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Antonio Anodia




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.

Il locale non era cambiato, e quasi nulla rivelava il tempo trascorso, se non quel calendario 1990 della Macelleria Melluso e le luci al neon, messe alla meglio sul soffitto.
Una corriera si arrestò al centro della piazza emettendo un fastidioso sibilo di freni. Lo sbuffo del portello aprì la via d'uscita a parecchie donne anziane che tornavano dal santuario della Addolorata Vergine. Tre turisti tedeschi seminudi ritirarono dal bagagliaio i loro zaini stracolmi, dietro di loro una famiglia di emigrati, marito moglie e due giovani ben cresciuti.
Il marito fece alla moglie di aspettarlo, che doveva comprare un pacchetto si sigarette, quindi entrò nel ristorante e salutò calorosamente il padrone, un quarantenne in carne dai capelli neri, resi lucenti dal fritto dall'olio e dai vapori della cucina. Il nome del cuoco era Gino, l'altro si chiamava Carmine. L'uomo seduto assaporò insieme al vino bianco suoni seppelliti, vecchie parole e abbracci passati. Carmine si girò prima una volta, poi un'altra, poi un'altra ancora, fissando, sempre più insistente, l'uomo seduto sulla panca. Fece per andarsene quando si girò e si diresse al tavolo dell'uomo, cercando chissà cosa nei suoi occhi.
"Mimmo?"
"Si, sono io." Disse l'uomo alzandosi mentre stringeva vigorosamente la mano del suo vecchio amico.
Carmine si affacciò alla finestra e diede istruzioni alla moglie di andare avanti, lui sarebbe arrivato più tardi, aveva ritrovato un'amico.
"Mimmo, sono passati..."
"Tanti anni... Non pensavo che qualcuno si ricordava ancora di me."
"Ci sono solo i capelli più bianchi e quella barba, ma il resto è uguale a sempre, caro Mimmo."
"Tu invece..." Fece Mimmo toccandogli la testa mentre sorrideva.
"E già, mi sono caduti, ti ricordi che bei capelli avevo. Ma, insomma, ti sei deciso a tornare finalmente, ti abbiamo aspettato per tanto tempo. Anch'io me ne sono andato, sai. Mi sono trasferito a Roma, ho lavorato in un ristorante, poi ho aperto un negozio di barbiere... Me la cavo abbastanza, ho fatto una famiglia, i figli studiano e si vive tranquilli."
"Mi fa piacere, finalmente ci rivediamo e ti trovo bene. Sono veramente contento. Mi dispiace di non averti mai scritto, ma sai come è andata, non volevo crearti dei problemi... E una lettera anche sarebbe bastata..."
"Lo immaginavo. Ma non ti preoccupare, tua madre mi parlava di te e mi teneva sempre al corrente di come stavi e che vita facevi. Tutto in segreto perché qui, per troppo tempo non è cambiato niente. Adesso però qualcosa comincia a vedersi."
"E per questo sono qui, voglio andare a trovare mio fratello e mia madre."
"Tuo fratello era un grand'uomo, nessuno l'ha dimenticato. Pensa che l'anno scorso il nuovo sindaco voleva mettere un monumento alla sua memoria. Poi la solita storia, le carte e le scartoffie, e non s'è fatto più nulla. Il sindacato dei braccianti agricoli, invece, gli ha intitolato la sezione provinciale. "
"I Morello che hanno detto?"
"I Morello sono tutti in galera, sono pentiti, adesso. Sapessi quanto ti hanno cercato. E scusa se te lo dico, ma più volte hanno intimidito i tuoi, per farsi dire dove ti eri nascosto. Pensa che per anni nella loro villa hanno tenuto un busto di Don Vito, alto più di due metri. Adesso la villa è sequestrata. Un mese fa qualcuno è entrato di notte ed ha spaccato tutto a colpi di mazza. Ma... Mimmo, c'era proprio bisogno di fare quello che hai fatto, quaranta anni fa?"
"I Morello sono stati mai accusati di aver ucciso mio fratello?"
"No."
Mimmo ritornò con la mente a quel periodo, trenta anni prima. Rivide la stessa piazza, il palazzo era ancora fresco di intonaco, il ristorante aveva un pergolato di cannuccie al posto di quella tenda di plastica beige. La reclame della Cinzano era la stessa, solo che prima aveva dei colori più vivaci e non c'erano ancora quei punti di ruggine intorno al marchio. Turisti non se ne vedevano ancora, ma c'erano carri e animali, il lastricato di pietra lavica non era stato ancora messo. Mimmo si rivide mentre raggiungeva la piazza, suo fratello era stato appena seppellito. Aveva il viso stravolto, una pistola americana sistemata sulla cintura dietro la schiena, coperta dalla giacca, il cuore che batteva forte, il sudore inzuppava le sue mani callose. Una calda giornata d'estate, la campana della chiesa batteva lenta, insieme a lui, diversi rintocchi. Una corriera riportava le donne dai campi, cantavano. Un uomo spingeva a fatica il suo carro carico di damigiane d'acqua potabile. Passò tra questi, infilandosi sotto il pergolato che difendeva i tavoli all'aperto dal sole estivo. Entrò e vide Don Vito Morello seduto che lo osservava incuriosito, mentre versava l'ultimo bicchiere della sua vita. Mimmo estrasse la pistola e la mostrò all'uomo, un secondo, il tempo di vederlo mutare in volto. Sparò. Tre colpi. L'espressione di sorpresa rimase incollata sul viso di Don Vito Morello, un epitaffio all'ultimo istante di una vita da padrone. Mimmo si voltò e uscì in strada, il passo lento, rivolgendo un ultimo sguardo a quella che ormai era solo un corpo esanime di un mafioso con una strana smorfia sulla faccia. L'uomo, appoggiato allo schienale della panca, aveva lasciato mezza bottiglia di vino sul tavolo, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, calciavano un pallone di stracci, accudivano bambole di pezza, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero, e pensava a quando, da bambina, giocava a fare il bucato.


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