FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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COSCIENZA

Claudio Bencivenga




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.

Con la camminata incerta e traballante da dietro la tenda l'oste riapparì con qualche goccia di sudore in più sulla fronte e con la mia brocca di vino appannata da mille goccioline che preavvisavano quanto sarebbe stato fresco il quartino.
L'uomo era sempre lì, sembrava imbalsamato in quell'espressione stanca di generazioni abituate a faticare sotto il sole. Era l'ultimo degli schiavi. Io non lo conoscevo ancora, ma ero in cerca di lui da tempo senza neanche saperlo.
La Grande Guerra era finita da quasi tre anni e trovare una ghiacciaia in un paese come quello era a dir poco innaturale, stonava come qualsiasi cosa di fresco in Sicilia a parte la granita. Ferdinando era seduto in quella locanda da anni ormai, da quando era tornato dal Piave, "che botte!", diceva sempre, "che botte quella notte ragazzi!" Ma dal fronte era tornato ancora più stanco senza un lavoro e senza una mano per lavorare. Nessuno si preoccupava di lui se non quella misera pensione che gli bastava per stare seduto all'osteria a guardare le involuzioni delle mosche sui bicchieri che più che vecchi erano ormai antichi.
Il buon vecchio Ferdinando aveva solo quarant'anni ma ne dimostrava almeno sessanta, come diceva lui un anno al fronte erano dieci in campagna, e lui ne aveva fatti giusti due ed era tornato con il treno bianco e senza un pezzo.
La donna sul tetto finì di stendere il bucato e fu allora che io ebbi il piacere di conoscerlo.
"Oste!" Chiamai aiutandomi con il cenno della mano.
"Mi dica." Rispose prontamente il grasso e madido oste.
"Potrei avere ancora di quel formaggio..." Chiesi.
"Avete gradito?" Disse accendendosi di orgoglio.
"Molto." Risposi continuando a guardare insistentemente l'uomo seduto di fronte.
L'oste, accortosi dell'interesse che l'uomo suscitava in me si chinò piazzandomi esageratamente vicino quel faccione gocciolante e abbassando la voce:
"Ferdinando, è un tipo un po' strano, ma un bravo cristiano."
Non risposi e lo guardai negli occhi carico di fastidio, lui capì e allontanò la sua faccia. "Mi scusi, non..."
"Non fa nulla, mi porti quel formaggio."
Ero in viaggio da tre giorni e la stanchezza cominciava a trasformarsi in insofferenza, uno degli aspetti più frequenti nei viaggiatori. Non ero però in viaggio di piacere, ero appena stato assunto dal Messaggero di Roma e come prime esperienze andavo a "raccogliere informazioni" in giro per l'Italia. Sarebbe potuto sembrare interessante se non fosse stato che i viaggi erano più o meno delle avventure come se ne leggevano riguardo l'Ovest Americano di fine secolo, che venivo pagato una miseria, e che "raccogliere informazioni" volesse dire scrivere degli interi articoli a firma del cronista del momento.
Mi ero fermato in quell'osteria a riposare, e in attesa di trovare qualcuno che mi accompagnasse dalla Santa dell'Etna, una donna così vecchia che nessuno si ricordava la sua età che si diceva potesse guarire qualsiasi male, e come nelle migliori tradizioni dei guaritori aveva dato la vista ad un bambino cieco con la sola imposizione delle mani.
Fu proprio mentre ero in cerca della guaritrice che trovai Ferdinando seduto poggiato a quello schienale come se mi stesse aspettando da tempo dentro quella sudicia osteria etnea.
C'era qualcosa di magnetico in lui, qualche cosa che mi attraeva, che mi chiamava e che faceva si che non riuscissi a togliergli lo sguardo di dosso. Fu lui, infatti, che mi rivolse la parola.
"Giovane," disse senza neanche muovere le labbra, "sembri una persona educata per essere così insistente."
"Mi scusi," cominciai tradendo l'imbarazzo di chi è conscio di essere stato poco cortese, "non intendevo essere.."
"Ragazzo, non ti preoccupare, sono cose che capitano."
L'imbarazzo, condizione raramente affacciatasi nella mai vita, si fece ancora più pesante. Il silenzio del paese era adesso totale, sembrava che i bambini avevano smesso di giocare per far notare a tutti quanti che un giovane e rampante giornalista dopo tanti anni di studio si faceva riprendere da un contadino in un'osteria.
In poco mi resi conto di essere dentro un locale pulcioso che non avrei mai frequentato se fosse stato a Roma, che mi trovavo a contare le gocce di sudore sulla faccia enorme di un oste perennemente unto, e a farmi dare lezioni di bon ton da...
"Mi scusi!" Iniziai secco e indispettito.
"Dimmi ragazzo." Rispose senza neanche guardarmi, tanto era attento al vino che stava versando lentissimamente nel suo bicchiere disturbando la mosca che era quasi assopita sul bordo.
Preso dal caldo e dall'affronto del contadino pensavo a mio nonno, che in altri tempi, lo avrebbe fatto frustare senza battere ciglio, ed io davo anche spazio all'imbarazzo.
"Lei non si deve..." Non feci neanche in tempo a concludere la frase che il contadino spostò la sedia che mi stava accanto e chiamò l'oste che faceva finta di non ascoltare mentre rassettava quei tavolacci vuoti. Mi fece cenno di sedere, e l'oste senza neanche chiedere portò un bicchiere pulito e lo poggiò sul tavolaccio. I bambini giocavano di nuovo.
Confuso dalla risposta non risposta dell'uomo mi sedetti senza parole, ero alla sua mercè.
"Devi capire ragazzo..."
Una punta di orgoglio: "Non mi chiami ragazzo."
"Devi capire ragazzo," mi versò un bicchiere di vino, "che la vita non è quella che rincorri tu. La vita è sfuggente e tiranna, ti domina anche se cerchi disperatamente di dominarla, in un modo o nell'altro ti inganna e ti vince."
Cominciai a sorseggiare il vino, non era lo stesso che mi aveva portato il grasso oste, sembrava più denso, leggermente più scuro, più alcolico, insomma era più vino.
Riuscii ad inserirmi chiedendo: "Ma perché mi dice ciò?"
"Perché è quello che vuoi sapere."
Non capivo e decisi di arrendermi. La guerra o i campi avevano costruito una corazza intorno a quell'uomo che non sarei mai stato in grado di penetrare. Mi consolavo versandomi altro vino e guardando quanta polvere potesse entrare da una sola finestra. Era un essere curioso.
In cinque minuti ero passato tra umori completamente differenti addirittura opposti, il senso di disorientamento si faceva sempre più crescente in me, con estrema semplicità era riuscito a sopire ogni mia aggressività e a domarmi. L'uomo aveva in se tanta saggezza quanto pochi esseri al mondo possono averne.
Le mosche indifferenti continuavano a rincorrersi sopra il tavolo concedendosi solo qualche temporanea sosta sui bordi dei bicchieri degli avventori. L'oste, controllando sempre con finta indifferenza la situazione all'interno dell'opaca sala, volteggiava lo straccio che portava al braccio più per abitudine che vera intenzione di cacciare le mosche.
Forse la stanchezza, forse la polvere vulcanica, forse l'atmosfera afosa del paese ma sentivo un'enorme pesantezza che da un punto indefinito ma sicuramente il più profondo esistente del mio corpo cercava di pervadere tutte le membra.
"Sei stanco eh!" Disse Ferdinando.
"Tanto, ma non so perché, è come se mi sentissi stanco adesso per la prima volta in vita mia." Cercai di spiegare.
Con la sua unica mano Ferdinando versò altri due bicchieri del vino 'vino'.
"Mi rendo conto che uscirsene con massime del genere sia abbastanza pesante, ma alla tua età ti dovresti rendere conto che correre a destra e a manca non è la realizzazione. Stanca, anche se normalmente non te ne accorgi, ti consuma dentro, e basta che ti si guardi per capire che versi sudore nella speranza di raccoglierlo in un otre."
Mi poggiai sullo schienale della sedia e senza neanche accorgemene cominciai ad assumere la stessa posizione di Ferdinando, leggermente accasciato, evitando di porre sotto sforzo alcun muscolo.
"Tu sei giovane," continuava, "ma se non inizi a capire alcune cose fondamentali di questa vita potrai arrivare a credere le cose più inimmaginabili."
"Cosa intendi dire?" Chiesi tra un sorso di vino e l'altro.
"Potresti crederti migliore degli altri. I giovani carichi di vita come te spesso incorrono in errori grossi e grossolani, nella fretta di bruciare le tappe si dimenticano di alcuni particolari. Peccato che la vita sia composta da particolari, da tanti innumerevoli particolari che si fondono e si dividono continuamente per dare luce dinamica a questa misera esistenza. Uno di questi particolari è l'umiltà."
"Tu mi sembri quel tipo di giovane che ha molte probabilità di successo e con queste molte probabilità di bruciarsi. Con ciò non voglio dire che lo farai, né che se tu non lo possa mai fare faresti male. Il bene e il male sono troppo relativi in questo mondo, con ciò voglio solo aiutarti a vederti tra qualche mese."
"Tu finirai come quegli scalmanati di Milano, hai presente quel giornalista, Mussolini, quello farà strada gonfio di se con gli occhi strabuzzanti, ma dopo la gloria finirà in disgrazia. Stai attento anche se la giovinezza ti porterà a vederti più grande e forte di quello che sei ricordati sempre dei tuoi limiti. Le comari direbbero semplicemente non fare il passo più lungo della gamba."
"Magari mi sto sbagliando, sto solo vaneggiando, forse la cosa giusta è proprio bruciarsi ma fino in fondo senza lasciare nulla, non a metà come è capitato a qualcuno."
Mentre diceva queste ultime parole sembrava rinvigorito, acceso da antico fulgore e roteando in aria il suo moncherino faceva capire che forse sarebbe stato meglio perdere la vita che un solo piccolo pezzo.
"Sai ultimamente ho pensato molto su tutto ciò, anzi ancora in questo momento ci sto pensando, guardo la mia mano e ci penso, intanto bevo il vino."
Si fermò un attimo fissando le due mosche che continuavano a rincorrersi sopra il suo bicchiere, intanto la sera entrava insieme alla sabbia dalla finestra regalando un po' di sollievo dall'afa siciliana.
"Sono stato chiamato eroe, mi hanno portato come esempio, mi hanno lodato, ma in fin dei conti ho dato la libertà ad un popolo che si è scordato che mi deve una mano."
"Non sembri un contadino, per lo meno per come parli." Dissi.
"Ragazzo, sono un contadino, avevo iniziato a studiare per fare il prete ma poi..."
"Poi?"
"Poi non sono andato via da questo vulcano e non potevo fare altro che il contadino."
Ci gurdammo e rimanemmo in silenzio a bere vino sino a quando la campana del convento lontano suonò i vespri portandomi alla realtà. Mi alzai e senza neanche salutarlo uscii dall'osteria. Avevo incontrato la mia coscienza senza una mano e dentro un'osteria pulciosa.


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