FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA COSA GIUSTA
Dario Fani
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Gonne, lenzuola e camicette leggere per andare incontro all'estate; da diversi anni non stendeva più un abito d'uomo. Con un gesto lento asciugò il sudore dalla fronte e guardò verso la figlia, poi tirò su un nuovo lenzuolo che il vento caldo quasi le strappo' dalle mani. Dalla spiaggia assieme al vento venivano chiari i sussurri e i tonfi del mare.
La donna avvertì un rumore diverso e girò lo sguardo verso la strada principale, dal crocicchio vide avanzare una figura in bici: era l'uomo della posta, indossava una divisa sgualcita e sudata, lei ne seguì il passaggio finché non fu sotto la terrazza; lui, da basso, senza fermarsi gridò secco:
"Niente per lei, signora Marcella..."
La donna fece un cenno col capo e tornò ai suoi panni.
L'uomo fermò la bici vicino l'ingresso del locale, scese togliendo il berretto ed entrò; sottobraccio portava la sacca di cuoio con le lettere.
"Luce e Acqua Raffaele, nient'altro."
"Lascia al ragazzo." disse l'oste senza uscire dalla sua tenda.
"Fra poco arriva la banda, da Adori..." continuò il postino, a voce alta, col desiderio che a rispondere fosse ancora l'oste.
"Sai che polvere che alza." Gli rispose invece rapido il ragazzo, da dietro il bancone.
"Non più di quella che alza il vento." replicò secco il postino.
Il ragazzo si avvicinò e guardò l'uomo con i suoi occhi chiari, poi in silenzio prese le due lettere.
"Il solito." Ordinò il postino.
"Cosa?" chiese il ragazzo.
"Una limonata." disse il postino contrariato.
L'uomo dal fondo del locale, fermo di fronte alla bottiglia di vino, assistette alla scena senza vero interesse.
Il ragazzo sparì nel retro bottega e un lungo momento di silenzio attraversò il locale. S'udiva chiaro il rumore delle pale del ventilatore che ruotando lente agitavano l'aria calda e con il loro regolare ticchettio scandivano lo scorrere del tempo; un tempo che parve rallentare, forse per via di quell'improvviso silenzio o per via dell'attesa che destava l'arrivo della banda o per tutte e due le cose insieme.
Un tempo mosso solo dal vento.
Quante volte quelle pale avevano girato senza che lui fosse lì? pensò l'uomo fra sé: cinque, sei... sette anni?
Il ragazzo posò il bicchiere di limonata sul bancone; un gesto secco, sgraziato. Il postino sollevò il bicchiere e l'osservò in controluce, prima di bere fece tintinnare i cubetti di ghiaccio sul vetro.
"Dovresti venire qui solo dopo aver finito il giro di consegne..." disse il ragazzo. Il postino non rispose e con un nuovo sorso finì la limonata. "...potresti avere un telegramma urgente..." continuò il ragazzo, e non era chiaro se scherzasse o muovesse davvero un rimprovero "o magari una lettera che qualcuno aspetta da anni, o che so io... l'annuncio d'una vincita o d'una eredità..."
Il postino si passò il dorso della mano sulle labbra, poi l'interruppe brusco:
"Pensa al tuo lavoro: c'era troppa acqua nella limonata."
Il ragazzo però continuò in modo aspro:
"Tu dovresti imparare che ogni cosa ha il suo momento..."
"Bravo! Questo è il momento della limonata." Rise il postino sgraziato.
"No, questo è il momento di consegnare le lettere! E dovresti farlo! Una notizia, qualsiasi notizia, qualsiasi fatto ha valore in un certo momento, in un certo istante, e magari niente, niente di niente in un altro!" Lo disse con rabbia, come se quella sosta fosse un'ingiustizia fatta a lui.
"Smettila ragazzino." Replicò il postino scocciato: "Non pisciare contro vento. Prima di parlare cresci. Cresci e capisci...". Cresci e capisci era un'espressione che il postino usava spesso quando parlava a un ragazzo e gli piaceva usarla perché a suo giudizio era sufficiente da sola a ridare i giusti ruoli a un dialogo.
Per l'uomo seduto sul fondo del locale quelle poche brusche parole furono come una calamita gettata nei pensieri, che erano polvere di ferro: si concentrarono tutti lì.
Il ragazzo sollevò il bicchiere e passò lo straccio umido sul bancone, nella speranza che qualche goccia potesse arrivare a macchiare la divisa del postino, che fece il gesto di reagire con una manata. L'uomo dal fondo del locale non seguiva più la scena, quelle parole l'aveva portato in un punto lontano del mondo e da lì aveva iniziato a ricordare il paese: le case bianche e basse, i tetti piatti e quadrati, le vie strette, i balconi con le ringhiere rovinate su cui adagiavano vasi curati, ornati di begonia e azalea o riempiti di gerani. I tralicci dell'alta tensione a fare da cornice lungo tutta la via principale e su un lato, a mezza via, la gradinata e alla fine la piazza e la chiesa; nel centro della piazza la fontana con Atteone circondato dai cani, i cani coi musi di marmo spaccati. Era ancora tutto così, l'unica novità era data da qualche bianca parabola che, orientata, spiccava fra i colori vivaci dei fiori nei vasi sistemati sulle terrazze. Il resto era rimasto identico, immutato: anche i musi dei cani spaccati. In fondo l'uomo non si aspettava il contrario; sapeva che il tempo non cambia le cose... ma la gente? Le storie, in quelle strade, che intrecci avevano preso? Questo temeva... Anche il postino aveva un volto nuovo.
Forse ha ragione il ragazzo? disse l'uomo fra sé, davvero esiste un attimo preciso per fare qualcosa e non ha senso sperare di poter rifare le stesse cose, cinque, sei... sette anni dopo.
Erano diversi anni che l'uomo si chiedeva cosa era giusto fare e ora, ora che aveva attraversato un continente per arrivare fin là, ora non era più certo di aver fatto la cosa giusta. Ora di nuovo si domandava: cosa è giusto fare? Alzarsi, pagare e riportare il bagaglio fino al porto, senza lasciare traccia di sé o portarlo in un luogo assai più vicino?
Chiuse gli occhi. Voleva che a salire in quel punto così lontano del mondo fosse una risposta, ma gli toccò a lui di tornare giù.
Continuò a bere, senza riuscire a scacciare dalla bocca la sensazione d'asciutto. Osservò nello specchio di fianco a lui le rughe che segnavano il viso: era cambiato. Molto cambiato. Pensò alla faccia che avrebbe dovuto usare nel dire: "Eccomi qui." E alla facce che avrebbero fatto sua moglie, e sua figlia.
E anche avessero usato la migliore delle facce, sarebbe bastato?
Aveva ancora senso cercare di recuperare il momento sfuggito cinque, sei... sette anni fa? Non era più facile uscire da quel locale e riprendere la strada per la stazione e dalla stazione il treno fino al porto e poi la nave per tornare nel continente dal quale veniva?
E non era forse più giusto?
Come aveva fatto a essere tanto ingenuo e idiota, pensò, da non capire che è vero: c'è un momento, c'è sempre un preciso momento per dire le cose o godersele e è folle pensare che altri si prendano a cuore d'aspettare le nostre stupide soste.
Dal crocicchio giunsero i primi suoni: la banda s'avvicinava.
La donna guardò verso il campo di grano appena mietuto. Numerosi passeri si alzarono in cielo spaventati dall'improvviso rumore.
La banda arrivò sul principio della via.
I bambini interruppero di colpo i loro giochi. Dalle case bianche s'aprirono uno dopo l'altra le imposte. La donna con l'avambraccio asciugò nuovamente il sudore della fronte e la bambina continuò a stendere i suoi immaginari panni con una dedizione che nessuno adulto avrebbe mai potuto eguagliare.
Il postino si voltò verso l'esterno.
"Eccoli! Sono qui!" Disse eccitato. Anche gli altri avventori si voltarono verso l'uscita. Solo l'oste restò rintanato dietro la tenda. L'uomo meccanicamente ammucchio un po' di soldi, li lasciò sul tavolo e si alzò. Rimase ancora fermo, in piedi, incerto. Cercò di capire se qualcosa saliva dal cuore, magari il principio d'una risposta, ma niente. Aggiunse ancora una banconota a quel conto e pensò che fosse ormai chiaro cosa doveva fare.
Un attimo prima di uscire si chiese se l'oste era rimasto tutto quel tempo chiuso nel retro perché l'aveva riconosciuto e aveva timore di dovergli dire qualcosa e non sapeva cosa dire e si chiese ancora cosa mai avrebbe detto sua moglie se un giorno avesse saputo che lui era stato lì?
Poi dopo un lungo respiro si convinse che in fondo la cosa non aveva più alcuna importanza.
S'affacciò all'uscita mentre la banda sfilava sulla via principale: tromboni, grancassa e il gonfalone diritto, puntato verso il cielo. Tutti ben vestiti, tutti sudati. Per un momento pensò che doveva essere un inferno, davvero un inferno, suonare con tutta quella polvere indosso, con la sabbia che il vento portava dalla spiaggia e con quel caldo. Poi si disse che era quello il momento di andare. Mentre la banda lenta sfilava lungo la strada polverosa lui silenzioso sarebbe scivolato via nella direzione opposta.
Nessuno l'avrebbe notato.
Strinse il bagaglio, inghiottì un po' di saliva e di polvere e s'avviò. Un momento prima di scendere le scalette guardò verso l'altro lato della strada: là dove sua figlia giocava.
Fu solo un attimo, poi allungò il passo.
La banda proseguì verso la spiaggia; nell'azzurro tenue del cielo i gabbiani stridevano sopra la spuma del mare increspato. La macchia colorata della banda si fece sempre più indefinita e la musica s'affievolì, i bambini accaldati ripresero i loro giochi e i pochi curiosi rientrarono nelle loro case di pietra, altri richiusero le imposte.
Tutto tornò alla normalità.
L'unica che continuò a guardare dritto davanti a sé, nella polvere che diradava, fu la bambina.
Qualcosa dopo il passaggio della banda in strada era rimasto.
Era la figura d'un uomo.
Erano passati sei anni, eppure la bambina riconobbe quell'uomo e dal filo immaginario, gli immaginari panni caddero tutti assieme. "Papà..." mormorò con le labbra quasi serrate, restando immobile.
La donna dalla terrazza avvertì il sussurro della figlia, scostò una delle grandi lenzuola e guardò verso il basso: fissò l'uomo. Per un momento alzò lo sguardo al cielo e il suo viso fu illuminato dal sole, poi cadde in ginocchio e spinse le mani contro l'addome: cominciò a piangere, ma era felice.
Era giugno.
Nel cielo limpido splendeva la luce di un sole che si sarebbe potuto dire perfetto. Se c'era qualcosa che poteva rendere più grande la gioia della donna era sentire la voce di quell'uomo chiamarla per nome.
E poco dopo, da basso, suo marito lo fece.
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