FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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GIUSEPPE FUORI CASA

Selene Contadini




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.

Giuseppe non si ricordava da quanto tempo esattamente fosse lì. Non aveva guardato l'orologio quando era entrato e non si preoccupava neanche di farlo perché non aveva nessun appuntamento.
Gli piaceva così tanto recarsi all'osteria, almeno una volta alla settimana, sceglieva un giorno feriale. Il suo stato attuale di pensionato gli permetteva di farlo. Usciva di casa intorno alle undici e trenta, passeggiava per una mezzora circa, poi si recava all'osteria. Prima di scegliere il posto dove sedersi, si fermava a chiacchierare con l'oste, in piedi al banco, e poi si sedeva.
Quanto amava quelle uscite solitarie Giuseppe!
Costituivano l'appuntamento più intimo che aveva con se stesso.
In queste occasioni rievocava dentro di sé, in una specie di meditazione, gli avvenimenti importanti della sua "semplice vita", così lui la definiva.
Quel giorno, a vedere quella bambina giocare e sua madre a stendere il bucato, gli venne da pensare alla sua vita familiare e al suo primo incontro con Angelica e si sentì romantico:
Allora aveva cinquanta anni e non aveva famiglia; segni particolari: si sentiva a suo agio solo se vestito in giacca e cravatta.
Per quella domenica di aprile aveva ricevuto due inviti:
un matrimonio in prima mattinata con relativo pranzo e un pic-nic per il pomeriggio.
Dato che si trattava di inviti ricevuti da amici, non voleva rispondere: "no" a nessuno dei due.
La prima parte della giornata si confaceva alla sua persona: la cerimonia in chiesa, il pranzo al ristorante e naturalmente l'abito elegante.
Per il pic-nic invece sopravveniva qualche difficoltà perché non aveva né tempo, né voglia di tornare a casa a cambiarsi. Non poteva comunque fare diversamente; buttò un plaid in macchina e s'avviò.
Al mattino andò tutto bene e giunte le quattro del pomeriggio si recò al parco dove era stato organizzato il pic-nic.
Nel gruppo di amici che lo accolsero c'era una donna che non conosceva: Angelica.
Era intenta ad aprire un tavolino pieghevole e stava cercando qualcuno con cui giocare a carte. Giuseppe accettò.
Angelica sistemò il tavolino e due sedie all'ombra di una magnolia e dato che, il piano del tavolino era a listarelle, per evitare che le carte scivolassero fra le fessure, lo coprì con una tovaglietta bianca di cotone.
Giuseppe osservava con piacere i gesti calmi di quella donna.
Poi, seduto a quel tavolino, il vestito a giacca, non gli fu di tanto impaccio.
Si divertirono a giocare a carte.
Si trovò bene con quella donna.
Quando incominciarono a frequentarsi, Angelica lo trovava buffo vestito sempre con abiti eleganti. "Nonostante avesse buon gusto, per certe occasioni non erano certo indicati e pratici" pensava Angelica ma, a parte questo, anche lei si trovava bene con Giuseppe.

Anche dopo l'incontro con Angelica e la sua felice convivenza continuava, comunque, ad avere bisogno di momenti suoi in cui ritrovarsi con se stesso per assaporare meglio quel tutto che apparteneva alla sua esistenza, ma doveva farlo fuori casa, era sempre stato così, non aveva mai saputo spiegarselo, ma uscire funzionava veramente per lui. Così, da quando aveva preso consapevolezza di ciò, erano cominciati quei pranzi all'osteria.
Il silenzio della casa lo portava a riflettere con tristezza, chissà forse gli oggetti familiari, i muri, gli odori, i mobili, gli stessi da sempre..., anche perché Giuseppe non è che proprio meditasse per arrivare a capire il senso delle cose, ma piuttosto per prenderne atto, ordinarle nella sua mente, ripercorrerle.
Così facendo provava un certo distacco verso tutto quello che gli era capitato, come se non fosse successo a lui e avvertire quel distacco lo rilassava, lo riscattava dalle fatiche della vita quotidiana. Quando ricordava non provava mai sentimenti come la nostalgia, la malinconia. Non desiderava mai, anche se ormai aveva passato i sessant'anni, ritornare giovane. Si sentiva in questi suoi esercizi mentali un po' freddo, meticoloso, matematico e non si piaceva neanche molto, né si sentiva particolarmente vivo, ma allo stesso tempo li adorava, perché lo riposavano, erano meglio di una bella dormita...
Perché, a dire il vero, a indurlo a uscire di casa era, anche, quel maledetto sogno ricorrente che lo tormentava, a volte, alla sera, quando stava per addormentarsi e lo faceva risvegliare di soprassalto dopo pochi minuti, a volte al mattino presto, quando avrebbe potuto dormire ancora un po':
"Una montagna di ferri vecchi, ma non è immobile. Una vibrazione del terreno fa ancora tintinnare quei ferri arrugginiti, anche se scaricati lì da tempo. E' come se la loro fase di assestamento non dovesse mai cessare."
Ogni volta a Giuseppe pare proprio di sentire un rumore reale. Pensa al frigorifero, alla serranda difettosa, ad un cancello che viene chiuso.
Poi smette di inventare ragioni e ascolta con attenzione quale sia la vera provenienza di quello scricchiolio...
Non c'è dubbio, quei ferri sono dentro di lui.
E' un momento in cui la consapevolezza di non piacersi si trasforma in una sensazione di sporcizia. E' una specie di punizione che s'infligge. Perché?
Sono forse le idee non coltivate, i dubbi che non ha mai tentato di chiarire, l'eccessivo riposo che si concede come copertura alla propria pigrizia, quell'accettare gli eventi e il loro succedersi senza alcuna lotta,...pareva che tutto ciò funzionasse così bene, ma non è così, perché al di là di quello che succede, la mente continua ad agire ed il mondo interiore palpita, lavora e geme.
Eppure si chiede a cosa serva dare troppo adito al proprio mondo interiore...
Ormai Giuseppe è sveglio e, anche se di notte i pensieri sono più duri da digerire, prova a rispondersi...
A scoprire una bellezza che può ancora meravigliare o piuttosto a precipitare in un mulinello senza mai toccare terra...
Quasi gli sembra che la testa gli giri.
Una cosa gli è chiara: è un viaggio che ha intrapreso senza uno scopo finale: dedicarsi ai suoi pensieri è solo un modo di vivere, qualche volta più intensamente, qualche volta più dolorosamente, perché deluso di un vuoto che gli appartiene e che non avrebbe mai voluto scoprire. Eppure, è convinto che le risposte che riguardano se stesso sono tutte dentro di lui.
Ok, Giuseppe ha deciso che, anche se costa fatica proverà ad approfondire, a sviscerare. Ah! Come si sente bene quando fa una scelta.
"Provare" è una parola che gli piace, perché non è definitiva.
In fondo non è mai riuscito a farsi promesse a lungo termine. Regolarmente, ogni volta, non riesce a mantenerle e una sensazione di fallimento s'impadronisce di lui.
E così torna il sogno e torna anche quella ruggine a far scricchiolare il suo mondo interiore. Avverte un dolore, ma non può chiedere aiuto e non può nemmeno lamentarsi. Deve nuovamente ascoltarsi e tentare di recuperare.
"Recuperare" è invece una parola che non gli piace. Gli dà ansia e presuppone il dover correre per riparare al guaio procurato dalla trascuratezza.
Si chiede "Perché i tempi del pensiero non corrispondono mai a quelli dell'esistenza?"

Questo gli succede più o meno ogni volta che si sente pigro, che la vitalità gli viene a mancare, arriva il suo sogno a dannarlo, ma forse, anche a salvarlo e sì, perché poi gli capita di essere felice per così poco, a volte solo per avere la possibilità di camminare un po' e quelle rare giornate di primavera come quella in cui ha conosciuto Angelica, gli sembrano il frutto di una fatica interiore che lo ha reso ricettivo verso gli eventi della vita.

Vorrebbe ricondurre tutto questo ad un senso unico e semplice, ma forse non è possibile.
Così gira intorno ai rumori e al silenzio, che lo invitano a sedersi e a non avere fretta, perché una nuova giornata è incominciata, e magari è proprio quella dove si concederà il pranzo all'osteria. Sorride dietro ad un pensiero spiritoso, perché nel tempo, visto che in sessant'anni di vita qualche cosa gli è successo, forse all'osteria prima o poi dovrà fermarsi anche per cena.

Fatta eccezione a quelle chiacchierate veloci al banco, dove i discorsi non venivano mai approfonditi, l'oste si limitava a servire il suo cliente, preparargli il conto e a salutarlo al suo arrivo e quando se ne andava, e quindi si era fatto un'idea di Giuseppe come di una persona riservata, e benevolmente e semplicemente pensava di lui:
"qualche volta è triste, qualche volta è allegro, però è un buon cliente".
Quel giorno Giuseppe era un po' mogio, non portava al polso l'ultimo regalo di sua moglie, un orologio. Non gli era piaciuta tanto come idea, avrebbe preferito la solita camicia di un colore chiaro che gli regalava ogni anno. Ma questa volta Angelica, aveva voluto comprargli qualcosa di diverso, anche per fargli una sorpresa, ma guai... togliere a Giuseppe le proprie rassicuranti abitudini.


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