FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA PARABOLA DEL CAOS

Edoardo Napolitani




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.

Uno dei clienti del tavolo accanto al suo stava armeggiando con un coltello sul tavolo, ma lui non vi faceva caso. Sembrava stesse incidendovi sopra.
Guardava alternativamente la bottiglia, il formaggio e l'orologio sulla parete con l'espressione di chi avrebbe preferito trovarsi da qualche altra parte. Ovunque ma non in quell'osteria, in quel momento. Era più di mezz'ora che non entrava nessuno: all'una meno un quarto i clienti erano tre e probabilmente non sarebbero arrivati altri clienti nell'arco dell'intera giornata.
"Potrebbe farsi male", pensò, senza volgere la testa. Il cliente, un tipo che gli ricordava vagamente il portiere del suo palazzo, lo guardava con aria di sfida, facendo ruotare il coltello tra le mani. Li sentì ridere, il "portiere" e il suo amico, e fu subito sicuro che stavano parlando di lui.
"Professore... non si ricorda di me?".
Solo allora si voltò in direzione dei due. Quello che somigliava al portiere lo fissava in una maniera che lo infastidiva, mentre l'altro continuava a ridacchiare.
"No, mi dispiace. Dovrei?", rispose, e la sua voce sembrò interrompere tutti i suoni circostanti. Anche il vento si fermò per un attimo, ma presto la sabbia ricominciò a picchiare sui vetri.
"Dovrebbe, certo. Il fatto è che per voi il tempo passa, come le facce delle persone a cui rovinate la vita, promosso o bocciato...".
L'aveva sicuramente scambiato per qualcun altro.
"Guardi che si sbaglia. Non sono un insegnante...", fece l'uomo.
Il portiere non sembrò ascoltarlo, e il suo amico smise di ridacchiare.
"Allora, lo ha trovato questo benedetto nome, eh? Il mio nome, nella sua testa confusa l'ha ritrovato o no? Dovrei offendermi, lo sa?"
Era ubriaco, senza dubbio. O forse drogato. Non stimava fosse pericoloso.
L'uomo si alzò dalla sedia posando sul tavolo ventimila lire, e si avviò verso l'uscita.
"Se ne va già?". Il portiere si alzò senza posare il coltello. "Resti ancora un po' con noi. Devo parlarle di quello che ho fatto dopo che lei mi ha bocciato...".
"Per l'ultima volta, guardi che mi confonde con qualcun altro..." ripetè calmo l'uomo, ma quello lo prese per un braccio puntandogli il coltello alla gola.
"Scommetto che ora se lo ricorda... faccia questo sforzo prima che mi scappi la mano... E le sporchi la camicia di sangue."
"Giannetti..." disse infine l'uomo cercando di non muoversi troppo. La lama era fredda quanto quelle di cui si parla nei racconti "pulp" di serie b.
"Bingo. Ha visto che sforzandosi un po' alla fine ce l'ha fatta? Perché ha negato, prima, di essere stato il mio insegnante di matematica del liceo?", gli chiese, e aumentò la pressione della lama sulla pelle del collo del professore.
Matematica. L'aveva scambiato per un insegnante di matematica. Lui, che aveva problemi ad andare oltre il trenta, quello dell'ultima partita del totogol.
"Guardi che continua a sbagliare...", sussurrò il professore. "Giannetti è il cognome del portiere del mio palazzo. Lei gli somiglia molto..."
"Continua a mentire, eh? Incredibile, davvero. In una situazione del genere. Guardi, la lascio andare, ma si ricordi di me... Il mio nome lo sa, ci incontreremo ancora. E potrebbe non andarle così bene...". Il portiere allentò la presa giusto mentre l'oste rientrava, e diresse al professore un'occhiata che non lasciava spazio a dubbi.
I due uscirono mentre l'uomo si massaggiava la gola.

"A cosa pensi, Franco?"
L'uomo si era abbottonato la camicia per non far vedere il segno rosso della lama del coltello, ma aveva paura di non riuscire a nascondere la verità alla moglie. Continuò a mangiare la zuppa senza alzare lo sguardo dal piatto.
"Niente in particolare. Al lavoro. Oggi ho avuto tre chiamate urgenti, un'isterica con la cantina allagata, e... Anna, hai parlato con il portiere, oggi?"
"Sì, mi ha fermato per dirmi di quel problema con le antenne. Anche la signora Berri si è lamentata perché la parabolica..."
"A che ora?", la interruppe Franco.
"Potevano essere le dodici e mezza, quando sono tornata dal lavoro... Ti dicevo che l'antenna..."
Non era possibile. La donna continuò a parlare ma lui non sentì una singola parola. Eppure Anna era molto precisa, se diceva dodici e mezza... Una coincidenza, allora. L'unica spiegazione.

Franco aveva deciso di sedersi con le spalle al muro, stavolta, in modo da controllare meglio la porta della taverna. Secondo il suo orologio mancavano venti minuti all'una e il portiere non si era fatto vivo. Sentiva le voci allegre dei bambini provenire da fuori e cercava di immaginare quanto avrebbe pagato per essere con loro.
"Darei un braccio per essere ambidestro...", pensò allora, e gli venne da ridere. Entrambe le cose erano impossibili, evidentemente.
L'oste gli aveva portato dello spezzatino e una coca cola, perché voleva essere completamente sobrio, stavolta. Era sicuro che il portiere si sarebbe rifatto vivo, e...
Eccolo infatti. L'uomo entrò nell'osteria con una donna bionda sotto braccio, e un cane dalmata al guinzaglio.
Quello che lo incuriosì fu il fatto che il portiere non lo aveva degnato di uno sguardo. Era vestito molto bene, poi, rasato e... più raffinato nei movimenti, tra l'altro. Non sembrava la stessa persona, ma non poteva sbagliarsi.
Ma quello che lo fece restare a bocca aperta fu la donna. Anche lei aveva qualcosa di familiare. Era identica alla signora Berri, la vicina di casa rompicoglioni che voleva che lui togliesse l'antenna parabolica dal terrazzino condominiale. Lei lo guardò per un attimo ma non sembrò riconoscerlo.
Ora non poteva essere più una coincidenza. I due si conoscevano, erano loro: una somiglianza è possibile, due sono effettivamente troppe.
Non aveva bevuto un goccio, anzi, la caffeina della coca cola lo teneva ben sveglio e lucido. Prese il coltello e si avvicinò all'uomo.
I due, seduti al tavolo vicino alla finestra, lo guardarono per un attimo senza dire una parola.
Franco poggiò la mano sinistra sulla spalla dell'uomo per non farlo alzare, avvicinandogli la lama alla gola. La donna non disse una parola continuando a fissare il nulla davanti a sé.
"Allora, bastardo, sei davvero il portiere. E questa puttana è d'accordo con te, per la storia della parabolica. Non mi minacci più, eh? Dov'è l'amico tuo di ieri?"
"I don't understand you! What are you talking about?" urlò disperato il portiere.
"Giochi a fare il turista, eh? Sei americano?"
"Yes, american! Do you want my wallet? Here it is! Don't kill me!", e così dicendo estrasse il portafogli posandolo sul tavolo.
"Non è una rapina, stronzo! Dove hai imparato l'inglese? Se tu non..."
In quel momento il dalmata si allontanò dalla sedia cui era legato urtando Franco alle spalle. Il braccio che brandiva il coltello si spostò lateralmente verso sinistra come avrebbe fatto quello di Rostropovic con l'archetto del suo violoncello, e nella sala risuonò l'attacco dell'Opera 58 di Prokof'ev.
La gola del portiere si aprì in due parti, mentre la donna restava impassibile. C'era qualcosa che non andava, però, e Franco se ne rendeva conto, ma non poteva farci nulla. Aveva la mano destra, che stringeva ancora il coltello, completamente zuppa di sangue, ma sangue gelido, non caldo come se lo aspettava.
La reazione della donna era improbabile: non un urlo ma nemmeno una parola. E poi quell'aria ferma e pesante...
Le sirene fecero la loro comparsa pochi secondi dopo. Tre poliziotti entrarono di corsa e lo afferrarono per le braccia sporche di sangue e con il coltello in mano. Chi aveva chiamato la polizia, e come aveva fatto ad arrivare così presto? Non oppose alcuna resistenza.

"C'è qualcosa che non va..."
L'oste esaminava il foglio di carta, ma alcuni particolari della storia non lo convincevano, l'avrebbe dovuta riscrivere. Si asciugò ancora una volta le mani sui pantaloni sporchi, stringendo gli occhietti neri in cui gocciolava il sudore della fronte. Respirava pesantemente seduto al tavolo della cucina, usando un piatto di plastica come ventaglio. Quando si alzò la sedia di legno scricchiolò sotto i suoi centotrenta chili.
Spostò la tenda e passò nella sala da pranzo. Era tutto come lo aveva lasciato: il dalmata legato alla sedia guaiva, la donna era seduta al tavolo, immobile, il piatto e la sedia del portiere erano rossi di sangue.
Decise che c'era troppo caldo per riscrivere la storia. Tornò in cucina e accese il televisore.
La prima notizia del telegiornale riguardava l'arresto di un omicida, il professor Franco Giannetti...



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