FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it
L'ARTIGIANO DEI SOGNI
Domenico Ingenito
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un
poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane.
Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
L'oste con le mosche che gli ronzavano sonnolente intorno ai capelli unti tornò mentre l'uomo si alzava per andare incontro all'afa che faceva capolino dalla porta d'ingresso spalancata. Un antico ventilatore a pale ruotava con un sommesso ronzio pendente dal basso soffitto di legno, nell'ingresso, in modo da dare una sollevante impressione di frescura nell'entrare nell'osteria. Ma se nell'entrare l'afa veniva attutita dall'impressione di frescura data dal vecchio ventilatore, nell'uscire il contrasto era netto, da una tiepida frescura si passava al caldo accecante. Era romantico immaginare che quei granelli di sabbia trasportati dal debole scirocco provenissero da deserti di terre lontane... erano i granelli della spiaggia lambita dai flutti del mare poche decine di metri più in basso di quel dolce declivio sul quale le casette bianche luccicavano al riflesso del sole sull'acqua.
L'uomo guardò negli occhi Marina che si era girata a scrutarlo mentre con le manine stendeva i suoi immaginari panni al sole pomeridiano. I suoi occhi verdi erano due gocce di mare nelle quali faceva un effetto strano navigare con lo sguardo. La piccola gli sorrise mentre lo sguardo dell'uomo sembrava seguire le imbarcazioni dei pescatori che si apprestavano a tornare nel porticciolo dietro l'isola per sfuggire al sole che si ergeva alto sui loro volti solcati dalle rughe dei ricordi.
<<Signore, volete aiutarmi a stendere questi vestitini che il mio bimbo scemo ha bagnato nel mare mentre voleva fare il bagno? Io l'ho picchiato un poco però poi mamma mi ha detto che anche io avvolte faccio la cattiva...>> disse rivolgendosi all'uomo come per attirarne l'attenzione.
<<Marina, smettila d'importunare il signore!>> avrebbe strillato la mamma dal terzo piano della casa se invece di rientrare per stendersi sul letto per riposare fosse rimasta fuori al balcone per controllare la figlia e per seguire con gli occhi la magia danzante dei riflessi del sole sulle flebili onde...
I bambini erano rientrati richiamati dai genitori che assonnati li invitavano a dormire (almeno così l'avrebbero piantata con quel baccano).
Dove sono i turisti? Forse erano stati assorbiti da uno dei mosaici di mattonelle che ricoprivano le terrazze più belle dell'isola... in un sogno, come faceva Mary Poppins. Erano stati dispersi fra gli antri celestiali che si nascondevano fra gli anfratti rocciosi della costa frastagliata?
L'uomo, no, lo scrittore era molto stanco, le rughe gli solcavano non il volto ma i ricordi che più si immaginano vividi e più svaniscono lentamente...
Fa caldo,
la bonaccia fa tremolare le barche sull'acqua turchese che riflette il sole in ognuno dei suoi mille flutti. Le barche ormeggiate nel porticciolo di Marina Grande sono poche, pescatori., isolani e forse qualcuno dalla penisola sorrentina. Mano a mano che questa lenta funicolare sale le casette bianche si fanno sempre più rade, tappezzate di buganvillae porpora offrono una vista stupenda a chi come me arriva a Capri per mare.
Mi sento vuoto, sono vuoto. Dove sono? Tutto è già stato scritto, riscritto e cancellato in modo da poter essere riscritto ancora. Non rimangono che le immagini... le nuvole che lente si diradano sotto la calura estiva... immagini, non parole. E suoni. L'urlo dei gabbiani rimbomba nella mia mente, è un sussurro, è un soffio lunare. Sono loro, i veri padroni dell'isola. la ridondanza mi copre, mi scompone, mi annulla.
Fa caldo, tanto caldo, lo scirocco non fa che ricordarmelo anziché rinfrescarmi, dove sono i miei ricordi?
Se nel centro dell'isola, in Piazzetta, l'attività dei bambini era sonnolenta, la fresca strada alberata che costeggiava, cinquanta metri più in alto, la costa rocciosa ricca di anfratti che portava ai faraglioni era reduce di un incantevole angolo di un mondo addormentato. Lo scrittore (l'uomo?) si affacciò da un modesto parapetto per seguire con gli occhi la potenza delle onde che si infrangevano assordanti sulla roccia nuda e fredda. I ricordi attraversavano i suoi occhi come quelle alte nuvole attraversavano un orizzonte lontano. Ma c'era ancora traccia dei suoi ricordi in quegli occhi stanchi che cercavano di capire con aria indifferentemente assorta dove potesse incominciare il cielo?
Souvenir, Souvenir que me veux-tu?
Sono morto dentro? Un tempo credevo che i ricordi non appartenessero a nessuno perché appartenendo a tempi andati sono di un'altra persona, la persona che si era e che non si è più. Il vuoto mi riempie quanto queste nuvole riempiono il cielo che mi opprime, non posso respirare.
Il verde tracotante degli alberi mi dà la nausea, cerco di ricordare... non riesco...
...fugace ed intemperante, subitaneo e assolutamente non eterno. Fuori la discoteca l'aria era fredda, mentre aspettavo le nostre amiche francesi che arrivassero col loro pullman come stupido passatempo ammiravo il vapore della mia bocca disperdersi in volute fumose mentre espiravo, sullo sfondo delle stelle. Alla mia destra, decine e decine di metri più in basso c'era il mare, si era sulla penisola sorrentina, di fronte sempre a destra la sagoma del Vesuvio era delimitata dalla mancanza di stelle. Erano numerosissime lì in alto.
L'avevo già conosciuta, la mattina precedente, quando con la sua scuola era venuta nel nostro istituto. Già vista, come in un ineluttabile destino karmico, forse in un'altra vita che non era riuscita a sfuggire ad un multiforme destino escatologico lei era un fiore ed io una goccia di rugiada che pendeva dai suoi petali per assaporare e far parte della sua freschezza, per provare sensazioni pienamente vissute e per poi cadere in un ultimo luccichio nell'alba verso il terreno, per ricongiungermi di nuovo, dopo pochi fugaci attimi, al Tutto.
Comunque, l'avevo già vista. Non so se nei miei immemori sogni o in vani dèjà vu, mi fu presentata in una situazione strana, in un momento in cui pensai che nessuna di quelle tante ragazze potesse realmente interessarmi. Lei lo fece. Mi basto guardarla negli occhi perché mi comunicasse in una manciata di attimi tutte le sue sensazioni e i suoi ricordi, io le comunicai le mie. Si girò, ma sapevo che sapeva... non era la prima volta che ci eravamo incontrati. Il suo nome, Laurie, mille e mille volte era stato sussurrato dalle mie labbra nei tramonti esitanti (sebbene non avessi mai in questa vita trascorso un tramonto con lei) di ricordi di vite passate che si facevano strada nella memoria nei sogni del primo mattino, che purtroppo vengono dimenticati. I nostri sguardi si erano di nuovo incontrati, come dopo millenni di ricerche disperate fra le diramazioni dei destini umani che si incontrano, convergono per poi divergere per sempre, forse.
Quella sera il pullman non tardò, la discoteca era gremita. La cercavo con lo sguardo fra le luci un attimo abbaglianti e quello dopo surreali, fra decine di ragazze e ragazzi, italiani e francesi, conoscenti, amici e non... Laurie, la cercavo disperatamente... la trovai dietro uno specchio mentre il dj metteva un disco bellissimo "I'll be missing you"...
Era fredda, le ballavo vicino e si discostava, nervosa, con un sorrisino nervoso stampato sulle labbra dolci. Gli occhi celesti brillavano nel buio, cercavano i miei, con la sua cercò la mia mano... una bibita, timidamente le cinsi le spalle con un braccio...
stanchi... confusi, i suoi occhi sui miei...
non so come ci ritrovammo seduti su uno dei divani, uno di fronte all'altro, i nostri visi vicinissimi, due centimetri e l'avrei baciata, le chiesi se c'era qualcuno che le piaceva lì in mezzo, perche' avrei potuto metterle una buona parola. Non rispose.
Le ripetei la domanda...
Mi disse di si, le piaceva qualcuno lì fra noi...
<<Qui est-ce?>> le chiesi facendomi più vicino a lei.
<<Toi!>> mi disse mentre ci baciavamo con passione fatale. Io la stringevo a me, per sentirne il calore. Lei lo stesso. I suoi capelli biondi, lunghi e lisci, ma scompigliati mi ricadevano sul collo mentre le sue mani me lo accarezzavano per trasmettere le sue sensazioni attraverso la pelle... Pochi secondi, decine di minuti, lì mentre il resto della discoteca e del mondo diventavano rarefatti fino a svanire in remoti angoli della memoria. Aprii per un attimo gli occhi mentre la nostra passione veniva lentamente consumata ma mai esaurita, vidi noi due nello specchio dietro il divano. Vidi me stesso, vidi lei, per una frazione di secondo, vidi noi due. Già visto, mille e mille volte... la passione finita nelle singole e vane vite ma immortale lungo i destini che s'incrociano.
...le luci si fecero sempre più lontane e delebili, gli occhi si stavano per chiudere, di nuovo... due serate, intense. La notte fra la prima e la seconda passò, insonne e interminabile, mentre in stato onirico sentivo ancora le sue mani accarezzarmi il collo e le sue braccia avvilupparmi la schiena, e le sue labbra baciarmi.
Paradossale ed ironico, fino al giorno prima non mi sarei mai aspettato tutto questo. I ricordi si sovrappongono, ognuno sfuma nell'altro, ricorderò per sempre una sua frase mentre tremanti di passione eravamo clandestinamente abbracciati dietro una porta della discoteca.
<<Laurence, donne-moi le nom de ton parfum car quand je retournerai à Paris je l'acheterai pour me rappeler de toi, de tes lèvres et de ton cou. Et de tes mots.>>
La vita è altrove, non poteva che dirlo un poeta, un animo libero di spiccare il volo fra le nubi più alte e irraggiungibili dalla vista che si perde nell'assurda concezione d'infinito che si spalanca al di sopra di tutto...
Libero come i gabbiani di solcare con le loro ali i venti che hanno toccato mille posti e mille sentimenti, i gabbiani, così lontani e così tristi, tristi per noi perché irreali... e magici come i cigni che planano leggiadri sui fiordi scandinavi dove l'acqua specchia dolci cime innevate dalle nevi perenni. Ogni tanto, spesso, si sente la voglia di scappare, di fuggire, di scappare dalla trama del proprio destino per vivere altre vite e altre sensazioni... come un personaggio che passa da un sogno all'altro e che sogna come respira... come i cigni e i gabbiani le cui vite non sono qui, non sono là, non sono né adesso né domani e soprattutto non ieri... ma altrove, in ogni altro luogo e in ogni altro tempo, la vita degli esseri che hanno il dono celeste delle ali è altrove, i poeti sono liberi, liberi di compiere il volo della loro arte per cieli sconfinati e su mari profondi come i loro animi...
Questa tela mi lega alla terra, mi inebria, mi attanaglia. Le dolci trame del candido tessuto sono come sinuose curve di corpi femminili che non vedrò mai e che non toccherò mai, fuggono danzanti nel momento in cui il pennello con vaghi schizzi si appresta a rappresentare l'eterno abbraccio fatale dei due amanti che bruciano su un rogo e le cui grida di passione e di dolore si disperdono fra le più alte arie dove solo il fumo delle loro carni può volteggiare in volute impalpabili, i due amanti la cui saliva non può che diventare rugiada quando i narcisi sono stadi deposti sulle loro ceneri che finalmente giacciono nell'unione eterna alla quale aspiravano.
La vita è altrove, sono saturo, sono morto dentro. Ho paura, l'angoscia mi rode.
Scavo nei miei ricordi, fra le mie tele, fra pezzetti di passato che affiorano quando meno te l'aspetti... Il passato e' terribile, non ti permette mai di creare un quadro completo della tua vita, possiedi poche immagini, pochi particolari... il resto e' vuoto e tenti di colmarlo con la tua sofferenza. Ogni storia, ogni tela ogni pezzo di carta con su scritti pochi e indistinti versi sono pezzi di vita, ricordi, un'autobiografia occulta. L'arte è lì in tutte le sue forme, basta scegliere la preferita, le altre ti portano solo sofferenze.
Ricordo che un tempo scrivevo, come incominciai non ricordo... ricordo che era solo una storia angosciante (angosciante...)... ma un tempo era la mia arte... scrivevo.
Si, il nostro uomo (scrittore?) scriveva...
Pioveva.
Il paesaggio si fece melanconico, era tempo di tornare alla locanda. L'acqua piovana fluiva scrosciante in mille piccoli ruscelli.
Mille sfumature scivolavano come in un mesto paesaggio autunnale... come nei tempi in cui era ancora capace di tramutare in arte ciò che vedeva, con il suo pennello, dare vita alla tela che lo inebriava e lo nauseava col suo vuoto candore.
L'acqua scorre verso il mare, una lenta agonia mi rode dall'interno.
Silenziosa scorre, fradicia d'acqua, una barchetta, è stanca del peso del tempo. La pioggia le sia abbatte con violenza.
Affonda.
Mille sfumature fra le gocce che sbiadiscono le tenui sfumature di questa tela...
ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato