FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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BIANCALISA E IL SETTIMO NANO
Gero Mannella
Sto sbirciando attraverso un buco nella siepe. Mica facile, con questi rametti che tendono a scattare in fuori stile filo spinato mirando agli occhi. Potatura malfatta. Il problema più serio, le ginocchia, comunque si è risolto: non me le sento più da una mezz'ora. Bene. L'insensibilità mi aiuta a concentrarmi sulla casa. Villetta, dovrei dire. E' esattamente quel tipo di ciarpame residenziale che i geometri definiscono "villetta": due piani fuori terra più garage seminterrato e, certamente, tavernetta attigua. Nel giardino, betulle.
Ma la colpa non è di Lisa. Lei non è responsabile dei faretti sul prato e dell'antenna satellitare spadellata sul tetto a... Finalmente! Eccola.
Si è aperto il portoncino blindato e lei è lì, qui, a tre metri da me che mi emoziono e perdo l'equilibrio e mi spino la faccia e... C'è mancato poco. Scricchiolio di rotule come una fucilata nel silenzio. Ma lei non se n'è accorta. Guarda la luna, lei. Forza, bella, avvicinati ancora un po', abbassa quella dolce testolina, sì, così, vieni, altri due passi, ma, insomma! dài, come fai a non notare niente? Proprio lì, tra Dotto e Mammolo, dove dovrebbe starci Pisolo, non la vedi la terra che è scavata di fresco, tutta nera? L'ha vista. Ha già raccolto il volantino. Lo sta orientando verso la luce di un faretto. "Comitato di Liberazione dei Nani da Giardino" è scritto in grosso, quindi...
Beh... allora?
Sorridi Lisa, su! Sorridi!
Mi va bene anche un'accenno, una smorfia. Su, Lisa! Accenditi!
Si direbbe che... non sorride. No, non sorride.
Sembra turbata, si guarda intorno inquieta, sta cercando qualcosa. Dio, che ansia!
Cosa cerca? Pisolo, o il colpevole della sua sparizione?
Forse ho esagerato. Ora me ne rendo conto. Da come l'ha presa...
Eppure quando scavavo ero così euforico! Mi sembrava già di vederla sciogliersi in quella risata accorata, cogli occhi scintillanti che manco un mago degli effetti speciali. E' vero che avevo le pulsazioni a mille, il cuore che mi schizzava da tutte le parti. Al solo pensiero che qualcuno mi scoprisse quasi me la facevo sotto.
Il fatto è che mi entusiasmo facilmente.
E solo dopo mi rendo conto della cazzate che faccio.
Coglione!! Che ti aspettavi? Che le si accendesse il viso, che gridasse il tuo nome, e ti saltasse addosso? E magari ti chiedesse di farla tua lì, sul posto, tra un Dotto e un Mammolo, eh?
Grande trovata, non c'è che dire!...
Ed ora che si fa?
Di uscire allo scoperto non se ne parla proprio, a questo punto. Anche se, vabbè che era uno scherzo del cazzo, ma non capisco perché tutta quella agitazione.
S'accovaccia, tocca il terreno fresco, si alza, si passa l'altra mano tra i capelli. Come se tremasse.
Non la riconosco, non mi sembra lei.
L'altra sera, quando l'ho conosciuta alla festa, m'era parsa così sicura di sé, disinvolta, scanzonata, persino cinica, quando aveva preso ad elencare le esibizioni, le manie, le paranoie della sua famiglia, esemplare frammento di middle class massmedizzata, sospesa tra tecnoidolatria ed esoterismo naif.
Il padre agente di borsa che, superata la mezza età, ha scoperto una certa inclinazione all'ascetismo (ovviamente assecondata part-time, tra un grill party e l'altro); la madre insegnante liceale d'indole malinconica, vegetariana, igienista, esteta suo malgrado (ma non si capisce bene di cosa), ipnotizzata per buona parte del giorno dalle onde elettromagnetiche convogliate dal padellone in un megatubo catodico, e sparate su un 34 pollici ultrapiatto. E pare che tutte le manifestazioni della passione, dell'insipienza, della genialità o della nequizia umana, materializzate su quello schermo, vengano passate al setaccio equanime dell'indulgente pedagoga. Siano esse tresche a permutazione infinita di cloni di Barbie e Big Jim, quiz preserali a soluzione non univoca, del tipo "Pronto signora, da dove chiama?, per mezzo milione mi dice com'e' il caciocavallo? - Morbido! (NO!), Stagionato! (NO!), Essiccato! (NO!), Può darmi un'aiutino? (A-p-p...), Appisolato? NO, signora! Tempo scaduto! La risposta giusta era... Appeso!!!", oppure inedite e notturne esegesi alla critica kantiana sussurrate da antichi docenti universitari dalla pappagorgia stile tartaruga, o ancora struggenti storie di sequestri o disparizioni, e relativa ansiosa ricerca di indizi per il ritrovamento, del tipo "Pronto signora, da dove chiama?, ha notizie del nostro uomo? Siii? Oh, benissimo (un bell'applauso!). E, ci dica, come l'ha trovato il nostro uomo?... A-p-p... Appeso?!!!... No, no, signora... guardi che ha sbagliato! Quella era la risposta al quiz precedente sul caciocavallo!".
Insomma Lisa mi sembrava librarsi sui campi sterminati delle insulsaggini familiari, come se non avesse con sé nessuna di quelle zavorre. Un po' supponente forse: magari anche arrogante. Ma a me quella leggerezza, quell'aria perenne di sfottò, quei modi da militante faziosa, e tuttavia per nulla disadattata nel suo stile di vita, mi avevano completamente risucchiato nell'orbita.
A parte la bellezza. Chè quegli occhi quando li vedi sei finito: schizzano inquieti e lucidi, ridono da soli, senz'audio, e ti passano da parte a parte, come fossero laser. Anche adesso, al buio, mi sembra che proiettino dei fasci di luce. Adesso però ci vedo dentro qualcosa di diverso, qualcosa di felino. O meglio di incazzato. Tipo pantera che ha fame, e farebbe a pezzi il primo coglione che trova acquattato dietro un cespuglio.
Eppure era stata lei a darmi l'imbeccata l'altra sera. Quando aveva preso a parlare dei suoi ridicoli nani, e del gusto burino dei suoi (basta vedere 'sta villa!), che se ne erano invaghiti in un rigurgito di spirito da fanciullino (tanto vicino alle nostalgie a ritroso materne), riesumatogli a quanto pare dal solito sociologo taumaturgo da talk show.
E allora che tenerezza quei colorati puffi di gesso comprati in offerta al brico center! (ogni 6 nani il settimo è gratis).
Che poi gesso un corno! Non so di che materiale li fanno, ma di sicuro non è gesso! Chè Pisolo a prenderlo in braccio per sotterrarlo ho rischiato l'ernia, e poi aveva una pellicola di finta epidermide che faceva impressione: deve essere un nuovo polimero dall'effetto umanizzante, magari pure impermeabile.
Comunque 'sto tormentone dei nani era andato avanti tutta la serata. Ed anche lo sputtanamento dei suoi. Innanzitutto la sfida intellettuale dopo l'acquisto, quando avevano dedicato l'intera serata a recuperare dai recessi della memoria i nomi di quei sette puffi, che erano stati di certo presenze vivide della loro fenomenologia infantile (al contrario di noi, che ci siamo svezzati cogli uforobot). E lei, la sadica, li aveva lasciati macerare nei loro vuoti mnemonici, rifiutandosi di offrire a supporto le sue fresche sinapsi. Finché al papà era venuto il lampo di genio: andarli a cercare su Internet.
E pare che in quattr'e quattr'otto aveva recuperato nomi, biografie, vizi e virtù (Indirizzo web www.nanidagiardino.it).
E poi impietosa, che io al suo posto avrei evitato, s'era messa a fare il verso alla tenera svampitezza della madre, che aveva sorpreso più volte in segreto dialogo con Gongolo, o al rituale paterno, che ad ogni nuovo ospite del barbecue impone quale antipasto o digestivo un bel periplo dei nani.
Lo stesso papà che il giorno dopo l'abbuffata a quanto pare pratica uno yoga compensativo, si piazza immobile e solenne sotto un albero in giardino, e si assenta per ore dall'umano consesso e dalle sue venefiche passioni (Lisa sostiene trattarsi di vere e proprie trance, ma ormai ho capito che le piace sparare cazzate).
"Li odio, li odio! Devo assoldare qualcuno che faccia sparire i nani dal mio giardino!", aveva sospirato allo stuolo di soggetti che le sbavava addosso.
Ed io ad uscirmene con quella battuta: "Dovresti rivolgerti al Comitato di Liberazione dei Nani da giardino. E' un ente no-profit...".
E tutti giù colle risate. L'unico lampo di notorietà in una serata da scrutatore (non nell'accezione elettorale, ma in quella oftalmica monomaniacale, essendo solo lei l'oggetto del mio indefesso scrutare).
Ed ora? Avrà associato il contenuto del foglietto a me? Avrà materializzato su quello la mia faccia?
Beh, se l'ha fatto mi sa che non deve avere un buon ritratto di me. Ed io sinceramente a questo punto vorrei stare lontano da qua.
Chè, porca pupazza, si sta pure avvicinando!
Calma, calma. Chiniamoci ancora un po' dolcemente, cosi'; basta non fare fruscii con questi rametti spinosi del cazzo, che qua è buio totale e lei non ci può arrivare, pure cogli occhi da felino che si ritrova. Poi appena si allontana un po' mi conviene...
NO!, ho capito bene?, ha detto "Imbecille". Non sono sicuro, ma mi sembra...
Si, Dio bono, l'ha ripetuto!!! L'ha urlato stavolta...
Non vorrei che... fermo, per carità! si sta avvicinando!... immobile, mi raccomando, senza fiatare!! Magari lo sta dicendo a sé stessa, avrà qualcosa da rimproverarsi... in fondo "imbecille" è declinato uguale per maschi e femmine...
NO!, ora ha detto "Stronzo, vieni fuori!!". Si, ha detto proprio stronzo. Con la desinenza che non lascia dubbi. Credo ce l'abbia con me.
Ha una voce stridula, odiosa, incazzata nera, non è la sua.
Figura di merda! Mo' che le dico?!
Okay, siamo uomini. Abbiamo sbagliato, è una questione di responsabilità.
Mi faccio una croce fugace, come i giocatori a centrocampo un po' prima del calcio d'inizio.
Ho difficoltà a tirarmi sulle ginocchia addormentate. Lei si avvicina scomposta, isterica. Ha un dito puntato, ed un vestito da sera lungo, nero, di raso. Un'altra festa l'aspetterà da qualche parte.
"Ciao Li...Lisa". Non mi viene altro, a parte il singulto, il balbettìo, e la coloritura paonazza che sto prendendo, per fortuna al buio.
"Hai combinato tu 'sto casino?", mi fa acida.
Rimango immobile. Non so che dire. Le orecchie avvampano, prossime alla termofusione.
"Tu devi essere pazzo!!! Questa è violazione di proprietà privata!! Lo sai che io... io..."
Gesticola sdegnata, porta le mani ai capelli, pesta col piede a terra, mi urla addosso.
Più che una pantera, visto che è plenilunio, sembra assumere le sembianze di una lupa mannara: tutta scura, cupa in volto, i denti bianchi a stretto contatto con gli ululati, le unghie spianate, l'ansimo del killer.
E tuttavia respiro il suo profumo, ed il respiro quasi si ferma. E con quello lo scorrere del tempo, e fors'anche la rotazione terrestre. Rimango stranito a seguire la scia che le sue mani bianche lasciano al buio appresso al ringhio, ora sommesso, ora furente.
"Stronzo! Idiota! Chi cazzo te l'ha data tutta 'sta confidenza?"
S'avvicina ancora e leva un pugno: scorgo i tendini nervosi del polso. La luna le allunga delle ombre sul viso, e rimarca il turgore della vena dell'indignazione che le scende al centro della fronte.
E strano ma, ora che sono immobile, indifeso, nudo, alla sua mercè, mi sento assente e leggero.
Ed anche privo di colpa ora. Come fossi un semplice spettatore.
Mi sembra d'essere al centro e alla periferia di quella scena, e di sentirne gli elementi salienti: la lupa-pantera fragrante d'aromi inediti, il nano della discordia sotto un palmo di terriccio, l'amante dalle ginocchia e dall'intelletto assopito, e tuttavia presente nei sensi, ed obliato in essi.
Si, ora non provo più scorno. Sono semplicemente scisso in due: quello attonito che sente di doversi difendere, investito com'è dalle accuse; e quello che osserva acritico in piedi dietro i rovi. Come in un sogno il mio sguardo è quello dell'interprete principale e dell'ultimo spettatore insieme.
E l'obiettivo affonda ramingo nell'anodino, nelle particole della scena, alla periferia del dramma: le flebili luci dei lanternini, il disegno di un orecchino, un incisivo sbilenco, l'improvvida ghirlanda di foglie d'albero che un alito di vento le accosta al capo, un bagliore remoto nello spazio oltre la luna, forse un boeing, forse l'esplosione d'una supernova.
Una scena da film, mi viene da pensare. Da film horror in bianco e nero, incongruo, inverosimile, degno del genio inconsapevole di Ed Wood. Un horror mal riuscito, ché la lupa mannara non completa la metamorfosi cutanea, rimane a corto di peli, e le zanne non s'ingrossano, non crescono. Anche l'audio non è buono, le grida sono stonate, e come attrice Lisa inclina troppo al drammatico.
"Lisa, non ti sembra di esagerare?".
Ecco, l'ho detto. L'ho detto con tutto l'autocontrollo di cui sono capace, in qualità d'attore non protagonista, spettatore, critico di vaglia, nonché coglione emerito.
"D'accordo, ho fatto una stronzata. Non so cosa mi ha preso. Lì per lì mi sembrava un'idea divertente sotterrare Pisolo. Non preoccuparti, ora te lo tiro fuori e aggiusto tutto".
"Non era Pisolo, imbecille!", mi urla ancora in faccia.
"Davvero?... Beh! Sarà stato Brontolo... sai, al buio...", azzardo conciliante.
"Non era nemmeno Brontolo, idiota!!", e la sua voce si incrina, come volesse piangere.
Questa deve essere un po' fusa. Se era così attaccata ai suoi nani, perché è stata tutta la sera a fare quella sceneggiata? Stronza, esibizionista, uterina! E se mi offende ancora...
"Senti, Lisa. Non sono tenuto a conoscere tutti i nomi dei tuoi maledetti nani...sto solo dicendo..."
"Non era un nano!!!", mi urla in faccia.
"Ma... che cazzo dici? Mi fai capire?!".
Ora mi sta venendo un po' di tensione, a vederla che trema, e singhiozza, e tira su col naso.
"Era... mio padre", sospira con un filo di voce.
"Cheeeeee?!"
"Mio padre!!! Si! Si! Mio padreeee!!!!", urla e mi si butta addosso coi pugni e quelle unghie affilate, "hai seppellito mio padre!!! Assassino!!!!"
Mi rintronano le orecchie. Questa è proprio pazza.
"Ma che dici?! Era un nano, ti dico!!!"
"Mio padre è basso. Eppoi stava nella posa yoga che lo faceva più piccolo..."
"Ma... non è possibile! Era inanimato!!!"
"Ti ho detto che va in trance!", mi urla didascalica, come si fa coi bambini scordarelli.
Mi gira la testa, mi si offusca la vista, e i lanternini del giardino si moltiplicano all'infinito.
Ricordo la consistenza dell'epidermide di quello che io pensavo fosse Pisolo, e del ribrezzo che avevo avvertito. E anche del Rolex che, ora che ci penso, teneva al polso.
Però, hai voglia a definirlo basso!, quello per me era un nano a tutti gli effetti.
Comunque non voglio fare altre questioni, che Lisa già è abbastanza scossa.
Devo recuperarlo al più presto. Dove ho messo la pala?
Ora mi sento attore protagonista del film di Ed Wood.
Il profumo esotico di Lisa è dietro di me. Davanti sento quello del terriccio fresco, mentre scavo.
Il padre di Lisa è morto, e ormai semirigido (come le lentine che mi sono scordato di mettere, ché magari mi sarei accorto della differenza).
Le sirene della polizia sono spiegate, per chi volesse intenderle.
Mi continuo a ripetere che era solo uno scherzo, e che comunque il padre di Lisa è molto più che basso, e facilmente confondibile con un nano.
Sto ancora nella buca in mezzo alla terra. Le ginocchia sono sveglie ma non ho la forza di tirarmi fuori. Do un'occhiata da quaggiù verso l'esterno. Lisa s'è acquietata sotto una betulla e guarda fisso il terreno, la madre pedagoga carezza il defunto yogin. Lontano, al di là del padellone, un bagliore remoto nello spazio oltre la luna: forse un boeing, forse l'esplosione d'una supernova, o forse l'esplosione di un boeing.
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