati ora. Il pomeriggio era tornato silenzio. Di notte, al balcone della camera, incrociava le braccia sulla ringhiera arrugginita e posandovi il mento, fissava le luci nei vicoli. Rimaneva così fino a tardi, seduto per ore. Lui sapeva che sarebbe accaduto. Lo aveva saputo nel momento in cui era arrivato al paese con la vecchia corriera. Quando con il piede era sceso su quelle pietre antiche arroventate dal sole. Quel sud che cercava era finalmente lì, di fronte a lui. Bastava attraversare la strada e allungare la mano, per coglierlo.
Si spostò sulla panca, dalla tasca tirò fuori i soldi e alzandosi li lasciò sulla tavola. Tra la bottiglia ed il piatto. La donna, seduta su in casa, rammendava l'orlo scucito di una piccola gonna, la testa chinata.
L'asfalto della strada pareva lava infuocata e l'auto, con le fiancate ammaccate e coperta di polvere, fece la curva veloce. I riflessi del sole sui finestrini a brillare come le stelle più grandi.
Forse l'autista non vide l'uomo che all'ultimo momento, quando neppure un miracolo sarebbe servito. Nella calura solo un colpo ed un affrettato stridore di gomme e la punta di un ago, lassù, tre piani più sopra, che scivolava sopra un ditale dorato. L'acciaio, feroce e spietato, ad infilare la carne.
ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato