FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it
GIU' DAL CAMPANILE
Guglielmo Gaviani
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Ecco nel sole accecante uscire dalla chiesa la processione. La piazza sembrava fermarsi: cigolii di portoni e persiane serrati, i bambini si ritiravano al richiamo delle madri, rimaneva solo un cane che caracollava indolente da un angolo all'altro della strada.
La donna dalla finestra del terzo piano ora guardava affacciata col gomito appoggiato sul davanzale e si reggeva il mento con il pugno della mano: non voleva che dalla strada la vedessero e non si sporgeva, ma era curiosa e sbirciava dall'alto ogni movimento. Sotto passava la processione col santissimo: davanti il chierichetto che agitava il turibolo dell'incenso ad aprire la strada, poi la Figlie di Maria con l'abito bianco, le più piccole con una coroncina di fiori sopra il velo, in mezzo una donna, vestita di nero e dai tratti forti, che reggeva il grosso crocefisso di legno appoggiato alla cintola di cuoio. Dietro il curato, sotto il baldacchino rosso con le frange dorate, i paramenti e la stola che gli formava una punta dietro la nuca. Il baldacchino era portato da quattro uomini con l'abito della confraternita. Poi le autorità del paese. A seguire due lunghe file di donne e poi, in fondo, d'uomini. Era la processione solenne della festa del paese.
La donna alla finestra guardava da quella posizione privilegiata: al passaggio del santissimo, oltre a ritrarsi leggermente, accennava una genuflessione ed un segno della croce per poi rimettersi ad osservare dall'alto la fiumana di gente che camminava, a passo cadenzato, seguendo il canto che, come un eco, si perdeva nelle strette vie del paese. Il coadiutore intonava un Salve Regina subito rintuzzato dal gruppo di Figlie di Maria che impostava il coro a due, tre voci. In fondo alla processione gli uomini rimanevano silenziosi, col cappello in mano, quasi trascinati dietro dal corteo.
Il corteo arrivava alla chiesa dopo un lungo giro che aveva attraversato tutto il paese: un attimo di silenzio seguito da un montante brusio saliva dal sagrato che lentamente si riempiva...
Poi un urlo dall'alto, straziante, come una lama si abbatteva sulla folla. Nemmeno il tempo di alzare lo sguardo verso il campanile, che due persone abbracciate si sfracellavano sul selciato. Un attimo ed erano tutti intorno, mantenendosi a distanza, bloccati dalla paura di quei due corpi inerti immersi in una pozza di sangue. Poi un grido, alto, solitario... Ed allora tutti a correre come se quello fosse stato un segnale di raccolta. Un enorme capannello di persone sovrastava i due corpi quasi a volersi cibare dell'orrore di quella morte. Il coadiutore a stento si era fatto largo e, capita con uno sguardo la situazione, aveva preso ad allontanare la gente con gran spintonate, ma senza riuscire ad ottenere altro che un ondeggiamento della folla che si era accalcata intorno. Allora si era tolta la tonaca bianca e con quella aveva coperto i cadaveri. La tonaca, subito inzuppata del sangue di quei due poveretti, aveva fatto inorridire la folla che solo allora si era allontanata in disordine fuggendo dal sagrato.
Maria aspettava quel bimbo con serenità: l'aveva concepito con Tommaso prima che partisse per la Francia come muratore. Non avevano soldi per pagarsi l'alloggio per due e così Tommaso se n'era andato da solo nei sobborghi di Parigi da più di quattro mesi e lei aspettava a casa che arrivasse qualche notizia. Lei, Maria, non sapeva bene perché, ma si era già fatta una ragione di non vederlo più. Era una di quelle sensazioni che le donne contadine di queste parti avevano stampato in volto, rassegnate com'erano al loro destino. Maria ormai si era rassegnata al fatto che la stagione dell'amore fosse già passata per lei. Ed aveva solo 25 anni...
Le altre donne del cortile tentavano di tranquillizzarla: erano emigranti stagionali, partivano per Pasqua ed a San Martino erano a casa. Intanto non c'era tempo per i rimpianti, bisognava far andar le mani: nei campi i lavori non aspettavano e dovevano pensarci donne, vecchi e bambini.
Quando le arrivò la lettera con una grossa intestazione nera sopra, Maria capì che Tommaso era come morto per lei e non era riuscita a versarci sopra neanche una lacrima.
Il bambino nacque ad Agosto: la mattina, col carrettone, le donne erano andate in campagna per i lavori. Anche Maria c'era andata con le altre e si era fermata sotto un gran nodoso gelso che spandeva la sua ombra ai bordi della rungetta. Gli scrolloni del carro sulla stradina di campagna le erano sembrati insopportabili ed era arrivata già sudata alla vigna. Le compagne le avevano detto di stare tranquilla a riposarsi che ci pensavano loro al suo lavoro. Ma ormai era matura per il parto ed a mezzogiorno si era accorta che un liquido caldo le colava giù per le gambe. Era il suo primo figlio e non sapeva cosa fare: le donne più anziane si erano subito avvicinate e l'avevano tranquillizzata, avevano allontanato le ragazze più giovani -che quello non era uno spettacolo per loro- invitandole a continuare il lavoro. In fretta l'avevano portata col carro alla casa più vicina e là, sul tavolo della cucina, era nato suo figlio. Tommasino l'aveva chiamato, che ricordasse almeno nel nome il padre che non c'era più. Così Maria, tutte le volte che l'avrebbe chiamato, si sarebbe illusa di avere in casa il suo uomo.
I giorni passavano e Tommasino cresceva, ma non era come tutti gli altri: il farmacista aveva scosso la testa mormorando una malattia che nessuno aveva sentito nominare. Ma Maria era tranquilla. Aveva accolto Tommasino e l'aveva accudito con amore e, dopo che lo aveva scoperto indifeso verso il mondo ed inconsapevole della sua sorte, gli si era aggrappata ancora di più.
Tommasino si era fatto uomo, ma ragionava come un bambino... Sentiva dentro, indistintamente, i bisogni di un uomo. La madre capiva e lo sorvegliava: un giorno l'aveva sorpreso nella stalla che accarezzava sotto le gonne una bambina del cortile ed un grido le s'era strozzato in gola. La notte lo sentiva che si rigirava nel letto che non riusciva a prendere sonno e lei pregava, con i pugni stretti, la madonnina che stava sul comò.
Alla fine aveva trovato una soluzione, non poteva farne a meno se non voleva che capitasse qualche cosa d'irreparabile nel cortile e non se lo sarebbe mai perdonato...
Tommasino stava sempre più ingrugnito in un angolo del cortile o sdraiato nel fienile a guardare le travi del tetto. Maria viveva la sua colpa come un male inevitabile, ripiombata nel silenzio, circondata dall'implacabile controllo della corte, indaffarata a mettere insieme pranzo con cena.
I vicini guardavano quella famiglia dimezzata e colpita dalla disgrazia con paura mista a pietà. Ciascuno aveva le sue disgrazie per casa e non c'era tempo per dolersi anche di quelle dei vicini. E poi come dicevano i vecchi <Da chi segnòo da Diu, tri poss indriu>. E tutti si tenevano a debita distanza...
Tommasino aveva un unico momento di gloria quando per carnevale si trasformava in goffo mostro: si metteva tanta paglia nella giubba a formare un'imponente gobba sulla schiena, la faccia sporca di fuliggine, i pantaloni con grosse toppe e girava con un branco di ragazzi per il paese a spaventare tutti quelli che incontravano. Ma quell'innocuo gioco finiva per ritorcersi contro di lui e gli altri ragazzi, eccitati sempre più, finivano col strattonarlo buttandolo a terra, crudeli come possono essere solo i ragazzi. - Göbu, göbu - gli gridavano stuzzicandolo.
Tommasino arrivava a casa mal messo e la mamma lo doveva svestire in cucina e lo strigliava dentro la tinozza di legno per fargli passare il magone e consolarlo. E gli raccontava le sémpie da far ridere e piangere -tanmè a büca di furmighi-: quella sua preferita era l'avventura di Giovannin Senzapaura, un gigante buono un po' tonto e odiato da tutti, che veniva esposto alle prove più dure e alla fine riusciva sempre a superarle. Tranne quando vide la sua ombra e morì dallo spavento...
Pierre pensava che quel sogno ossessivo ed il racconto che ci aveva pian piano ricamato sopra fossero costruiti su elementi che conoscevo bene: c'era sicuramente un'infanzia e giovinezza che ricordava come avvolte in una nebbia. C'era uno sfondo che gli faceva intravedere un paesaggio affondato nelle brume della pianura, con i contorni sfumati in una varietà di grigi che s'infittivano al nero, non appena la luce del giorno sfuocava e le tenebre si appropriavano di tutto. Rimaneva, come nella sua memoria, una fioca animella di luce nell'unica lampada a petrolio al centro delle case, quasi a voler testimoniare che là c'era qualcuno anche se rintanato dentro una stalla a cercare un po' di caldo, bestia tra bestie.
Non sapeva distinguere tra sogno e realtà, anche perché la realtà era tutt'altro che limpida...
Ora viveva con ThèrËse, ma com'estraniato da quella vita che non gli apparteneva completamente e sentiva la distanza anche in quell'amore come fosse minacciato da un'ombra. Nello sguardo aveva quel rimpianto che spesso prende le persone rose dalla malattia: un sentimento che si trasforma in rabbia e poi, lentamente, si scioglie in un pianto silenzioso.
Gli si presentava davanti l'enorme buco della sua memoria, di quei dieci anni passati dietro le sbarre del manicomio di Parigi. Avevano come spezzato la sua vita in due: prima c'era solo quella nebbia ed il sogno, poi ThèrËse e le nuove sofferenze dell'amore... Lei l'aveva lasciato, era fuggita una mattina all'alba uscendo alla chetichella dalla porta cercando di non farlo svegliare, ma Pierre fingeva di dormire, sperava ancora che avesse un ripensamento. Si sbagliava...
Ora uno squarcio aveva aperto il velo: aveva trovato una lettera tra le carte di ThèrËse. Le aveva frugate furioso alla ricerca di una giustificazione della sua fuga. Invece ecco un altro muro, enorme, impenetrabile. ThèrËse sapeva, tutto sapeva. Lui non si capacitava che gli avesse taciuto la verità per tanto tempo...
La data della lettera era nel bel mezzo di quegli anni bui. Poteva giustificare che, affogato com'era nella disperazione, lei gli avesse risparmiato un dolore così grande. Poi non c'era più giustificazione, doveva trovare il modo di dirgli la verità, ne aveva il diritto, era la sua vita, era la sua memoria...
Eppure, lentamente, quel sentimento protettivo che aveva scoperto in ThèrËse, l'aveva stupito. Alla fine, per una di quelle illusioni ottiche dell'amore, aveva finito per riempirlo di tenerezza. S'illudeva che temesse per la sua fragilità, per quel faticoso equilibrio che aveva cercato di crearsi dentro. Poi l'identità contraffatta per sfuggire al rimpatrio forzoso, dopo la dichiarazione di guerra del Duce alla Francia.
Ma, nonostante le mille buone intenzioni, tutto gli appariva come una nuova e bruciante illusione. Alla fine Pierre aveva capito che ThèrËse pensava solo a se stessa, alla sua vita, all'incapacità di sottrarsi all'amore di un uomo indifeso come lui ed allora si era fatta più caparbia nei sentimenti tanto da non spingersi oltre alla commiserazione...
Alla fine non aveva retto alla sua stessa menzogna ed aveva dovuto fuggire.
Sapeva tutto e taceva mentre Pierre soffriva nella testa, indistintamente le antiche colpe. Era davvero insopportabile il fardello comune del loro passato? Proprio questo spaventava ThèrËse: poteva diventare il nocciolo di un legame forte, quel segreto si sarebbe trasformato in un patto e non se l'era sentita di rischiare.
Ora Pierre era là, sull'alta torre che dominava i sobborghi della città... In lontananza le prime luci dell'alba dietro quella bruma opaca. Si ricordava delle mattine gelide di Marzo in cui ancora l'inverno dava gli ultimi colpi di coda con quelle impreviste gelate. Eppure gli alberi erano già carichi di gemme, gonfie, pronte alla vita... E lui, intanto, ruminava il suo nome ritrovato: Tommaso, Tommaso...
ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato