FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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TITOLO INCLUSO

Dean Buletti




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.

L'uomo abbassò lo sguardo sul tavolo, prese un pezzetto di formaggio tra i polpastrelli di pollice e indice, lo sollevò e si mise ad osservarlo quasi fosse uno strano proiettile, la scheggia di una freccia della preistoria. L'oste riapparve con in mano una brocca di vetro che reggeva come un calice di cristallo ma che asciugava svogliatamente. Allora l'uomo posò il formaggio abbozzando un sorriso, ma l'oste stava guardando attraverso il fondo della brocca, nel vuoto del pomeriggio afoso. L'uomo si versò un bicchiere di vino, chiuse gli occhi e lo inghiottì come fosse una medicina amara. Si sentiva ubriaco, sapeva che quello che stava provando ora era lo stadio che precedeva il buio totale. Il guaio è che non si sa mai di quanto, lo precede. E si sentiva come vicino a morire: sapeva che a quel giorno sarebbe seguita la notte totale. Il suo guaio era di sapere quando sarebbe arrivata. Diede di nuovo un'occhiata fuori. La bambina aveva finito di stendere i suoi stracci e stava inseguendo una farfalla che volava troppo alta per lei. Saltava più che poteva, ma nulla potè quando la farfalla superò lieve l'altezza del balcone dove la mamma la stava guardando con un sorriso che all'uomo assestò una forchettata al cuore. Non era una ferita profonda e ampia come una coltellata, erano una serie di ricordi che pungevano distinti, ecco cos'era la forchettata al cuore. L'uomo ripetè l'operazione con un altro bicchiere di vino. Ora la luce di fuori gli dava quasi lo stesso fastidio che la sua vista all'oste. Il quale ora stava passando uno straccio umido sul bancone, con una lentezza esasperata. O erano le sue sensazioni, rallentate dal caldo e dal vino? Non sapeva, non era pienamente cosciente, non era del tutto presente a se stesso: i ricordi gli avevano riportato dei pezzetti del cuore indietro nel tempo, e le mani portavano la dita avanti, protese come punte d'ala verso l'incerto bicchiere. E in questo modo l'uomo si sentiva tirato in due opposte direzioni e lacerato. C'è un territorio misterioso, tra il vivere nel passato e morire al presente. Il cuore, che ogni tanto si ricordava di ascoltare, aveva battuto per tutto questo tempo un ritmo stanco e appena accennato, giusto sufficiente per non smettere. Ecco, pensò: io, l'oste, i bambini coi loro giochi, la farfalla, tu che leggi, stiamo tutti facendo qualcosa per non smettere di vivere. Dopo un certo tempo che la brocca avvolta nello straccio era stata zitta, ora all'improvviso, come un neonato vivace, forse sgambettò e cadde a terra in un pianto di frammenti e tintinni. L'oste rimase a guardarsi tra i piedi, oltre la pancia avvolta nella canottiera sdrucita. E dopo una frazione di secondo l'uomo fu sicuro d'aver avvistato o sognato una lacrima nell'occhio inflessibile dell'oste, che invece bestemmiò qualcosa e rimise a muovere il tempo, andando a prendere una scopa. L'uomo scommise con se stesso che la scopa sarebbe stata di saggina. E così fu. Non seppe bene perché aveva scommesso, ne' gliene importò molto. A volte vale la pena scommettere per il solo gusto di aver scelto prima come va a finire. Si ricordò di una scommessa più grande, che aveva perso un'eternità prima. L'oste si chinò a controllare le briciole lucenti sotto il bancone. Sparì dietro all'orizzonte come una balena che ha preso abbastanza aria per andarsene a cantare nelle cantine dell'oceano. E davvero l'oste si mise a canticchiare un'aria d'opera. All'uomo parve qualcosa dal Don Carlo di Verdi, ma non ne era sicuro ne' particolarmente interessato. Bastava non smettere. Non smettere di vivere. Quello sarebbe stato lo scopo della sua giornata, si disse, finché ce l'avrebbe fatta. Certo, fuori il sole stava già stendendo sghembe tutte le forme, ma la sua giornata sarebbe cominciata allora, proprio mentre stava per finire Un colpo di vento fece sbattere le persiane del locale, in un applauso di legno al pensiero dell'uomo. La porta, spalancata per il caldo, fu invasa da una nuvola di polvere che ne assunse la forma, e nel locale entrò un parallelepipedo di pulviscolo, che in un attimo si svuotò per terra come un sacco, invadendo sottilmente tutti gli spazi. Qualcuno nell'ombra sternutiva, e fuori un bambino pedalava, pedalava, e la musica rimbombava. Ma solo nelle sue orecchie, tirate anch'esse verso un altro passato, al Don Carlo sui vecchi dischi nel grammofono di casa. Ma la memoria gracchiava come quella puntina, e quel che ricordava era graffiato, strappato a brandelli e si mescolava con la polvere e la voglia di vino e di pianto. La bottiglia era però ormai vuota. E di piangere non era mai stato capace. Strizzò il vetro capovolto per gioco, ma anche stavolta il suo sorriso restò inguardato. Chiuse gli occhi, pensò un istante a se stesso come il fantasma di Carlo V, e trangugiò quell'ultima goccia. Si sporse tanto indietro, per succhiare fino in fondo, che perse l'equilibrio. L'oste lo squadrò. Miseri, ti guardano solo quando perdi l'equilibrio. Miseri, pensò, e si sollevò in piedi. Ma non si mise a cantare, come in una canzone. Lui uscì, in silenzio, senza voltarsi a far diventare l'oste una statua di sale: per oggi l'avrebbe risparmiato. Tirò fuori l'orologio dal taschino e pensò che non era ancora troppo tardi. Fermò il bambino in bici, gli parlò da vicino e gli diede una moneta. Quello la prese e corse nel bar di fronte a giocare ad un videogioco. L'uomo guardò la bicicletta abbandonata, con una ruota che ancora girava, come moribonda, e la sollevò. Battè il palmo secco della mano sul sellino, fece la mossa del cavaliere e un istante dopo si ritrovò per terra, attorniato da bambini isterici che ridevano di lui senza pietà. Vorrei vedere voi, strappati dai ricordi e dal vino, a non perdere l'equilibrio. Piccoli miseri! Ma verrà il giorno in cui vedere qualcuno perdere l'equilibrio non vi farà più ridere, quando sarete anche voi a perderlo! Per ora è facile, adesso perdete piccoli equilibri, cadete di poco. e sempre giù, per terra. Si rialzò appoggiandosi alla rabbia, e se ne andava col sole e gli scherni dei piccoli a picchiargli sulla schiena. La donna dal balcone chiamò sua figlia, le disse di smetterla, lei e i suoi amici, di rispettare gli anziani. Lui la guardò voltandosi e le sorrise, con la mano come a dire non fa niente. E in quel momento, il buio arrivò, di colpo. Le palpebre si chiusero come pesanti serrande, le ginocchia cedettero di schianto, il suo corpo cadde inerte. La donna urlò, entrò di corsa in casa. I bambini si fermarono e gli si avvicinarono lentamente, stavolta ammutoliti dallo spavento. Qualcuno dall'osteria si affacciò sulla porta. L'uomo aveva prodotto un tonfo e una nuvoletta di polvere come un vecchio materasso battuto. Restò qualche secondo in quella posizione, nonostante si sentisse sveglio e cosciente. Volle aspettare, che qualcuno si prendesse cura di lui. C'è un territorio misterioso, tra ciò che suscita il riso e ciò che stupisce a compassione, e quell'uomo adesso voleva rimanerci per un po', assaporare quell'attimo. Arrivò la donna, che lo toccò in una spalla: signore, signore! Poi gli carezzò la testa. L'uomo sentiva distintamente ognuno dei polpastrelli della donna sui suoi pochi capelli bianchi e si immaginò che cinque di quei bambini scivolassero su una collina innevata. Sorrise a questo pensiero e a quella carezza. Aprì e sollevò gli occhi: anche la donna gli sorrideva. La bambina tirò la gonna della madre: il signore è morto? La madre si stupì della domanda, l'uomo già ne rideva. Anche la bimba prese a ridere: no, non è morto! I morti non ridono. E gli angeli non piangono. L'uomo rise ancora più forte, si sollevò seduto, diede un buffetto alla bambina, mise una mano sulla spalla forte della donna e si rimise in piedi. Si guardò attorno, e si vide circondato di facce amiche. C'è un territorio misterioso tra la pietà e la distanza. E l'uomo ci si sentiva in mezzo, in una no man's land, senza segnali visibili dell'una o dell'altra sponda. C'era, tra lui e quei bambini, quella vita, una specie di ombra, un velo che impediva di capire davvero quei sorrisi, quei giochi. Avrebbe voluto davvero riuscire a salirci, su quella bicicletta! La donna gli reggeva il braccio, in un gesto intrecciato che uno scultore avrebbe ritratto volentieri. Aveva occhi chiari e labbra strette. Le lasciò il braccio: grazie. Lei rispose: posso fare qualcosa per lei? L'uomo sorrise amaro: non credo. Lei gli chiese: e adesso, se ne va? L'uomo rispose: non c'è più tempo, e devo andare; vorrei avere più tempo, ma non ce n'è, più tempo per raccontare questa storia, e con parole migliori... E si allontanò, mentre i bambini riprendevano le loro attività spensierate. Cosa poteva fare chi per lui contro che cosa, ormai? Troppe domande senza risposta, ormai. Era il suo ultimo giorno da uomo, ormai, lo sapeva. Da cosa gli derivasse tale certezza non avrebbe saputo dire: come un antico ricordo, virato seppia come nelle scene dei film che dicono questo è successo molto tempo fa... quando l'uomo non era ancora uomo, forse, quando il bambino era bambino. Intanto il tramonto si andava bevendo le ombre a grandi sorsi. Sentiva che la sua storia, la vita sarebbe finita, qualche pagina prima del libro. Dopo quel giorno ci sarebbe stato solo qualche foglio bianco. E nessun indice. In quel momento la farfalla tornò a scarabocchiare l'aria. E a far sorridere la bambina, la madre che chiamò squillante, il vecchio che la seguì con qualche altro pensiero: "Come il volo di una farfalla, come il silenzio degli ubriachi a mezzogiorno, ho cercato la mia via per essere libero... Mi sono giocato le ali, le ho barattate per un cuore e una vita che adesso devo restituire.". E la farfalla gli si venne per un momento a posare sul cappello, rendendolo ridicolo mentre pensava che quello era il momento. La luce del giorno si scostò per farlo passare, e l'uomo perse l'ultimo equilibrio e cadde, verso l'alto, mentre la donna, i bambini, l'osteria, a naso in su guardavano nel cielo quell'angelo che saliva dalla loro storia immaginaria verso un racconto vero. Un racconto da diecimila ottocento battute. Titolo incluso.


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