FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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ESTATE
Andrea Ferretti
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Il gesto era lo stesso, gli stessi movimenti, la stessa genuina grazia. Neppure si assomigliavano nel viso, madre e figlia, eppure l'uomo non aveva avuto dubbi nel classificarle tali. Nella scena gli era parso di vedere la madre vent'anni prima, o la figlia vent'anni dopo, e certe affinità di gesti, di atteggiamenti, di sguardi valevano più di una somiglianza fisica speculare.
L'oste era riapparso, e asciugava distrattamente qualche bicchiere frettolosamente lavato. Utilizzava lo stesso canovaccio col quale, pochi minuti prima, si era asciugato il sudore. Sudore di caldo e di noia. Anche l'uomo sudava, ma nel suo sudore c'era la percettibile presenza della tensione. Ma continuava a tenere la giacca sopra la camicia, un'elegante giacca di lino che in un paesino povero non poteva passare inosservata. Come neanche il panama che teneva appoggiato sul tavolo. Si passava spesso il fazzoletto sulla fronte madida, e continuava a guardare fuori dalla finestra. Ogni tanto gettava uno sguardo alla sua automobile parcheggiata fuori dall'osteria, ai bambini che pian piano si avvicinavano a guardarla, a Saverio che, giunti a una certa distanza, li cacciava, e continuava a leggere il giornale. Era tutta impolverata, la macchina, e il blu della carrozzeria aveva perso la sua lucentezza imperiosa. Per fortuna Saverio aveva rimediato in paese un po' di benzina, altrimenti difficilmente sarebbero riusciti a far ritorno a Palermo.
Guardava la piazzetta, ancora polverosa come trent'anni prima, e nei giochi dei bimbi riconosceva se stesso, le sue corse, le sue allegrie, un mondo lontano, scomparso, soffocato. Si versò ancora un bicchiere di vino, fresco e saporoso come lo ricordava, e lo sorseggiò lentamente. Il disagio di sentirsi osservato era ormai sparito, anche perché gli sguardi della gente si erano fatti meno indagatori e più distratti. Guardò l'ora e, con sorpresa, dopo tanto tempo, si accorse di quanto fosse bello il suo orologio. Iniziò a contemplarlo come nemmeno la prima volta aveva fatto, probabilmente. La cassa d'oro, le lancette sottili e impietose, i numeri austeri, i quadrantini del cronometro, con le loro lancettine. Ascoltava il tic-tac che per anni, ma solo ora se ne rendeva conto, non aveva sentito, giocherellava spostando la lancetta dei minuti avanti e indietro, faceva partire il cronometro e poi lo azzerava. Quando era bambino, solo due o tre persone da lui conosciute, in paese, possedevano l'orologio da polso. Qualcuno aveva quello da taschino, ma a lui non piaceva, perché era troppo anziano. Avere l'orologio era un privilegio per pochi e lui ricordava ancora con quanto orgoglio lui e i suoi amici uscivano in strada dopo esserselo disegnato sul polso col matitone rosso e blu. S'era comprato un orologio appena aveva messo da parte qualche soldo, ma finché non aveva visto al suo polso quel prezioso cronografo Omega, la sua smania non era mai stata soddisfatta.
Continuava a scrutare i volti delle persone che passavano, per cercare di riconoscerli e di non essere riconosciuto, e spesso gli riuscivano ambedue le cose. Nessuno lo aveva riconosciuto, e questo era prevedibile, dopo tanti anni, ma a lui risultavano famigliari molti di quei volti scuri di sole e miseria. Tanti compagni di giochi che per qualche istante avrebbe voluto salutare, ma era meglio così. Meglio non rivangare un passato di vecchie ferite. Non era lì per quello. Passavano persone alle quali avrebbe sparato, ma non era lì per quello.
"Signore!"
Gli costò qualche secondo, e un forte fastidio agli occhi, riportare lo sguardo dall'accecante luminosità esterna alla semioscurità dell'interno dell'osteria. La voce, quella diligente del fido Salvatore, l'aveva fatto trasalire. Le tensione per l'incontro, che s'era allentata tra i ricordi, d'un tratto gli ripiombò addosso, provocandogli un forte capogiro. Con grande fatica, nel suo sguardo ancora incerto, riconobbe la figura di Salvatore, e al suo fianco quella di una donna, dai contorni sempre più definiti. Un po' grazie alla vista sempre meno offuscata, un po' grazie alla memoria, la riconobbe.
Assunta!
Era proprio lei, Assunta, neanche le sembianze di donna matura avevano cancellato la vivacità e l'ardore di quello sguardo bruno, sguardo di bambina curiosa, di adolescente caparbia. L'avrebbe riconosciuta in mezzo a mille, e questo fu un sollievo per lui.
L'abbracciò con impeto, tanto da temere di farla cadere, ma lei, forte come la ricordava, non barcollò nemmeno. E dall'affetto silenzioso con cui ricambiava l'abbraccio, capì che non erano state solo le parole di Salvatore a convincerla di trovarsi di fronte al suo adorato compagno di giochi d'infanzia, al primo, piccolo, sincero amore da quattordicenni. Si sedettero uno davanti all'altra, lui sulla panca, lei sulla sedia. Salvatore, discreto come sempre, era sparito, e adesso probabilmente stava aiutando Saverio a scherzare con i bambini.
Non c'era ormai più nessuno nell'osteria.
Si guardarono, sorridenti e increduli, poi lui ordinò dell'altro vino. E un altro bicchiere. Brindarono al tempo che fu, a quello che doveva essere e non fu mai. Esaurite la sorpresa e l'allegria iniziale, iniziarono a rispolverare nella memoria i piccoli episodi della loro infanzia, frammenti di un mondo che, nonostante i tanti cambiamenti che lo stravolgevano di giorno in giorno, nella loro memoria era rimasto sempre uguale. La polvere delle strade, i volti del paese, le case vecchie, la povertà e il cielo azzurro, senza una nuvola, con un sole che spaccava. Forse il paese, all'apparenza, non era cambiato tanto, almeno nella sua esteriorità. Ma c'erano già, fuori, case nuove, e presto sarebbe arrivata anche la strada asfaltata. Poi la luce, il gas, l'acqua. Il loro mondo era fatto di abitudini, di riti quotidiani, e anche se le case rimanevano vecchie e i cortili polverosi, c'era sempre qualcosa di continuamente diverso nei giorni che passavano. Il loro mondo, quello che li aveva visti nascere e crescere, incontrarsi, amarsi e poi dividersi. Ma nessuno dei due accennò, nemmeno di riflesso, alla separazione. Il loro mondo finiva appena prima, e solo di quello parlarono. Dei giochi fino a tarda sera, dell'emozione della processione, del fresco della chiesa e del dolce dell'uva rubata, dell'aspro delle arance e del caldo dell'estate.
"E la chiamano estate quest'estate senza te..".
Al di fuori di quel mondo, unica scheggia del presente, c'era solo quella canzone, che in quei giorni furoreggiava nelle radio e nei juke-box. Piaceva a entrambi, nel ricordo delle poche estati passate assieme e di quelle, molte di più, passate lontani. E la cantarono, in coro, lui con voce malinconicamente bassa, lei con il tono vitale e squillante che ben si intonava al sorriso.
"E la chiamano estate quest'estate senza te..".
Era estate quando si erano conosciuti, estate quando si erano baciati, estate quando si erano separati. Quando li avevano separati. Ed è più facile ricordare i fatti se avvengono d'estate, perché c'è più luce, e le immagini impressionano meglio la mente.
Rievocavano quelle estati, lei con allegro trasporto, lui con nostalgia evidente, e con una tale abbondanza di particolari, di sensazioni, di emozioni che sembravano eventi successi pochi giorni prima. Era come se per trent'anni non fosse successo niente a entrambi, e il loro bagaglio di ricordi fosse tutto concentrato nella loro infanzia. E mentre da quel bagaglio si estraevano aneddoti, persone e vecchie dicerìe, risate e lacrime comparivano sui due volti.
Passarono l'intero pomeriggio da soli, soli con il loro mondo. Nessuno chiese all'altro notizie sul presente, o sul passato più immediato. C'era solo il loro mondo, solo le loro estati.
Al momento dei saluti, lei lo baciò con tutta la gioia di chi ha rivisto una persona cara, lui con la malinconia di chi sa che non la rivedrà più.
In macchina, lungo tutto il viaggio verso Palermo, la polvere prima, il lucido asfalto poi, continuò a ronzargli nelle orecchie la canzone.
"E la chiamano estate quest'estate senza te..".
Cosimo Tajello nacque in un piccolo paesino del palermitano nel 1920. Rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, crebbe con la sorella, che seguì a Palermo nel 1934 quando fu cacciata dal paese con l'accusa di aver spinto un uomo all'adulterio. Nei quartieri poveri di Palermo conobbe la fame e la malavita. Divenne ben presto il braccio destro del boss Mullata, del quale prese il posto a capo del clan nel 1950. Arrestato più di una volta, scontati due anni di galera, Tajello morì nel 1969 in un agguato. Non si sposò mai.
Assunta Martino nacque nello stesso paese, nello stesso anno. Dal paese non si mosse mai, se non per frequentare l'istituto magistrale. Maestra per quarant'anni, consigliere comunale di minoranza per due legislature, Assunta è attualmente pensionata e ha ricomprato la casetta in cui nacque nel centro del paese. Non si è mai sposata.
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