FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CANICOLA

Alberto Paleari


L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.

L'uomo si stirò i muscoli, guardandosi intorno. Gli sembrò che nessuno dei pochi clienti dell'osteria l'avesse riconosciuto. Ma si sbagliava.
Alzò l'esile peso del suo corpo asciutto, e si diresse al bancone, accendendosi una sigaretta. Accarezzandosi la barbetta nera ed ispida, restò per qualche istante a guardare fuori dalla finestra, come per far suo un paesaggio che non vedeva da anni.
Quando l'oste riemerse dalla tenda, ebbe un sussulto. Il padrone del locale gli abbozzò un sorriso. "Ti fermi per molto?" chiese, imbarazzato.
L'uomo scosse il capo. "No. Sono solo di passaggio." Trasse dal portafoglio dei soldi per pagare il conto.
Annuendo, l'oste intascò il denaro; infine mormorò: "Sono cambiate tante cose, qui."
"Sì, lo so," fu la risposta dell'uomo. Poi spense la sigaretta in un portacenere, ed uscì dal locale.
Fu il vento caldo dell'estate ad investirlo, appena mise piede in strada; e lui respirò a pieni polmoni il suo odore denso che sapeva di libertà. Entrò nel portone di un vecchio stabile di fronte all'osteria. I bambini di cui poco prima aveva sentito le grida allegre stavano ancora giocando. Il suo sguardo cadde sulla bambina in disparte dal gruppo che portava avanti il suo piccolo gioco solitario di massaia. Gli bastò solo un'occhiata, per riconoscerla; e le parole gli morirono in gola. Osservandola in silenzio, restò a lungo in disparte, immerso nel vociare libero dei bambini, mentre questi non parvero nemmeno accorgersi di lui. Si sfregò più volte il naso col dorso della mano, quasi per vincere l'emozione che lo stava assalendo. Poi, sospirando, si fece inghiottire dalle scale immerse nell'ombra alla sua destra.
Salì velocemente fino al terzo piano, come se conoscesse lo stabile da anni. Si fermò davanti ad una porta; aveva il respiro scosso dall'ansia. Il campanello risuonò due volte. Oltre la porta si udirono dei passi cadenzati di ciabatte. Aprì una donna sui trentacinque anni, dalle mani gocciolanti. Lui la guardò, visibilmente imbarazzato. "Ciao, Nunzia," le disse.
"Rocco..." mormorò lei.
Lui abbassò lo sguardo a cercare il pavimento. "Ciao," ripetè.


L'appartamento era arredato con pochi oggetti semplici. Rocco sedeva su di un molle divano a fiori, accovacciato e proteso in avanti, come per non disturbare.
Nunzia uscì dalla cucina con in mano un vassoio, sul quale facevano bella mostra le tazzine di caffè del servizio buono. L'aria sapeva di un silenzio innaturale.
"Sai, Rocco," disse lei, "stavo stendendo i panni, quando hai suonato." Le labbra di Rocco si piegarono in un sorriso spento. Lei gli dedicò un'occhiata fugace, e sul viso le si dipinse una velo di malinconia. "Uno o due cucchiaini?"
"Fa lo stesso."
Si percepì un istante di vuoto.
"Sei uscito prima..." disse lei, sottovoce, quasi per non farsi sentire. "Mi avevi sempre scritto che mancava ancora qualche mese... "
"Buona condotta," la interruppe lui. E con occhi inquieti prese a cercare qualcosa nella stanza. Gli cadde lo sguardo su delle foto incorniciate, appoggiate sulla credenza. C'era ritratta Nunzia, che abbracciava, carica d'amore, un uomo. Ma quell'uomo non era lui.
Nunzia si accorse del suo sguardo; ed una vampata di rossore le infuocò il volto, irrigidendole l'espressione. "Sei venuto per cercare delle spiegazioni, vero?" lo aggredì d'impulso.
"No," disse lui in tono conclusivo. "Non me ne devi."
Lei sospirò a lungo. Poi gli sussurrò, con voce vellutata: "Scusami... Davvero... Sei venuto per vedere la bambina, giusto?"
Lui inspirò profondamente. "Sì... anche."
La tensione scolpita sul viso di Nunzia si stemperò in uno sguardo comprensivo. ">> giù..."
"Lo so. L'ho vista," rispose lui; e non potè fare a meno di schiudere la bocca in un sorriso commosso.
Poi entrambi tacquero a lungo, sorseggiando lentamente il caffè.
"Quando se entrato in galera per me è stato un inferno," disse improvvisamente Nunzia. Le sue parole rimbombarono nell'aria come un maglio in pieno stomaco.
Lui si morse un labbro, e nella sua mente si accavallarono mille pensieri. Ma non fu in grado di esprimerne neanche uno.
Perso nel vuoto, lo sguardo di Nunzia vagava lontano. "Ero in casa ad aspettarti, quella sera." Le sue flebili parole avevano un timbro atono. "Non avevi mai fatto così tardi, quando andavi giù all'osteria. La bambina continuava a piagnucolare, non riusciva a prendere sonno. E poi, chi l'avrebbe mai detto? Mi suonano al campanello. Vado ad aprire, e trovo due uomini in divisa. 'La signora Loiacono?' 'Sì,' dico io. 'Signora, suo marito è stato arrestato questa notte,' fanno loro. 'Ha accoltellato un uomo'."
"Ero ubriaco," si affrettò a dire Rocco. "Avevo bevuto troppo, e quello sfotteva... Diceva che ero un fallito..."
Il timbro di voce di Nunzia continuò a scivolare spento; sembrava non aver fatto nemmeno caso alle parole di Rocco. "Mi venne un colpo al cuore. 'Ci dev'essere un errore,' gli dissi io. Non sapevo più cosa pensare. 'No, signora, nessun errore,' mi dicono loro."
Nunzia tirò su col naso; si asciugò con la mano gli occhi che brillavano di lacrime. Rocco tacque.
"I mesi che sono venuti dopo sono stati terribili. Avevo mille problemi a cui badare: ho dovuto cercarmi un lavoro; c'era la bambina che aveva diritto ad una vita dignitosa, ed io non avevo neanche i soldi per pagarmi l'affitto di questa casa."
Rocco scosse il capo. "Non sarebbe mai successo se non mi avessero licenziato... >> stato lì che ho preso a bere..."
Lei tirò su col naso e sospirò; attese qualche secondo, cercando le parole giuste per esprimere ciò che si sentiva in dovere di dire. Poi si schiarì la gola. ">> stato in quel periodo che è arrivato Mario."
Lui ebbe un colpo nervoso di tosse. "Usciamo un attimo sul balcone?" le chiese.


Appoggiato con un gomito alla ringhiera, Rocco si accese un'altra sigaretta. Sullo stendibiancheria i panni lasciavano cadere gocce gravide e pesanti.
Nunzia guardò Rocco scuotendo il capo. "Credimi," gli disse, "non avrei mai cercato un altro se tu non fossi andato dentro."
Rocco piegò la bocca in una smorfia amara. Si protese a guardare i bambini che stavano ancora giocando. Scorse sua figlia che ora era alle prese con la bambola di un amichetta; le stava cambiando il pannolino. Sembrava felice.
Lui tacque per un po'. Poi disse: "Hai smesso di venire a trovarmi dopo neanche un anno che ero dentro, e in parte ti capisco... Nelle lettere hai sempre spiegato tutto bene... Dicevi che c'era un altro... questo Mario... ed io pian piano ho accettato l'idea." Si grattò la barbetta incolta, con un gesto carico di tormento. "Ma non so ancora chi è, lui. E come l'hai conosciuto."
Nunzia sospirò, annuendo. Volse lo sguardo verso la casa dirimpetto al balcone. "Te la ricordi Vincenza, quella della panetteria?"
Rocco assentì col capo.
"Beh... lui è un suo cugino; me l'ha presentato lei. Fa l'autotrasportatore. Sta sempre in giro per lavoro, ma è un brav'uomo. Quando è a casa passa un sacco di tempo con Katia, sai? La tratta come se fosse sua figlia."
Lui annuì meccanicamente, curvando un sopracciglio in una piega amara.
"Certo, a lei l'abbiamo detto che lui non è suo padre... "
Rocco la interruppe bruscamente. "Prima di oggi non ho mai potuto vederla."
Lei cercò di dimostrarsi comprensiva. "Cerca di capire, Rocco... la prigione... non potevo portare una bambina in quel posto, neanche per vedere suo padre... cosa avrebbe pensato? Che domande avrebbe fatto?... A lei abbiamo detto che suo padre è andato via per un viaggio... e che tornerà, un giorno. Te l'ho scritto tante volte, nelle lettere, ti ricordi? Per me è meglio così - guarda - ne sono convinta. >> giusto che lei sappia che tu sei suo padre, ma deve succedere solo quando avrà una testa per capire... Quando sarà un po' più grandicella, dico. No?"
Lui si grattò con gesti pesanti un sopracciglio; pensieroso, fissò ancora i bambini che giocavano sotto il portico, e nel cortile. "Hai ragione," disse, spegnendo la sigaretta sulla ringhiera. Ma la sua voce tintinnò debole e fragile.
Nunzia rimase in silenzio per qualche secondo, facendo cenni negativi col capo. ">> successo tutto così all'improvviso, quando ho incontrato Mario. Tu che eri dentro da sei mesi, io che ero piena di problemi... E lui che quando è arrivato mi è sembrato un salvatore. Aveva già via molti risparmi... Non ci è costato fatica pagare gli arretrati dell'affitto... E i debiti..."
Rocco assentì lentamente. Si inumidì le labbra con la lingua. "...E un figlio vostro?"
Proteggendosi con una mano gli occhi abbagliati dal sole, lei lo fissò intensamente. Poi volse lo sguardo lontano. "Ci abbiamo provato molte volte, ma finora... niente..." Tacque per un istante. "Penso che Mario non possa avere figli."
Sul viso di Rocco si delineò un sorriso beffardo. Sembrava venato di compiaciuta vendetta. "Capisco." Ma dopo qualche secondo le sue labbra ritornarono curve verso il mento.
Nunzia sussurrò: "Vedi, Rocco... nessuno ha detto che la vita è onesta... e per nessuno di noi due è stato facile, quello che è successo... Solo che io non me la sono sentita di arrendermi... E ho scelto di ricominciare, con un altro."
Rocco annuì. Piegò nuovamente lo sguardo per scorgere i mille giochi dei bambini. Percepì formarsi nella sua mente un'idea che fece fatica a cogliere. Poi abbozzò un sorriso. "Non è cosa da bambini," disse.
Nunzia inarcò le sopracciglia, in un'espressione interrogativa.
Sul viso di Rocco si accentuò un sorriso. "La vita, dico. Non è un gioco da bambini."
Nunzia guardò in basso, verso il portico ed il cortile, cercando gli occhi di sua figlia. E per un attimo le parve quasi di specchiarvisi dentro. "No, non lo è," mormorò.


Si aprì cigolando la porta. Nunzia si voltò per cogliere lo sguardo di Rocco.
"Beh... ciao," le disse lui. E con occhi bassi attraversò l'uscio.
"Rocco..."
Lui si girò nella sua direzione.
Nunzia si morse un labbro. "Cosa farai, adesso?"
Lui allargò le mani in un gesto sconsolato. "Non lo so," rispose, scuotendo il capo. "Non lo so proprio. Mi arrangerò, penso."
Lei fece per dire qualcosa, ma le si spensero le parole in petto. Si limitò a sorridergli un poco. "Allora buona fortuna," gli disse.
"Anche a te. Ciao."
Alle sue spalle la porta si chiuse piano. Rocco prese a scendere le scale barcollando, come se stesse portando sulle spalle un grosso peso e temesse di cadere.
Poi il silenzio venne rotto dallo scalpitio allegro di passi veloci. E quando davanti agli occhi gli comparve sua figlia, Rocco trattenne il fiato.
Accorgendosi di lui, la bambina rallentò all'istante. Prese a camminare piano, fissandolo nelle pupille, con lo sguardo supplichevole di chi teme d'essere sgridato. "Buongiorno," gli disse.
Lui le sorrise con amore. "Ciao, Katia," sussurrò.
Sul viso della bambina si delineò un'espressione di stupore, ed il suo nome pronunciato da uno sconosciuto le fece sussultare il cuore. I suoi piccoli pensieri cercarono di capire chi fosse quell'uomo dagli gli occhi così profondi ed intensi che, senza capire come, le sembrava di avere già visto. Ma non fu nemmeno in grado di scorgere in sé un lume di chiarezza. Si limitò a passare lentamente oltre, seguendo col viso lo sguardo dell'uomo sempre più distante, e riprendendo a sgambettare sulle scale, all'improvviso.
Rocco abbassò lo sguardo, scese gli interminabili gradini che lo separavano dall'ingresso, ed uscì dal portone da cui un'ora prima era entrato. I bambini stavano ancora giocando; lui rivolse loro solo uno sguardo distratto. Gli bloccava la gola un groppo amaro, che sembrava sul punto di scoppiare.
In strada, la calura della canicola era divenuta ancora più opprimente. L'oste, in piedi sulla porta del locale, guardò Rocco sfilare, volgendogli un saluto col capo.
Trovatosi solo in strada, in compagnia dei suoi passi incerti, Rocco prese la via da cui era venuto. Sovrappensiero, portò lo sguardo davanti a sé, fino in fondo alla strada, fin dove i suoi occhi erano in grado vedere.
Fu in quel momento che una ventata gonfia di polvere lo travolse; la sabbia vitrea ed aguzza gli inondò gli occhi.
Avvertì una puntura breve e struggente.
E per un attimo non fu più in grado di vedere oltre i suoi passi.


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