FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA FUGA

Monica Vicario




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.

Non riusciva quasi a ricordare come fosse arrivato fin lì.
Ricordava solo che ad un certo punto aveva sentito impellente il bisogno di scappare, di fuggire da tutto e da tutti...
Si trovava nel bel mezzo di un'importante riunione, c'erano il suo socio, il Cliente con tutto il suo apparato, tutti riuniti per chiudere l'affare, quando improvvisamente gli era mancata l'aria, si era sentito fuori posto e, con la scusa di un bisogno fisiologico, era uscito dall'edificio, aveva raggiunto la sua macchina e via...
Aveva percorso un sacco di km. senza nemmeno decidere la destinazione, era andato a caso, decidesse pure la macchina da sola, l'importante era andare, viaggiare, cercare di far sparire quella strana inquietudine...
Infine, dopo cinque ore di guida ininterrotta, l'auto aveva reclamato la sua attenzione: la spia rossa della benzina era lì accesa già da un po' e, se non voleva correre il rischio di restare a piedi, bisognava proprio fare rifornimento.
Veramente aveva anche un po' fame... Così aveva lasciato l'autostrada (non si fermava mai agli autogrill, odiava quei panini di plastica consumati di corsa...), e solo allora, lette le indicazioni stradali, si era reso conto di avere percorso 600 km. e di essere arrivato vicino a XXX.
Sembrava quasi che, priva della guida del suo padrone, la macchina avesse indovinato da sola la strada da percorrere, quella che lo portava verso sud, verso il mare, verso casa...
Eppure Franco non si sentiva ancora pronto a riaffrontare quei luoghi da cui era fuggito quindici anni prima, così aveva scelto di fermarsi in quell'osteria sulla strada e aveva chiesto qualcosa da mangiare, ma erano le tre del pomeriggio e a quell'ora potevano dargli solo del pane e formaggio "bbuono però, eh... lo fa mio cognato, che è casaro..." e una bottiglia di vino "della casa, che fa risuscitare i morti...".
Aveva mangiato lentamente (quel vino e quel formaggio erano buoni davvero, niente a che vedere con quelli a cui si era abituato in città) e intanto si era lasciato trasportare dai ricordi...
Da quanto tempo non ritornava al paese... Dopo la fuga di quindici anni prima in realtà non ci aveva più rimesso piede, tanto non c'era niente e nessuno per cui valesse la pena tornare...
I suoi genitori non c'erano più, e la sua unica sorella se n'era andata ancora prima di lui...
Gli amici, sì, per quelli forse un po' gli era dispiaciuto, ma tanto se ne sarebbe potuti fare dovunque (almeno così aveva pensato allora, ma avrebbe scoperto presto che non era esattamente così), mentre un buon lavoro ed una bella posizione lì, in quel paesino di pescatori del sud, non se li sarebbe mai potuti guadagnare.
Così aveva raccolto le sue poche cose, chiuso la casa, affidato Paco (il suo cane) ad un'amico (quello sì lo aveva rattristato, anzi l'aveva fatto sentire un traditore, ma non poteva portarlo con sé, non sapeva neppure dove avrebbe dormito quella prima sera) e via...
Ricordava ancora lo sguardo interrogativo di Paco, come a chiedere "Che succede? Dove vai? Quando torni? Perché non mi porti con te?".
Ma Franco se n'era andato senza guardarsi indietro e senza dare risposta a quelle mute domande, chiamandosi Giuda, ed aveva costretto la sua vecchia due cavalli a portarlo fino a Roma, prima tappa del suo viaggio alla ricerca della fortuna.
Viaggio che l'aveva in seguito condotto a Milano, dove aveva conosciuto Mario, ed insieme avevano aperto l'agenzia pubblicitaria. Lui si occupava di media, Mario invece era il creativo.
Pian piano l'agenzia era cresciuta, erano arrivati i primi clienti importanti, i nuovi collaboratori, i viaggi, i soldi, l'appartamento in centro, la macchina veloce e le giornate fatte spesso di venti ore di lavoro...
Tutto questo non gli era mai pesato, era quello che voleva, o che credeva di volere... Perché adesso non si sentiva più così sicuro?!?
Con le donne aveva avuto sempre storie brevi e poco impegnative (il lavoro veniva sempre e comunque prima, e così dopo un po' si sentivano trascurate, cominciavano a lamentarsi, e quello era il momento di troncare, se non ci avevano già pensato loro...).
In quei giorni un'importante appuntamento di lavoro (la possibilità di acquisire un nuovo grosso cliente) aveva portato lui e Mario a Roma, e lì una strana inquietudine aveva cominciato a percorrerlo.
La sera prima erano stati a cena col Cliente, poi erano andati a bere qualcosa in un locale, finché non si sa da dove erano apparse delle ragazze carine e disponibili, avevano bevuto tequila insieme e senza, rendersi quasi conto di come era successo, quella mattina si era svegliato con una biondina al fianco, di cui non sapeva neppure il nome...
Non ricordava assolutamente nulla della nottata, si augurava solo di avere preso le dovute precauzioni, ma il non esserne completamente sicuro l'aveva reso ancora più inquieto.
Aveva svegliato e fatto sloggiare in fretta con una scusa la signorina, che nel rivestirsi continuava a chiedegli "Quando ci rivediamo? Ti lascio il numero del mio cellulare, chiamami, sono stata davvero bene con te...". Così dal bigliettino aveva scoperto il nuo nome, Vanessa ("che nome da troia..." aveva pensato) ma l'aveva cestinato in fretta; poi si era fatto una doccia, si era cambiato ed era sceso nella hall, dove aveva appuntamento con Mario per andare all'incontro decisivo.
Mario si era accorto subito che l'amico era un po' stranito, ma aveva imputato il tutto alla copiosa bevuta della sera prima (in realtà anche lui aveva alzato un po' il gomito, e Marilena, la brunetta che si era portato in camera, era stata davvero fantastica... e il numero di telefono non l'aveva certo buttato, anzi, a dire il vero glielo aveva chiesto lui...), così non aveva indagato.
Erano andati dal Cliente, era iniziata la riunione, ma si vedeva che Franco, contrariamente al suo solito, non partecipava, non era il solito intrattenitore, quello che teneva banco e dirigeva il gioco...
Finché d'improvviso Mario l'aveva visto alzarsi, chiedere di una toilette ed uscire dalla sala. Aveva avuto quasi la tentazione di seguirlo, perché non gliela raccontava giusta, Franco non aveva mai interrotto una riunione per andare al bagno, doveva per forza esserci sotto qualcosa, ma propio non capiva cosa...
E infatti Franco era fuggito, e ora si trovava lì, in quell'osteria polverosa a pochi km da casa, a chiedersi perché mai si fosse lì e non al suo posto alla riunione, e a cercare di capire cosa mai mancasse alla sua vita, perché non si sentisse completamente realizzato, pur avendo ottenuto tutto quello che aveva sognato da ragazzo...
Fu a quel punto che il suono del telefonino lo riscosse dai suoi pensieri. Allora si alzò, lasciò dei soldi sul tavolo, giacca e cravatta abbandonate sulla panca, buttò il cellulare nel cesto dei rifiuti e uscì nella calura...
Si diresse verso il gruppetto di bambini e chiese loro:
<<Posso giocare con voi?>>.


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