FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CRUNA DI MIELE
Giovanni Bergamini
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Mi sarei descritto così.
Anzi mi vorrei descrivere così.
Ne ho davvero voglia.
Voglio che la mia mente mi aiuti a sentirmi estraneo a quello che sta succedendo.
Invece, ho dovuto indossare un vestito scuro, bellissimo, con una giacca doppio petto e una cravatta grigia.
Sono elegante come si conviene.
La gente piange e mi lancia delle occhiate. Sembra che sappia di ieri sera.
Dio, se la mia mente riuscisse a rimanere concentrata sul tavolo, sul bucato, sull'oste in cucina.....
Ma il profumo dei fiori scaccia quello del cibo da osteria.
I fiori sono composti con gusto, direi con allegria. I decoratori hanno pensato di sottolineare tutte le nervature dell'edificio con una striscia fiorita. Sugli spigoli delle colonne, sui contorni degli archi, lungo i corridori delle navate, sulla balaustra, per esplodere infine, con eccesso, sull'altare, sul banco degli sposi e sotto la statua del santo locale.
Le panche sono piene di persone.
Tutti guardano gli sposi, poi, come ricordandosi di qualcosa di spiacevole, guardano verso di me.
Lo so, sono un po' fuori contesto, ma non se ne può fare un dramma.
Il prete ha terminato di benedire gli anelli. Poi dice qualche parola e mi rivolge un cenno.
Io scatto.
Sono stato preparato a dovere e, quando tocca a me, io sono pronto a fare la mia parte.
Salgo sul pulpito delle prediche e mi rivolgo al pubblico, parlando nel microfono.
"Gentili signore e signori, amici e soprattutto tu, mio caro amico e la tua dolce sposa..."
La gente mormora. Non approva questo.
"L'amicizia che mi lega allo sposo mi ha condotto qui oggi.
A me è stato chiesto di celebrare con un discorso questa unione.
Perché lo sposo si sia rivolto a me è facile: per la nostra amicizia e perché io sono poeta e quindi sono bravo con le parole.
Chi meglio di un poeta può celebrare con un adeguato inno questo evento?
Così io farò, esattamente come mi è stato chiesto."
La gente non approva; ancora! nonostante tutto!
Ho tentato di blandirla, ma non è contato. La gente non capisce.
"Essere poeta non è una cosa facile da spiegare: non si tratta solo di un mestiere."
No, non è un mestiere e quello che è successo ieri sera me lo ricorda costantemente.
Stava sul mio petto e respirava affannosamente. Lei lo sapeva e io pure.
Mi sento in colpa e sono irritato.
Insisto.
"Per mestiere e per vocazione io incontro le persone più diverse, soprattutto quelle meno rispettabili, quelle che stanno al margine.
Proprio pochi giorni fa ho incontrato una ragazza. Tossicodipendente. Io non sono un assistente sociale, quindi ho parlato con lei, come se fossimo due persone normali, non ho tentato di salvarla.
Quando le ho detto cosa facevo nella vita, il suo primo pensiero è stato: un poeta? ma ci campi?
Oh, dio, che domanda!
Mi sono lasciato prendere dall'irritazione e le ho risposto: non ci campo, ma ci vivo; io vivo cento, mille vite contemporaneamente, mentre tu ne vivi una, anzi mezza e stentatamente, finché non finirai morta di una siringa infida."
Dio che vergogna: doppia gaffe; primo dire una cosa del genere ad una poveretta, poi riferirlo a questa gente; per giunta durante un matrimonio!
Dio? Dio?
La gente mi fulmina con lo sguardo. Ho fatto esattamente quello che tutti pregavano che io non facessi.
E di nuovo il ricordo di ieri sera. Che tormento.
Gli occhi.
Quando ti guarda vorresti sapere cosa pensa. Possiede uno sguardo vivo, consapevole, di una che ha le idee chiare, ma che capisce anche le situazioni più differenti dalla normalità. E mi ha guardato, profondamente. Così io non ho resistito al voler sapere cosa pensava.
Quando dirige gli occhi nei tuoi, tu senti la sua chiarezza e vorresti chiederle: cosa pensi? non di me... voglio dire, quali pensieri, alti, importanti e interessanti, ti sono passati per la mente? quali pensieri formuli perché il tuo sguardo sia così consapevole?
Sto sudando.... mi sono per giunta truccato, per nascondere la mia pelle lucida e per coprire le occhiaie...... verrà fuori un pasticcio con il sudore, adesso.
Voglio rispondere allo sguardo scandalizzato del pubblico.
Cerco di riprendere il filo del discorso.
"No, non ci campo; ho dei parenti che mi aiutano e degli amici che non mi negano mai un prestito, anche se io non sarò in grado di restituirlo. Come faceva il protagonista di 'Addio alle armi', che viveva in Italia con i certificati di credito dei parenti americani, al fine di combattere una guerra non sua e di vivere una estraneità, che gli fruttò solo una itterizia da cirrosi alcolica."
L'irritazione del pubblico irrita anche me. Avevo incollanato una serie di emozioni, proprio adatte per questo giorno, ma questo pubblico cafone non se lo merita, non ho più intenzione di leggere il mio componimento.
Ho voglia di rimproverarli.
"Ma andiamo! non usate il buon senso!
Come si fa ad applicare il buon senso ad un poeta: è una cosa che sortisce effetti paradossali. Sarebbe come dire che Bukowsky doveva smettere di bere frequentando i gruppi degli Alcolisti Anonimi; che Leary doveva essere internato in una comunità di tossici a confezionare pellicce; che Ginsberg doveva stare dentro un gruppo di psicoterapia dei servizi sociali.
Secondo voi il poeta può essere un individuo responsabile? e soprattutto deve essere in grado di dimostrare quello che vale attraverso lo stipendio o i profitti del proprio lavoro di poeta?"
Ridono di me. Bastardi.
Io sono uno di voi, anche se non mi riconoscete.
Perché continuo ad accumulare gaffes su gaffes? debbo fermarmi!
Guardo verso i banchi.
I genitori degli sposi si scambiano occhiate, con aria interrogativa. Il padre dello sposo non sa reagire e dice, a cenni, che la colpa è dello sposo. Adesso non si può fare niente.
Il padre della sposa ammicca al prete e con la mimica labiale gli dice: lo interrompa..... l-o i-n-t-e-rr-o-m-pa, cominci a pregare.
Il prete rimane in dubbio. Si agita. Guarda la sala, per avere un conforto.
Ma la gente in sala non guarda lui, guarda gli sposi.
Tutto sommato, se gli sposi non mostrano di essere offesi da quello che accade, anche gli ospiti si devono adeguare.
Il prete quindi rimane nell'ambiguità, preso tra le persone di buon senso che gli dicono di intervenire, e gli ospiti che si adeguano, pur disapprovando.
Io ribadisco il concetto.
"Anzi, voglio dirvi esattamente cosa oggi è costretto a fare il poeta.
E' costretto a diventare un manager, uno scienziato, un prete, un politico, o un portaborse di un politico, o un pubblicitario.
Poi, quando è arrivato, cioè quando la sua carriera si è stabilizzata, si sente lodare, non per la sua serietà, moralità e capacità, ma per le sue caratteristiche di poeta: la visione, l'intuizione anticipatrice, la sensibilità, la capacità di motivare le persone, lo sguardo solidamente fondato nel futuro.
Tutto questo perché il poeta ha il senno di prima, cioè quel miscuglio di intuizioni, di saggezza, di precognizione e di sensibilità per il margine.
Smettetela! il poeta è uno di voi, solo che è costretto a passare per una porta stretta, quasi una cruna d'ago, per acquisire credibilità. Credibilità, non reputazione. Perché questa porta è tanto stretta che gli strappa la reputazione di bravo cittadino."
Il pubblico è a disagio: come credono che io mi senta?
Ieri sera ho fatto una cosa per la quale mi vorrei tagliare una mano.
Essere poeta non mi giustifica.
Dopo che ho saputo cosa lei pensava, abbiamo passeggiato, interrogandoci.
Io le dicevo: non è successo niente. Come un sogno: domani ti sveglierai e lentamente dimenticherai. L'amore di una notte si cancella con una doccia: escono i fluidi, si deterge il sudore, si stemperano gli odori reciproci. Non rimane traccia.
Lui non sentirà mai la mia impronta.
Lei replicava: no, non è stato effimero; ho avuto l'occasione di fare qualcosa di grande. Mi sono sentita come una medium che ha dato voce al silenzio. Attraverso di me, peccato e peccatore si trasfigureranno nel bene e nel benefattore.
E conveniva: sì, ho sbagliato! lo stesso sbaglio che fece la natura quando creò l'uomo. Non saprò mai quanto pentirmene e quanto gioirne.
Ma subito si riprendeva: sono orgogliosa della colpa della mia mente e del mio ventre; anche se sento un oscuro rimorso, perché sarà un innocente a portare il più pesante dolore.
E concludeva: credo che solo il silenzio potrà compensare l'innocente. Io resterò in silenzio e tu rimarrai nell'oscurità: questa sarà la nostra punizione.
Guardo gli sposi, per vedere l'effetto su di loro.
Lo sposo sorride, non pare in alcun modo indispettito dal mio sfogo. Anzi si direbbe che apprezzi la mia oratoria. Forse pensa che sia una introduzione forte, che scuote, un trucco retorico per rafforzare l'effetto delle sdolcinatezze che seguiranno. Ha ragione: bisogna comunque che dica qualche parola di celebrazione.
La sposa invece mi guarda affascinata: che occhi.
Comunque, qualche parola va detta sugli sposi e su questo felice giorno.
"Gentili signore e cortesi signori.
Oggi abbiamo davanti a noi qualcosa di meglio di un poeta. Abbiamo due sposi. Abbiamo un'unione.
Diventa sempre più raro che due persone si uniscano oggigiorno.
I nostri due amici invece hanno un progetto per la vita.
Una casa; figli; una estesa parentela da contribuire a tenere viva, come una sana comunità; e un contorno di amici affezionati, di cui loro sono il punto di riferimento e il luogo di ritrovo.
Ci vuole un grande coraggio e una grande stima del genere umano per fare questo. Io voglio lodare gli sposi che questo coraggio l'hanno costruito e l'hanno mantenuto fino a fare di essi stessi non due persone insieme, ma una famiglia."
Le facce degli ascoltatori si sono improvvisamente rilassate.
Non solo approvano, ma sentono che la cosa è detta bene, proprio come la intendono loro, non come in passato, quando la famiglia era un dovere derivato da dio e tutti ti stavano addosso e si prendevano il merito; ma come oggi, quando è una sfida impegnativa, coraggiosa, che richiede esseri coscienti, determinati e un po' speciali, quali loro sono.
Chissà se mi perdoneranno il fatto di essere un poeta.
"Dello sposo cosa posso dire?
Voglio dire che gli voglio bene. E' un amico, conosce la generosità e ha la capacità delle persone meravigliose di dare la propria amicizia anche a uomini che non gli sono simili. Lui ha capito il mio ruolo e da lui non ho mai ricevuto parole di disapprovazione.
Della sposa cosa posso dire?
La conosco meno.
Ho fatto fatica ad accettarla. Quando è arrivata si è messa al fianco del mio amico anche nei nostri incontri. Erano incontri quasi intimi, fatti di confidenze e di confessioni.
Poi è arrivata lei. Come era possibile continuare il nostro intimo colloquio?
Lei se ne stava al suo fianco e gli teneva la mano. L'unica cosa che faceva era guardarmi negli occhi.
E io mi chiedevo, cosa sta pensando?
Il suo sguardo era intelligente, si capiva che stava elaborando in fretta pensieri importanti. Ma non riverberava dal suo sguardo mai una scintilla di rimprovero o di rammarico.
Il nostro colloquio continuava con lei come spettatrice e giudice.
Finché non l'ho conosciuta a tu per tu e finalmente lei mi ha parlato.
Sono bastate poche sue frasi perché io emergessi come un navigatore che è stato in giro per molto tempo ed ha commesso anche errori, ma che può comunque può essere annoverato tra i degni figli della nostra comunità.
Lei mi ha fatto capire: sono la tua porta per la normalità.
Il tramite verso le persone come voi.
Io sono un poeta, ma sono nulla senza la comprensione. E lei si mette fra me e voi: così io posso donare generosamente, voi potete accettare quello che dico senza risentirvene.
Lei fa da garante per me, perché mi accettiate; lei invoca la mia compassione verso di voi.
Oh tu, sposa, chi sei in realtà?
Come hai fatto ad acquistare tanto ascendente presso di me?
Tu lo sai: non è possibile il silenzio.
Io ti invoco: sono io quello sul quale stendere le coperte a fine giornata; sono io quello da sostenere e da incoraggiare; sono io quello sul quale profondere tutto l'amore che puoi fabbricare con la pazienza, la costanza, la magia, della dea che tu sei."
Lo sposo si è seduto.
Lei è rimasta in piedi impietrita.
No, non è impietrita, si toglie il velo e lo posa sulla seggiola. Dà un bacio sulla guancia allo sposo e mormora alcune parole di scusa.
Io scatto: di corsa la raggiungo e insieme ci mettiamo a scappare verso il fondo della chiesa, prima che i parenti riescano a recuperare elasticità e cerchino di afferrarci.
E' il finimondo, ma noi siamo già fuori.
Basterà stare via una settimana o due - il tempo di un viaggio di nozze - poi lei troverà il modo di farsi perdonare da tutti e di fare perdonare anche me. Non è la fine di un rapporto con quella gente è l'inizio di una nuova vita.
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