FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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DRITTO & ROVESCIO
Germano Antonucci
Sto sbirciando attraverso un buco nella siepe. Mica facile, con questi rametti che tendono a scattare in fuori stile filo spinato mirando agli occhi. Potatura malfatta. Il problema più serio, le ginocchia, comunque si è risolto: non me le sento più da una mezz'ora. Bene. L'insensibilità mi aiuta a concentrarmi sulla casa. Villetta, dovrei dire. E' esattamente quel tipo di ciarpame residenziale che i geometri definiscono "villetta": due piani fuori terra più garage seminterrato e, certamente, tavernetta attigua. Nel giardino, betulle. Ma la colpa, non è di Lisa. Lei non è responsabile dei faretti sul prato e dell'antenna satellitare spadellata sul tetto a...Finalmente! Eccola. Si è aperto il portoncino blindato e lei è lì, qui, a tre metri da me che mi emoziono e perdo l'equilibrio e mi spino la faccia e...C'è mancato poco. Scricchiolio di rotule come una fucilata nel silenzio. Ma lei non se n'è accorta. Guarda la luna, lei. Forza, bella, avvicinati ancora un po', abbassa quella dolce testolina, si, così, vieni, altri due passi, ma, insomma! dai, come fai a non notare niente? Proprio lì, tra Dotto e Mammolo, dove dovrebbe starci Pisolo, non la vedi la terra che è scavata di fresco, tutta nera? L'ha vista. Ha già raccolto il volantino. Lo sta orientando verso la luce di un faretto. "Comitato di Liberazione dei Nani da Giardini" è scritto in grosso, quindi non dovrebbe avere difficoltà a decifrare il messaggio. Trattengo il respiro, irrigidisco i muscoli. Ogni minimo movimento potrebbe essermi fatale. Lisa potrebbe accorgersi della mia presenza. E sarebbe una situazione perlomeno fastidiosa. Sarei costretto ad inventarmi qualche scusa banale, e lei farebbe finta di credermi. Forse. Per non sciupare questa scontata amicizia che ci lega. Questo rapporto banale. Ci conosciamo da un po' di tempo, io e Lisa, e mai avrei pensato che un giorno sarebbe stata lei la vittima di uno dei miei colpi. Ma la Causa non ammette stupidi sentimentalismi. O biechi rimorsi di coscienza. Non posso fermarmi proprio adesso. Nemmeno davanti a Lisa. La guardo affondare lo sguardo in quella losanga di carta stropicciata. Ha un'espressione interrogativa stampata sul viso. Inclina il capo di un quarto, in un movimento lento ed armonico, poi stacca gli occhi dal foglio. Si scruta attorno. Il buio e la siepe le celano la mia presenza. Dietro di noi, oltre questo strano proscenio notturno dove i miei movimenti appena accennati sembrano ritagliati nella gomma, le luci del paese ci regalano il loro rassicurante saluto. Una specie di fuliggine nebulosa che galleggia nell'aria. Una cappa evanescente. Un'unghia sottile di luna sembra conficcarsi lungo il profilo della montagna, al di là delle case: un'unghia sbilenca su quella massa scura e frastagliata di silenzio.
Lisa pare concentrarsi sul volantino. Sta valutando la faccenda. Riordinando le idee. Non sembra scossa più di tanto. Si avvicina alle sei statue residue, avanzando sull'erba umida e croccante del giardino, poi si piega sulle ginocchia. Con la mano sinistra, sfiora delicatamente il pezzo di terreno dove una volta c'era Pisolo. Il suo nano preferito. La osservo raccogliere tra le dita un mucchietto di terra umida, e soffiarci sopra. Ecco che si rialza in piedi. Scuote il capo, e sibila qualcosa tra i denti. Poi appallottola il volantino, in un gesto istintivo e rabbioso, e lo getta verso di me. Quello rotola di qualche metro, poi scarta lateralmente, per una leggera folata di vento. Seguo Lisa con lo sguardo: plano con gli occhi sul suo corpo garbato e prosperoso, sugli improbabili capelli tinti d'azzurro, sulle gambe lisce e vertiginose. Lei si avvia verso casa, ondeggiando il sedere in un ritmo nervoso e sincopato, poi si richiude la porta alle spalle. Le luci del giardino si spengono. Una marea di buio emerge tutt'intorno a me. Il sipario si chiude, ed io sento coagularsi nel mio petto una biglia d'amarezza. Non c'è nessun applauso scrosciante che invochi gli attori. Lo spettacolo è finito, per questa sera. Come tutte le sere.
Mi rialzo in piedi. Un dolore lancinante mi attraversa le ginocchia, e tutti i muscoli delle gambe. Mi gira la testa. Di riflesso, un pensiero diagonale mi infilza la mente, e comincia a roteare, dispettoso e inopportuno. Questa, è davvero l'ultima volta. Deve esserlo. Stavolta non ci sarà nessun rigurgito a farmi tornare sui miei passi. Consegnerò le dimissioni a me stesso, e la smetterò di prendermi in giro. La Causa è una questione che non mi riguarda più. Deciso. D'ora in poi, seguirò la mia strada. Da solo. Sistemerò le cose secondo le mie prospettive. Che ci vadano gli altri, a rubare statue nei giardini, d'ora in poi. Le Brigate Nane, per esempio. Io ne ho abbastanza di rischiare per ritrovarmi sempre con un pugno di mosche in una mano, e un putrido senso di vuoto allo stomaco. Un macigno gelido come questa improvvisa e sgradevole sensazione che avverto adesso dietro la nuca. Un fastidio leggero e metallico. Un fucile puntato dietro la testa.
Mi volto, di scatto. Sgrano gli occhi, e la bocca. Lui mi guarda con una faccia perversa. Ha un ghigno minaccioso e devastato, ed un viso butterato. Un ciuffo di capelli sporgenti ai lati di un cranio altrimenti calvo. Due mani grosse e pelose, ed un corpo enorme. Scolpito nella carne da palestra e anabolizzanti, direi.
- Non muoverti, o ti faccio secco.-
Soffoco un urlo di terrore che mi nasce dalle viscere. Sarebbe un gesto suicida. Un triste epilogo. Ma ho la bocca di un fucile puntata contro i denti, e i riflessi cominciano ad annebbiarsi. I sensi si appesantiscono.
- Che... significa?- balbetto, con un tono stridulo.
- Significa che il divertimento è finito.-
L'energumeno spalanca la bocca, ed esplode in una risata fragorosa. Lo guardo scuotersi, e quasi contorcersi, ma non ho la prontezza per approfittarne. Né il coraggio.
- Che cosa vuoi?- azzardo. Sto sudando freddo. Un liquido denso e ruvido mi circola rapido nelle vene. La paura mi schiaffeggia la testa con vampate calde. L'uomo lancia un'occhiata verso Pisolo. Solleva il mento, quasi in un gesto di sfida. Ruoto il capo, lentamente. Il nano è affogato nell'erba, con la faccia rivolta verso il cielo. Ha gli occhi semichiusi, un capello a punta e un vestito colorato disegnato nella terracotta.
- Vuoi il nano?-
Il tipo si avvicina a me. Mi accarezza i capelli con la canna del fucile. Un lungo fucile nero con il calcio intagliato. E' un modello piuttosto vecchio, mi pare. Non me ne intendo molto, ma deve trattarsi di un pezzo da collezione. Uno di quei pezzi che dovrebbero trovarsi nei salotti borghesi di colonnelli in pensione o di folli appassionati. Nei salotti, appunto.
- Lo sai che ti stiamo dando la caccia da più di sei mesi?- mi dice il pachiderma. Ha una voce profonda. Irriverente.
- E perché?-
Lui si avvicina ancora. Mi infila un dito nelle costole, e lo affonda nella carne. Non cedo di un passo. Stringo i denti, e sopporto il dolore.
- Movimento di Emancipazione dei Nani da Giardino. Ti dice niente, questo nome?-
Rubo nani da giardino dall'età di ventinove anni. Adesso, ne ho quasi trentacinque. Da quando sono stato nominato Gran Soldato dai vertici del Movimento di Liberazione dei nani, il cui quartier generale si trova in Francia, ho sottratto statue di terracotta, di marmo e di gesso da decine di giardini della mia zona: giardini di avvocati, di commercialisti, di finanzieri, di fruttivendoli, di trafficanti e di artisti. Centinaia di statue da giardino, che mi divertivo a sistemare in punti strategici. Cornicioni di edifici comunali, giardini scolastici, campi sportivi, parcheggi di centri commerciali. Non mi avevano mai beccato, prima d'ora. E non potevo certo pensare che sarebbe stata Lisa a giocarmi questo brutto scherzo. E invece, è stata lei ad organizzare tutto, fin nei minimi particolari. A tendermi questo tranello. A quanto pare, Lisa sta dalla parte sbagliata. Dal lato opposto della barricata. Siamo nemici, io e lei. In fondo, è un peccato.
Lei mi sorride, d'un sorriso dolce e fasullo. Ha gli occhi corvini, che mi scartavetrano l'anima. Mi porge un bicchiere di Martini. Io lo afferro, d'istinto. Lei si abbandona sul divano. Un comodo divano di pelle.
Non ci ero mai entrato, in quella casa. La casa di Lisa. L'avevo sempre invidiata da fuori, quella villetta. Il salotto in cui ci troviamo è immerso in una tenue luce opalina. Sulle pareti, sono sistemate file parallele di quadri di valore. Al centro della stanza, un tavolo di legno. In un angolo, un pianoforte nero a coda. Gliel'ha lasciata il padre, la casa. Lisa era l'unica erede, e si è ritrovata con un immenso patrimonio tra le mani dopo un banale schianto pomeridiano a centocinquanta all'ora. Ma forse Lisa non si merita la mia acribia. Ognuno gioca le sue carte, in questa partita. E lei ha in mano un poker d'assi.
- Brindiamo alla mia vittoria!- esclama lei.
- Non basta un nano a fare una vittoria.- le rispondo.
Lei si avvicina il bicchiere alla bocca. Sorseggia il Martini. Zero la ammira in discreto silenzio. Pende dalla sua bocca. Zero è l'energumeno di cui ho fatto conoscenza poco fa. Quello che mi ha puntato un fucile alla nuca. Ci siamo presentati, come due persone garbate, e mi ha anche confidato che gli dispiaceva che quella storia fosse ormai giunta al termine. Ma forse l'ha detto per accrescere la mia rabbia. Per rigirare il coltello nella piaga. Zero lavora per Lisa, a quanto ho capito: è stato reclutato per darmi la caccia. Un cane alle mie calcagna.
- No.- dice Lisa, - Non basta un nano per fare una vittoria. Quello che conta, è l'ultimo nano. E questo è l'ultimo nano. L'ultimo, della tua serie.-
Lisa afferra Pisolo, e se lo stringe al petto. Gli accarezza il naso, le labbra. Lo bacia, e cerca di cacciargli la lingua in bocca. Non ci riesce, evidentemente.
- E adesso?- le chiedo.
- Adesso devi farti da parte.- mi risponde lei, con una voce tagliente, - Mi dispiace per te, ma ho vinto io. Noi non facciamo prigionieri, come voi. Ci basta un patto d'onore.-
- E quale sarebbe questo patto d'onore?-
- Devi tirarti via dalla mischia. Lasciare in pace i miei nani. E non parlo solo di quelli che sono nel mio giardino.-
Lei accavalla le gambe, in un gesto melodico. Non posso fare a meno di ammirarle la pelle delle cosce. Liscia e dorata. Forse le sconfitte alimentano l'eccitazione. Il boia stimola pensieri sconci. Ma Lisa è molto attraente. Questo l'ho sempre saputo.
- Ci avevo già pensato, a ritirarmi. - dico, - Ma non ho voglia di abbandonare l'arena a testa china.-
- Non vuoi proprio arrenderti?-
Mi alzo in piedi. Zero mi scruta dal basso. E' seduto a terra, e tiene ancora in braccio quel dannato fucile. E' scarico. Lo è sempre stato. Forse, non funziona nemmeno. Ed io ci sono cascato. Da prendersi a pugni.
- Non ci sono abituato, ad arrendermi.- dico.
- Guarda che ti tengo d'occhio, bello. Non riuscirai ad avvicinarti ad un nano nemmeno da morto. Ci sarò sempre io, o Zero, o qualcun altro, ad alitarti sul collo.-
- Come un segugio rognoso?-
Lisa si sfila la scarpa dal piede sinistro. Poi dal piede destro. Distende le gambe, e reclina il capo all'indietro.
- Come un segugio rognoso.- ripete.
La vendetta è un piatto che va consumato freddo, ha detto qualcuno. Ma io non ho mai avuto tempo di aspettare. E' sempre stata la mia virtù, questa. O forse era semplicemente già tutto segnato. Già scritto nella testa di qualche scrittore misconosciuto.
Fa freddo. Mi stringo nel pastrano scuro. Il vento scompiglia l'attesa, ma ne vale la pena. Ed infatti lei non tarda molto. Sta uscendo di casa. Puntuale, come ogni giorno. Eccola, che si richiude la porta alle spalle e si avvia verso il cancello, a passi rapidi e decisi. Indossa un maglione rosso, con una improbabile città disneyana stilizzata sul davanti. Aspetto che esca in strada. Che si avvii verso la parte opposta. Decido di seguirla, per un tratto. Voglio godermi lo scricchiolio delle sue scarpe. Lei non si accorge di me. Poi, un presentimento, forse, o una intuizione negativa. Lei si volta, d'improvviso, incrocia il mio sguardo, spalanca la bocca, e si soffoca un grido con una mano. Il viso le diventa paonazzo. Non se l'aspettava proprio. Le parti si sono invertite. A volte, basta una notte a cambiare il senso di una storia. Le partite si giocano di dritto, e di rovescio.
- Ciao, Lisa.- le dico, - Non ti aspettavi di rivedermi così presto?-
Lei non risponde. Si scosta di poco, mi evita, e comincia a correre, indietro. Verso casa. Affonda la testa tra le inferriate del cancello, e comincia a urlare. Un lamento sordo e disperato. Io la raggiungo. Mi fermo alle sue spalle e mi godo lo spettacolo. Uno scenario inatteso. Un quadro a tinte forti, in quel mattino invernale. Là, dove ci dovevano essere Eolo, Mammolo, Pisolo, Dotto, Gongolo, Eolo e Cucciolo adesso ci sono sette ingombranti assenze. Sette vuoti ritagliati nell'aria. Sette favole portate da un altra parte. Praticamente, sette volte nessuno.
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