FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MEDITERRANEO CENTRALE

Marco Spagnoli




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.


A Maria Teresa e a Miao

Napoli, Barcellona, Marsiglia, Lisbona, Palermo, Catania, Istambul, Atene...? No, quella era casa mia, o - almeno - lo era stata. Eppure assomigliava a tutti quegli altri luoghi dove ero stato dopo, in un'altra vita. Non in quella lí in cui - neppure io stesso - mi riconoscevo piú e di cui poco o nulla ricordavo.
Era cosí. Quelle luci, quelle voci, quei colori e perfino quella polvere che portava dritto, dritto verso il mare era sempre la stessa. Lo era da migliaia di anni e lo doveva essere anche oggi quando piccole tecnologie sparse sembravano avere preso il sopravvento.Ma né i televisori, né i cellulari o i Cd ad alta fedeltá potevano bastare a sradicare quello che da sempre aveva quell'apparenza o quei sapori. Il Villaggio Globale era nulla in confronto a persone che si conoscevano da anni e a famiglie che si incontavano da sempre.
Un'isola - la mia isola - con i suoi rumori che provenivano da dentro le case e dal mare in un'alchimia sinfonica nella quale riconoscevo la colonna sonora della mia gioventú. Una melodia a piú semplici voci che aveva accompagnato la mia voglia di ribellarmi e di scappare via, lontano da quelle onde del mare che avevano trascinato tante volte il mio corpo coperto di salsedine sulla riva.
Avevo cercato di morire tante di quelle volte, ma la mia gioventú mi aveva battezzato in un'acqua marina donatrice di luce e di salvezza. Ero scappato da lí tanto tempo prima e non vi avevo mai fatto ritorno. Non so perché...forse, per smettere di vedere quella piccola piazzetta fagocitare volti di uomini per condannarli sempre alla stessa vita. Come i loro padri, i loro nonni, i loro avi. Cambiavano le facce, ma non le situazioni, cambiavano le pietanze, ma non il luogo dove venivano servite. Il vino e il formaggio erano gli stessi che avevano mangiato i fenici, i greci, i turchi, gli aragonesi di passaggio su quelle coste, in fuga chissá da chi e diretti chissá dove a cercare la fortuna di un'altra vita.
Il sole mi aveva giá cotto l'anima e mia moglie era impaziente di vedere dove era cresciuto l'uomo di cui si era innamorata. Non sapeva quanto poco gli assomigliassi ancora e quanto io stesso stentassi a riconoscermi bambino naufrago su un'isola di naufraghi loro malgrado. L'incontro con mia madre fu quasi commovente. Era venuta a trovarci qualche volta in quella cittá circondata dalla terraferma e - sebbene fosse felice di giocare con le sue nipotine - avvertivo in lei il lento ascoltare del richiamo del mare, sire tutt' altro che generoso con i propri sudditi da generazioni.
Quando la accompagnavo a prendere il treno che l'avrebbe - poi - portata al porto, mi sembrava che ballasse e si rialzasse da quella precoce vecchiaia che l'aveva incurvata oltre che incupita.
Oggi ero lí, per la prima volta dopo un tempo indefinito, da quando il mio demone, il mio diavolo tentatore mi aveva portato al di lá del mare sulla costa per studiare e diventare - dunque - un alieno tra i naufraghi.
Quando si è poveri, si è tutti uguali. Io avevo scelto di essere diverso, di studiare, di viaggiare e di stabilirmi in un luogo dove il mare riesce solo ad ammiccare sincero dai cataloghi delle agenzie di viaggio. Io - uomo di mare - avevo scelto un misto di pianura e collina per incominciare a essere qualcun'altro.
La diversitá - peró - agli occhi di altri era stata la mia condanna a non tornare. A non cercare mai piú quel mare. Di bagni ne avevo fatti tanti dopo in quella mia altra vita. Ma l'acqua salata in cui si specchiavano villaggi vacanze e topless invidiabili era diversa da quella in cui si riflettevano le processioni del santo protettore dell'isola durante le quali avevo scoperto la mia ambrosia personalissima fatta di caramello, sale e teneri baci di fanciullo.
Oggi - peró - ero lá. A guardare quella casa che non era cambiata molto da come me la ricordavo. Il tempo era passato anche lí e mio fratello, degno erede di mio padre, aveva saputo coniugare il passato ancestrale che arrivava fino a noi e il presente consumistico. Ma - come dicevo prima - il digitale non poteva intaccare quei soffitti a volta piú dell'aria marina che ogni tanto dovevamo scrostare, ritingendo di bianco quel soffitto che - per quanto potevamo saperne - era stato il tetto della nostra famiglia da generazioni.
Mi guardavo intorno e il tempo non sembrava essere passato cosí veloce. Il gatto sonnacchioso su una sedia era simile a quello della mia infanzia, ma - certo era piú tollerante nei confronti dei due piccoli mici che le bambine avevano voluto portare con sé a tutti i costi per non lasciarli alle cure della vicina nella nostra casa della torrida cittá senza spiagge.
L'aria era piena del calore del Mezzogiorno e mia madre ci aveva giá preparato quei panini da portare in spiaggia insieme a delle bibite fresche. Oltre alle lattine rosse della bibita dolciastra per eccellenza, e dell'aranciata dal sapore industriale, avevo ritrovato la caratteristica bottiglietta gialloverde della cedrata della mia giovinezza. Disgustosa come allora, riempí la mia bocca di un saporaccio gelido, mentre mia madre borbottava piegandosi vero il frigo, che non avrei dovuto prendere la bottiglietta tra quelle da portare al mare. Era un sorso di gioventú, anche quello.
Non seguii in spiaggia la mia famiglia, arricchitasi di quella di mio fratello. Preferii salire sul terrazzino da dove potevo guardare ancora una volta non il mare, ma "quel
mare" che era stato la mia unica consolazione. Gli amici, gli isolani potevano aspettare. Il loro naufragio permanente li costringeva a guardare a chiunque sbarcasse dal traghetto o dall'aliscafo con rassegnazione. Loro potevano aspettare, quell'orizzonte bluastro no. Molte volte, da tanti posti del mondo avevo immaginato di riuscire a intravedere quel davazale puntato contro l'oceano della mia anima, ma - per quanto mi sforzassi - era come se mi fosse stato proibito dalla mia fuga verso un altro mondo fatto di terra e verso un'altra vita senza salsedine. Come rincontrando una donna una volta amata che si è vista nuda, non potevo vedere mai piú quel balcone con la consapevolezza di essere stato un traditore per colpa di un diavolo che mi faceva sentire a disagio ovunque fossi e qualsiasi cosa facessi su quella terra circondata dal mare.
Sedetti su quella stessa sedia dove era morto mio nonno rendendo la sua anima al mare da quello stesso balcone, mentre angeli con le pinne danzavano intorno a lui il saluto del ben tornato e iniziai a guardare l'infinito, alzando gli occhi di sottecchi dal giornale, sintomo e segno di distinzione dai miei familiari.
La brezza marina soffió via le notizie che non riuscivano a catturare i miei pensieri ravvivati e mai assopiti da un'emozione che non riuscivo piú a nascondermi.
Nel silenzio della siesta post prandiale, io ascoltai le parole di perdono del mare e capii che la pace era fatta. Il soffio di Dio che innalza i cuori aveva cantato al mio orecchio le sue parole di redenzione e io ero corso come quando ero bambino alla spiaggia in cui, ebbro di una felicitá sconosciuta, cominciai a giocare con figlie e nipotini come avevo sempre visto fare ai bagnanti che guardavo dall'alto del mio balcone e della mia rupe preferita. Come una roccia nel mare, giovane filosofo di uno stoicismo mediterraneo mi ero arroccato sulla mia incomprensione. Oggi, ero sceso da quella rupe grazie a una felicitá semplice, ma non per questo meno degna. Il mio nuovo battesimo nelle acque che non mi avevano mai voluto prendere era avvenuto in maniera giocosa, senza cerimonie di sorta.
Mentre giocavo a fare lo squalo con una marea di bambini urlanti, mentre il mio cuore e la mia anima avevano - per la prima volta - potuto aprire le loro porte segrete al silenzio della brezza marina.
Il circolo era chiuso. L' anello tra le generazioni era saldato, dall'alto di uno stretto patto millenario. Perfino mio padre, di cui non avevo potuto vedere il funerale perché ero troppo lontano, sembrava sorridermi dai reconditi moti del mio animo.
Il mare aveva sancito quello che una volta era stato rotto e mentre la mia famiglia era immersa nell'acqua del circolo del tempo, io mi sentivo al centro dell'eternitá.Nel mio mondo fatto di persone, mare, gatti e acqua lontano dai demoni che mi avevano obbligato a scappare via lontano sempre piú in fretta e veloce.
Quella notte stessa, quando mia moglie si addormentó pesantemente - come le belle attrici dei film non fanno mai e come mi sorprese una delle prime volte che dormivamo insieme facendomi capire che era la donna della mia vita - rimasi solo con me stesso e con il mio demone, che stanco di predicare di scappare via lontano, decise - quella sera - di lasciarmi per sempre. Finalmente dopo mille anni di guerra e di lotta con il mondo - ero tornato a casa disposto ad ascoltare silenzioso la voce del mare. Del mio mare.
Mi alzai dal letto dove molto tempo prima ero stato concepito e che mia madre ci aveva ceduto in segno di affetto, come passaggio del testimone di una generazione all'altra e mi sedetti a guardare le foto incastrate nella cornice dello specchio del comó. Guardavo quel bambino che non mi assomigliava piú e che eppure quella sera avevo ritrovato. Lo guardavo e mentre mi domandavo dove fosse finito e se qualcosa di lui fosse realmente ancora in me, il mio sguardo cadde sulla mia immagine riflessa dallo specchio. Dopo tanto tempo mi accorsi che il mio volto era lo stesso del demone che mi aveva spinto a scappare via di lí e che adesso mi consentiva di rimanere - in qualche maniera - per sempre. Meno di un mese dopo sarei dovuto andare via, ma la mia anima - stavolta - sarebbe stata libera di tornare su quell 'isola ogni tanto.


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