FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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ESILIO TEMPORANEO

Riccardo Salvemini




Quando il mio amico Max De Blasis si decise a raccontarmi questa storia, il professor Orso era già morto, Miss Olga aveva regolato il conto con Rao e i suoi, e la casa alla tonnara era stata pignorata. La mia scelta -confessò Max- era semplice. Spararle, un colpo dietro la nuca e chiudere con un dolore lungo dieci anni. Un giudice mi avrebbe condannato, ma chiunque avesse letto la cronaca sul giornale mi avrebbe difeso. Oppure infilare in tasca la Beretta e salvare la ragazza, se la sua vita con quelli poteva considerarsi una salvezza. Nel villaggio non c'era nessuno, nessuno avrebbe sentito il colpo. Delitto perfetto. Misi il colpo in canna e serrai l'indice. Fu allora che un gallo cantò lontano e mi venne in mente mio padre, che leggeva la Bibbia ad alta voce "Prima che il gallo canti mi tradirai". Uscii. Pioveva a dirotto. Attraversai il sentiero, presi un libro dalla casa della tonnara e, malgrado il sentiero, uscii in barca. In meno di tre ore avrei potuto raggiungere Miss Olga e partire con lei. Al largo mi investì la luce di un faro, prima un motoscafo, poi un altro, mi accostarono e abbordarono la vecchia barca a vela. Rao m'era sembrato sempre orribile, ma in quella luce violetta il suo naso rotto e gli occhietti porcini erano davvero mostruosi. La ragazza invece, bagnata, pallida e feroce, aveva il volto di un angelo perduto: "Solo uno sciocco come te, Max, poteva salvarmi la pelle. Che t'ha preso? Amore o viltà?". L'amavo, credo, ma nella pioggia le sputai in faccia.

Erano passati ormai nove anni da quando la incontrai per la prima volta, ma mai si era preoccupata delle umiliazioni e delle fatiche che venivano scaricate su di me: miei erano i lavori più pesanti, mio il rischio di essere accusato di mille reati prestando il mio nome senza possibilità di difesa, mie le serate umide e piovose passate in quello schifo di baracca vicino al molo per contattare i fornitori. E lei, miss Olga, che solo a lavoro fatto accettava di farsi vedere in mia compagnia; per tutti il suo faccendiere personale. Mi trattava a pesci in faccia senza ritegno e senza il minimo scrupolo di farmi apparire uno schifo di cagnolino accondiscendente e pronto ad ogni suo minimo ordine. Si erano sparse in giro atroci barzellette su cosa facevo quando ero nel suo ufficio: avrei mangiato nel piattino a quattro zampe, avrei leccato le sue mutandine in cerca del suo odore e sapore, avrei fatto la pipì con la gamba alzata e mi sarei leccato se mi bagnavo la gamba. Naturalmente nessuno mi aveva detto queste direttamente: le avevo ascoltate di nascosto. Certo è che non c'era molta differenza, perché se non facevo quello che blateravano i miei "compagni" poco ci mancava: era lei la padrona del mio pesce ed io quante volte avrei voluto infilarle qualcosa di diverso per fargliela pagare. Ma era lei che aveva il coltello dalla parte del manico: dieci anni prima ero sul punto di portare in tribunale la casa e tutto il resto che possedevo; poi è arrivata lei e ha detto che se volevo fare qualche lavoretto la casa e il resto potevo tenermelo. Non avevo il becco di un quattrino, non avevo mai aperto la pagina di un libro, non avevo mai imparato stringere un bullone: l'unica cosa che ero capace di fare era di scopare (forse) malamente. Accettai. Il giorno dopo il tribunale dimenticò le pretese ed io mi ritrovai a fare il cagnolino di miss Olga. Olga la padrona indiscussa di quella baracca che aveva il nome di clan della Baronessa per quella sua sciocca pretesa di riconoscersi nobili origini. In fondo però mi piaceva il suo stile volgare e brusco, perché mi evitava di pensare: non dovevo decidere io i tempi e i luoghi e soprattutto cosa e come farlo. Ed era lei che mi aveva insegnato a fare qualcosa, benché squallido. Poi quando eravamo fuori dalla portata dei suoi scagnozzi si comportava bene e in certo qual senso ridiventava donna. Per questo mi ero convinto di essermi trasformato in un bisessuale: amavo sia un uomo che una donna, sebbene riuniti nelle stessa persona. Amavo follemente il suo sbattere le porte, i suoi urli fragorosi e le sue strapazzate su che cazzo avevo combinato la sera prima, tutto questo mentre un irresistibile profumo di Chanel n.5 si spargeva per la baracca; e poi i suoi baci, le sue mani che cercavano il corpo nudo sotto il lenzuolo, appena sveglio, ancora intorpidito; cercavano le ferite di me che, demente, spaccavo ubriaco le bottiglie per terra e mi tagliavo con i cocci. Cercava le ferite e mi baciava; cercava le ferite e sentivo il suo corpo disteso sul mio, il mio torso contro il suo petto, le mie gambe intrecciate alle sue, la mia bocca a godere di prima mattina della pelle delicata e fragrante. Lì, allora, mi illudevo; pensavo che da quel giorno tutto sarebbe cambiato, che tutte le angherie che fino ad allora avevo subito sarebbero cessate e finalmente sarei diventato il "boss". No, appena usciva, soddisfatta, dalla baracca incominciava a insultarmi e a gridare a destra e a manca quanto ero balordo e quanto temeva che non apprezzassi le donne ma gli uomini; urlava che non la guardavo, che non mi stuzzicava per quanto bella (?) era e anzi le pareva che a guardarle il seno provassi schifo. E il se il seno mi faceva schifo figuriamoci poi... Un giorno eravamo andati in una cala nascosta per attendere un carico di contrabbando; eravamo arrivati parecchio prima del previsto e Jack aveva proposto di fare un bel bagno. Approvammo l'idea e, dato l'esempio di Phil, ci spogliammo completamente. A un certo punto qualcuno saltò fuori dicendo che a me piacevano gli uomini e chissà come mi si stava rizzando. La battuta da alcuni, eravamo in dieci, fu presa per scherzo; ad altri causò disprezzo; ad altri rabbia. Erano quelli che non tolleravano le mie mattinate con miss Olga. Fra questi, Rao. Dopo il lavoro, alcuni se ne andarono con il carico; Rao e il suo gruppo mi trattennero a fare un altro bagno con loro. Non volevo spogliarmi del tutto ma la loro insistenza mi convinse. Fummo tutti nudi. Rao si avvicinò con aria imperiosa. Mi chiese cosa facevo alla mattina con miss Olga. Niente, risposi. Mi chiese se mi piaceva il suo seno.
"Certo -risposi- le donne mi piacciono"
"Ah, le donne gli piacciono" ironizzavano gli altri
"Miss Olga non deve essere avvicinata da un frocio come te. Miss Olga è mia e dei miei compagni e basta, capito?" intimò Rao.
Ribadii che non avevo mai preteso niente da miss Olga, e non l'avevo mai rubata. Rao e i suoi compagni si avvicinarono.
"Voltati" urlò. Mi voltai e chiusi gli occhi. Non volevo pensare a quello che temevo.
Miss Olga il giorno dopo si comportò da squallida marionetta di Rao e compagni. Non mi difese, non mi sfiorò. Se avessi capito in tempo in che guaio sarei andato a cacciarmi non l'avrei fatto. Avrei preferito perdere la casa e tutto o andare a fare lo spogliarellista, lavoro in fin dei conti più dignitoso. Ero sempre stato convinto che mi sarebbe bastato tenermi buona miss Olga quando i veri boss erano Rao e i suoi compagni. Dipendeva da loro, ed era da loro che da quel giorno dovetti tollerare mille attenzioni. Troppe; chiamai la polizia. Sarei stato un loro infiltrato e avrei aiutato lo Stato a tenerli in galera per qualche decennio. Miss Olga? Una povera, meschina ragazza che preferiva lasciarsi scopare da froci per chissà quali motivi (che lo facessero bene?) e fingere di essere un'amazzone moderna. Meglio una puttana, almeno non recita a bacchetta. Sapevo che se Rao e compagni fossero stati arrestati per me sarebbe stato molto difficile il futuro: non avrei potuto contare su lavori sporchi e facili, perché ormai io ero un traditore; allo stesso tempo la vita normale di tutti i giorni avrebbe richiesto uno sforzo che non mi ero preparato ad affrontare e il tribunale si sarebbe ricordato del pignoramento della mia casa. Però, però da quel giorno non avrei più dovuto accettare disgustose umiliazioni. Forse avrei saputo costruire una famiglia; forse con miss Olga. Sì, lei non è stata che una vittima di questa faccenda: suo padre l'aveva venduta e il controllo su di lei era stato troppo stretto perché potesse scappare. Dubito dei suoi baci, ma mi piace: mi piacciono quei suoi modi e credo che non abbia mentito quando mi baciava e faceva all'amore con me. Mi fa schifo pensare che molte volte l'ha fatto solo per irretirmi, ma è lo stesso schifo che mi fa pensare a quello che ho fatto io. Quella era l'occasione per finirla, perché quel giorno fosse l'aurora, perché la mia vita diventasse una vita da poterla raccontare senza vergogna, senza timore. E perché potessi costruire con lei, sì con miss Olga, una famiglia e una speranza. Era il 23 gennaio, nevicava; il carico ritardava di quaranta minuti e pensavo che a momenti ci sarebbe stato il segnale di ritirata. Io stavo spalando la neve fuori della baracca, come il più ligio dei cittadini che tiene alla pulizia nel suo giardino. Più che altro un pazzo che vuole prendere la broncopolmonite! La botola del giardino era ancora coperta dal suo bel mucchio di terra. Appena avessi sentito quattro squilli di clacson e qualcuno urlare che di lì a poco avrebbe preso l'aereo per l'Italia per quattordici giorni di stupende vacanze in Sicilia, avrei dovuto incominciare a spalare quel mucchio di terra. Poi, un camion giallo sarebbe comparso dal vialetto di sinistra e dalla buca sarebbe uscito il piccolo gruppo predisposto per i viaggi sottoterra di tutto quel ben di dio che ci avrebbe assicurato un po' di soldini: duecento chili di cocaina purissima. La polizia, nel frattempo, si era appostata a qualche isolato di distanza fingendo di pattugliare un altro quartiere. Il clacson suonò, il passante urlò ed io incominciai a spalare sopra la botola. Il furgone si avvicinò ed io premetti il bottone del cicalino che gli sbirri mi avevano fornito. Il camion si fermò, iniziò a scaricare e la botola si aprì. I miei compagni uscirono e la polizia si fiondò sulla botola. Li rincorsero per il passaggio segreto ma fecero in tempo a scappare sulla barca che tenevano sempre pronta in caso d'emergenza. Il mare era in tempesta ma vivere per loro significava solo scappare lontano, per lo meno per qualche mese. I poliziotti chiamarono la guardia costiera e li raggiunsero. Non si arresero. Lottarono, ma ne uscirono male. Uno venne ucciso, il professor Orso. Rao era livido dalla rabbia. Miss Olga era sola sulla spiaggia, a guardare che cosa avrebbe fatto da quel momento: l'unico lavoro che aveva mai avuto l'aveva appena perduto e aveva perso pure quel poco di lusso che la vita gli aveva concesso. Si aspettava poi di essere tradotta anche lei in prigione; non aveva soldi a sufficienza per permettersi buoni avvocati e qualche anno di galera si stava preannunciando. Si voltò quando sentì Max avvicinarsi. Era lui la talpa, pensò. D'altronde era l'unico oltre a lei a non essere stato arrestato e lei di sicuro non aveva fatto la spia. Lo guardò e l'insultò come mai non aveva fatto. Scappo'. L'indomani si recò dalla polizia e si ribellò alla detenzione di Rao; ero io il vero boss, disse. Fortuna che non le credettero. Il processo, per direttissima, si concluse con la condanna di Rao ma miss Olga non fece che aspettare la sua fuga. Gli dimostrava ancora affetto eterno anche se ritardò la sua fuga dal carcere di qualche mese, per regolare i conti. Poi lo portò via con lei sulla barca che avevano comprato e dove tanto tempo prima talvolta trascorrevano qualche "ora d'amore". La fine la conosci, l'ho già raccontata: un giorno andai da miss Olga, la volevo. Alla fine la lasciai. Anche se l'avessi presa la sua vita, quella che in fondo desiderava, era con loro. Era lì, su quel motoscafo, bagnata dalla vita, feroce con chi voleva strapparla a quel mondo, persa fra tutto quello che voleva e non sapeva come ottenerlo. Io cos'ero? Un alieno, finito lì con loro per caso. Che finalmente ritornavo da dove ero stato strappato.


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