FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA CAVANA

Michele Catozzi




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.

- Adelio... cosa guardi? - L'oste era ricomparso all'improvviso e il suo vocione rauco aveva fatto sobbalzare sulla panca l'uomo che distolse lo sguardo dalla strada.
- Ma, niente... Gran caldo, oggi.
- Già, si crepa - rispose l'oste e con lo straccio bisunto che teneva sulla spalla si strofinò via il sudore dalla fronte.
Adelio fece vagare distrattamente lo sguardo nel locale, passandosi una mano rugosa tra i folti capelli grigi, finché l'oste non sparì di nuovo. Tornò allora ad osservare la strada. In quel momento un uomo uscì dal palazzo di fronte. Indossava pantaloncini e canottiera e non era solo. Accanto a lui una ragazzina, quattordici anni o poco più. La bambina che giocava a stendere il bucato le corse dietro in strada.
- Dove vai, Maria? - chiese allegramente.
- Ho da fare una cosa col papà. Torno presto.
- Voglio venire anch'io!
- No no, Sabri - rispose la sorella scuotendo vivacemente la testa - ci vediamo dopo.
- Perché no?
- Piantatela, voi due - intervenne il padre spingendo di lato Maria e incamminandosi lungo la strada in direzione del mare. La bambina, quattro o cinque anni più giovane della sorella, ristette sotto il sole fissando le due figure che si allontanavano, con il vento che le scompigliava i lunghi capelli neri. Su al terzo piano la madre aveva smesso di stendere e seguiva con gli occhi la figlia e il marito, a poco a poco inghiottiti dalle pozze che fluttuavano sull'asfalto rovente.
Dall'osteria Adelio non si era perso alcun dettaglio della scena. Si alzò, lanciò qualche moneta sul tavolo e uscì svelto da una porta laterale. L'oste sbucò da dietro la tenda, si infilò in tasca i soldi e passandosi lo straccio sulla fronte si affacciò alla porta per meglio osservare Adelio che si avviava con passo spedito verso il mare. Lo stecchino che gli era comparso tra le labbra si spostava ritmicamente da un angolo all'altro della bocca.

Avevano seguito la strada fino all'argine del canale, Maria sempre qualche metro dietro al padre, e da lì erano poi scesi ad un capanno usato come ricovero per le barche. Seminascosto tra le canne Adelio vide l'uomo aprire un lucchetto e attendere che la ragazza entrasse. La porta di legno della cavana, vecchia e sgangherata, si richiuse cigolando.
Le mani di Adelio si strinsero a pugno fino a sbiancare le nocche. Intorno a lui il vento scuoteva le canne portando le grida lontane dei gabbiani e la marea montante sbatteva rumorosamente contro i legni del capanno. Dalla cavana proveniva soltanto il ritmico sciacquio delle barche che si agitavano.

Cinque giorni dopo.
Adelio sedeva sulla sua panca e guardava la strada. L'oste gli si avvicinò, tenendo con una mano dei piatti sporchi e con l'altra tre bicchieri infilati tra le dita. Lanciò un'occhiata antipatica al piatto di spaghetti che non era stato toccato.
- Poco appetito oggi, eh?
- Già, sarà il caldo.
L'oste, senza garbo, posò un momento i bicchieri per afferrare il piatto e impilarlo, quindi si allontanò brontolando tra sé. Nel locale una radio gracchiava frasi indecifrabili. Sulla strada i bambini schiamazzavano. Da giorni la solita scena sotto un sole abbacinante. Puntuale come sempre l'uomo uscì dal palazzo seguito da Maria e lanciò una lunga occhiata a Sabri, che se ne stava ferma in un angolo del portico, poi proseguì in direzione del mare.
Adelio pagò e uscì dalla porta laterale stringendo forte sotto il braccio un involto di carta di giornale. L'oste si materializzò sull'uscio osservando Adelio e quell'involto che si portava dietro da giorni. Si asciugò la faccia con un lembo del grembiule e tornò dentro tormentando lo stecchino che teneva in bocca.

Tre giorni dopo.
Adelio si agitava sulla panca sfiorando ogni tanto con la mano l'involto che teneva accanto. In strada non c'era ancora nessuno. L'aria era rovente e ristagnava in modo innaturale. Nell'osteria, all'afa già insopportabile si aggiungeva il puzzo di vino, sudore e soffritto. La radio trasmetteva un notiziario: perturbazione in arrivo, temporali anche violenti, temperatura in diminuzione... L'oste si avvicinò con fare esageratamente laborioso.
- Anche oggi un caldo bestia - disse.
- Sempre peggio davvero.
- Forse rinfresca, hai sentito la radio, no?
- Speriamo.
- Magari stanotte piove...
- Già, forse.
Per qualche istante l'oste scrutò Adelio con aria meditabonda. Quindi, insoddisfatto di quella conversazione stentorea, afferrò rumorosamente qualche stoviglia e se ne tornò in cucina scuotendo la testa. Adelio si girò verso la finestra e si avvide dell'uomo. Era già sceso, da solo, Maria non c'era. L'uomo stava parlando con Sabri ma non si sentivano le parole. I suoi gesticolii si fecero sempre più sguaiati, finché di scatto afferrò la figlia per un braccio e si incamminò quasi trascinandosela dietro. Dal terrazzino Maria e la madre osservavano in silenzio.
Adelio si alzò in piedi, agguantò l'involto e uscì di corsa dimenticandosi di pagare.
L'oste comparve sulla porta e lo seguì a lungo con lo sguardo, poi con uno schiocco sputò quel che rimaneva dello stecchino.

La strada polverosa che si snodava sull'argine era deserta. Non tirava un filo di vento e le canne lungo la riva del canale sembravano dipinte. Sotto l'argine l'erba era quasi completamente disseccata da settimane di arsura. Solo lo stridore incessante delle cicale si levava in un meriggio altrimenti immobile e silenzioso.
Il rumore di sterpaglia calpestata fendette l'aria. Due gambette abbronzate si muovevano svelte una dopo l'altra, accompagnando Sabri nella sua corsa affannosa e disordinata verso il ponte sul canale. Un'asperità del terreno la fece cadere rovinosamente, ma si rialzò subito, incurante delle striature vermiglie che le si stavano disegnando sulle ginocchia. Giunta in prossimità del ponte scartò a sinistra arrampicandosi sull'argine per raggiungere la strada asfaltata che portava in paese. Stremata si afferrò ad un ciuffo d'erba rinsecchito che sporgeva dal ciglio e cercò di issarsi, ma due mani grosse e ruvide l'afferrarono per le braccia sollevandola di peso. Sabri gemette di dolore e forse di sorpresa.
- Vieni qui, piccola - disse l'uomo stringendosi al petto la bimba. Sabri aveva la bocca aperta, ma non le uscì una parola. L'uomo puzzava di vino e di cipolla e la barba di tre giorni graffiava. Lo riconobbe, era Osvaldo, il padrone dell'osteria di fronte a casa sua. Un viso conosciuto. I muscoli di Sabri si rilassarono e fece per parlare ma Osvaldo se la accomodò su una spalla, come un tappeto arrotolato, e bloccandole le gambe scese l'argine prendendo a correre verso la cavana.

L'uomo se ne stava immobile nella penombra. Le braccia abbandonate lungo i fianchi osservava il corpo riverso in un angolo della cavana. Il ventre del cadavere era solcato da squarci e un grosso coltello era ancora conficcato nella carne. Il sangue era dilagato sull'assito e una grande macchia scura si allargava lentamente.
Un rumore improvviso proveniente dall'esterno lo scosse dal suo torpore. Si avvicinò ad una finestrella laterale e attraverso il vetro sporco scorse Osvaldo e la bimba penzolante sulla sua spalla. Fu colto dalla sorpresa, ma questo non gli impedì di gettarsi sul morto, estrarre il coltello e acquattarsi vicino alla porta.

Osvaldo si arrestò sudato e ansimante davanti alla cavana e si guardò attorno. La bambina gridava e si divincolava inutilmente sulla sua spalla. Con la mano libera Osvaldo spinse la porta. Il cigolio non si era ancora smorzato che un braccio gli arpionò il collo tirandolo dentro a forza. Per lo stupore allentò la stretta, le gambe di Sabri si liberarono e la bambina scivolò a terra. La lama si conficcò nel ventre flaccido dell'oste che si afflosciò sulla soglia gorgogliando un lamento. Lo sguardo corse al suo aggressore e l'incredulità si sovrappose alla smorfia di dolore. Una voce urlò: - Torna a casa, Sabri! - La bambina si rialzò e corse via come il vento mentre Osvaldo rantolava un ultimo respiro.

La barca era celata alla vista dal canneto e ondeggiava sotto la spinta del vento. Una folata più forte destò Adelio da un sonno troppo leggero. Si tirò su a sedere e si guardò attorno. Il sole doveva essere tramontato da tempo poiché le ombre stemperavano già i contorni dei canali. Dall'entroterra soffiava un vento teso che si trascinava dietro nuvole nere cariche di pioggia. La radio aveva ragione, prima di notte sarebbe scoppiato un gran temporale. I gabbiani lo percepivano e non facevano che agitarsi nell'aria satura di odori.
Era tempo di muoversi. Aiutandosi con un remo Adelio spinse la barca fuori dal canneto, poi cominciò a remare con vigore lungo lo stretto canale che dopo qualche ansa lo avrebbe condotto al mare. Lo raggiunse che era quasi buio. Non un temporale, ma una vera tempesta si preannunciava quella notte.
La vecchia barca di legno, sballottata dalle onde crescenti, prese rapidamente il largo sotto la spinta del vento. L'uomo tirò i remi a bordo, puntò lo sguardo sulla riva che si allontanava velocemente e si lasciò condurre verso il mare aperto, là dove l'acqua si solleva a toccare il cielo.

Una settimana dopo.
Dalla "Gazzetta della Riviera" del 26 luglio 1998
"Forse chiarito il giallo della cavana"
A distanza di una settimana dai tragici fatti accaduti a C., in cui hanno perso la vita Giovanni De Zan, disoccupato, e Osvaldo Anceschi, ristoratore, massacrati con un coltello da cucina nella cavana dello stesso De Zan, gli inquirenti sembrano aver chiarito dinamica e movente del duplice omicidio.
Al fondo della vicenda una torbida storia di abusi sessuali che, sembra ormai accertato, il De Zan perpetrava con assiduità, complice a volte l'Anceschi, ai danni della figlia maggiore M. In seguito però alla testimonianza che la figlia minore, S., superato lo choc, ha finalmente reso ieri, si è potuto appurare che proprio il giorno della strage il De Zan aveva diretto verso di lei le proprie morbose attenzioni. Il fatto avrebbe scatenato la furia omicida di un terzo uomo, messo al corrente dalla moglie del De Zan, la quale peraltro non ha mai denunciato gli abusi per paura delle violente reazioni del marito.
Gli inquirenti non forniscono molti dettagli in proposito, ma grazie alle testimonianze raccolte, al fatto che dalla cavana mancasse una barca e che il relitto della stessa sia stato ritrovato qualche giorno fa su una spiaggia ad un paio di chilometri dal paese, fanno ritenere che l'indiziato principale, rimasto forse vittima di un incidente in mare in un maldestro tentativo di fuga, sia Adelio De Zan, padre di una delle vittime e nonno delle due ragazze...


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