FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CHIARA
Francesca Brilli
L'uomo stava appoggiato alla schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo bucato immaginario. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Chiara parcheggiò la sua macchina impolverata accanto alla porta del locale. Uscì avida di aria fresca ma quella che trovò era afosa e stagna, quasi peggiore di quella della macchina. Era sudata e appiccicosa, colorita per il gran caldo. I capelli raccolti le erano per la maggior parte ricaduti sulla faccia, lei li scostò seccata e si avviò verso la porta di legno mal verniciato del locale. Solo allora si accorse di aver attirato gli sguardi dei bambini che avevano smesso di giocare per osservare quello strano tipo di ragazza così diversa dalle loro sorelle maggiori. Chiara sorrise ai bambini anche se di solito li trovava odiosi, aprì la porta con qualche difficoltà e dette un'occhiata nel locale. Quello che vide era abbastanza squallido e si chiese di nuovo perché aveva rinunciato alla sua vacanza al ClubMed con fidanzato atletico in costume da bagno incluso per avventurarsi da sola nei paesini più sperduti dell'entroterra sardo. Ripensò al momento della partenza, a sua madre preoccupata, a suo padre che le diceva: "Non ti preoccupare cara, è solo un colpo di testa, vedrai che tornerà quella di prima nel giro di pochi giorni e verrà a fare le sue solite vacanze", al suo fidanzato sicuro e presuntuoso che sembrava condividere a pieno il pensiero di suo padre: non si era mai accorta di quanto fossero simili, eppure quando aveva avviato il motore aveva visto negli occhi scuri di lui un lampo di incertezza, paura che gli affiorava e che lui aveva subito ricacciato giù. In quel momento Chiara li aveva salutati senza sorridere e poi era andata via, lontano da loro e da tutte le altre persone che ancora la chiamavano Chiaretta e con voce dolce e ipocrita cercavano di imporle tutto quello che loro ritenevano giusto per lei. Rivedere questa scena le fece provare la stessa rabbia che aveva provato allora, la rese più sicura di sé, meno rigida nel muoversi in uno spazio estraneo. A voce alta chiese dell'oste e quello arrivò quasi all'istante. Era grosso e quasi calvo, con grandi mani che asciugava su un grembiule bianco pieno di macchie di olio e salse varie. Chiara gli sorrise, lui non fece altrettanto e le chiese rapidamente in cosa poteva servirla. "Un succo di frutta se è possibile"- disse lei con aria incerta. L'oste rovistò in un cassetto e ne tirò fuori una bottiglietta calda di succo alla pesca, Chiara la prese in mano e andò verso uno dei tanti tavoli liberi. Cominciò a berla con gli atteggiamenti che usava quando sapeva di essere osservata e per un po' si godette gli sguardi che si sentiva addosso, poi si annoiò e le venne in mente che doveva trovare un posto dove dormire. Chiamò di nuovo l'oste che riemerse dalla sua cucina e, meno cordiale di prima le chiese cosa volesse ancora. " Non c'è una pensione o un altro posto dove dormire?". L'oste stette un po' a pensare con le mani sui fianchi e poi le indicò l'uomo appoggiato sulla panca. Chiara lasciò il suo succo sul tavolo e andò vicino all'uomo che non ebbe alcuna reazione, continuò a fissare un punto indefinito della parete davanti a lui come se niente fosse. Chiara gli disse " Scusi, scusi" poi gli toccò la spalla. L'uomo si girò a guardarla e lei cominciò a presentarsi " Salve mi chiamo Chiara, scusi il disturbo ma sono appena arrivata.." ed era come se stesse parlando da sola. Solo quando accennò alla camera lo sguardo azzurro dell'uomo si accese e le parlò con una voce roca. " Puoi venire a stare in una stanza a casa mia, per il prezzo vediamo dopo". Chiara annuì e pensò che l'uomo avesse problemi di soldi. L'uomo si alzò fino alla finestra e le mostrò con il dito un grosso edificio bianco sporco, Chiara disse che sarebbe passata la sera. Pagò il succo all'oste e uscì a fare un giro. Non c'era poi molto da vedere ma il posto in sé per sé aveva qualcosa di selvatico, un aspetto brullo e polveroso da posto dimenticato da Dio così diverso dall'atmosfera platinata dei suoi luoghi abituali: il ClubMed, la casa dei suoi genitori, il suo circolo sportivo a 5 stelle, l'attico del suo fidanzato, la sua università per bravi ragazzi. Quel posto la attirava per contrasto, cercò di ricordarsene il nome ma era uno strano nome che gli era sfuggito. Passò il pomeriggio a familiarizzare con il paesaggio sotto l'occhio di qualche passante che viveva lì da una vita e si chiedeva che gusto c'era a camminare senza meta con quel caldo. A sera l'aria si rinfrescò, Chiara era stanca e tornò alla macchina per prendere i suoi bagagli. Mentre li portava a casa dell'uomo si accorse che erano troppi, rimproverò se stessa per essere così attaccata alle cose come una squallida medio-borghese, promettendosi di viaggiare più leggera la prossima volta. L'uomo la aspettava davanti alla porta con la solita espressione assente, non si offrì neanche di portarle i bagagli, Chiara si stupì ma tanto avrebbe ugualmente rifiutato. L'uomo chiuse la porta appena lei fu entrata, le disse di sistemarsi doveva voleva nelle camere del primo piano. Chiara andò su per una scala di legno, scelse la prima camera che le capitò davanti e senza neanche guardarsi intorno buttò i bagagli su un tappeto abbastanza consumato a parte uno zainetto blu che mise sul letto per tirarne fuori un walkman blu. Si mise gli auricolari e si addormentò ascoltando una canzone degli EMBRACE.
Nella notte quasi fredda ebbe un sussulto e vide l'uomo ai piedi del suo letto. Le passarono per la testa tutte le immagini di violenza, stupro e roba simile che i suoi genitori non finivano mai di descriverle appena ne avevano l'occasione, poi si ricordò che se n'era andata perché non voleva più sentirne di queste cose. Si tolse dalle orecchie gli auricolari che già da un pezzo erano muti e si sedette sul letto per parlare con l'uomo. Lui si allontanò dal letto e con un gesto del tutto fluido, privo di ogni paura ed esitazione prese da sotto una giacca una pistola, se la puntò alla tempia e premette il grilletto. Successe in fretta ma Chiara lo vide con una chiarezza allucinante, come se il tutto fosse accaduto a rallentatore, come se fossero all'interno di una moviola. Rimase sul letto incapace di muoversi mentre una piccola pozza di sangue si stendeva sul pavimento della stanza. "Ma perché io!"- disse guardando il corpo alla luce della lampada che era rimasta tutta la notte accesa; era così scossa che non riusciva neanche a fare ipotesi e congetture varie su chi era quell'uomo e perché era così assente e si era ucciso con una pistola davanti a una che non conosceva nemmeno, eppure lo faceva quasi con tutti. Strinse il cuscino e cominciò a singhiozzare piano, Chiara piangeva sempre piano perché si vergognava a farsi sentire dagli altri. Non riuscì a riaddomentarsi come avrebbe voluto, bagnò il cuscino di lacrime e cominciò a dondolarsi come faceva spesso quando c'era qualcosa che non andava, oscillava con il corpo facendo cigolare le molle del vecchio letto. Alle 6:00 nella camera cominciò ad entrare la luce dell'alba, Chiara chiuse la persiana pensando che desse fastidio a lui. "Di solito voi non è che ci andate a nozze con la luce, sottoterra è tutto buio". Continuava a non sapere cosa fare, non voleva passare sopra al cadavere per arrivare alla porta. Sostituì le batterie al walkman e cercò di riempirsi la testa con la musica della sua cantante preferita, Alanis Morrissette triste, arrabbiata, malinconica, innamorata, autoironica e complicata come al solito nei suoi 70 minuti di nastro. Lo ascoltò tutto per un paio di volte, poi prese altre cassette di altre cantanti simili ad Alanis, e le ascoltò tutte facendosi assorbire da ogni singola nota. Alle 4:00 del pomeriggio le cassette erano finite e lui era ancora lì a terra a non guardarla, per un attimo le fece rabbia che l'avesse messa in una tale situazione, che diritto ne aveva lui, poi senza sapere perché si disse che forse avrebbe dovuto ringraziarlo. Ricominciò a piangere ma lo fece ad alta voce, con singhiozzi acuti che rimbombavano nella casa vuota chissà da quanto.
Chiara rimase con lui due giorni e in questi due giorni continuò a piangere a voce alta e a far finta di niente con le cassette quando era stanca, pensò a se stessa e a lui che era lì per terra e cominciava a decomporsi, pensò che non aveva il coraggio di lasciarlo. Il terzo giorno l'aria era più che viziata, quasi irrespirabile. Chiara lo guardò con aria triste, lui continuò a non guardarla. Se ne doveva andare, aprì la finestra e tirò su la persiana per vedere quanto era alta e quale era il modo migliore per scendere, con sollievo constatò che non era particolarmente in alto e sul muro c'erano varie sporgenze a cui appoggiarsi. Chiara si avvicinò a lui per la prima volta dopo l'approccio al locale, stavolta almeno sapeva perché non reagiva alla sua presenza. Voleva un suo ricordo e anche se si sentiva una specie di profanatrice di cadaveri prese una catenina che aveva appeso al collo e la mise dopo averla lavata nel piccolo bagno incorporato alla camera, senza però riuscire a toglierle un terribile odore di carne putrefatta. Dalla tasca della giacca, la stessa che conteneva la pistola, sporgeva un foglio; Chiara lo prese, rimise il walkman nello zainetto, buttò dalla finestra i suoi bagagli e scese giù freneticamente, con le mani che scivolavano sul muro e i piedi che incerti andavano nei posti sbagliati. Scendendo si sbucciò le ginocchia ma corse lo stesso verso la macchina, spinta non tanto dalla voglia di andarsene ma dall'impulso di sfogare una parte di energia fisica accumulata nel tempo passato sul letto. Arrivò alla macchina col fiatone, entrò nel locale per bere un altro succo di frutta. L'oste la guardò strano per com'era sporca e puzzava e sembrava sconvolta ma non fece domande. Le diede un'altra bottiglietta calda e lei andò a berla allo stesso tavolo di fronte al muro a cui era seduto l'uomo la prima volta che l'aveva visto. Prese il foglio dalla tasca e lo guardò mentre beveva.
" Dicono che la morte è cattiva ma la vita a volte è ancora peggiore. Dicono tutti che ogni uomo ha uno scopo nella vita, bene io forse sono un'eccezione o se ce l'avevo non me ne sono accorto. Penso che la mia vita sia stata un episodio privo di qualsiasi conseguenza bella o brutta, non volevo che la mia morte facesse la stessa fine e l'ho fatta vedere a te. GRAZIE. "
Chiara conservò il foglio nella tasca posteriore dei suoi jeans sporchi e strappati, pagò il succo all'oste, andò alla macchina e ripartì.
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