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IL KILLER

Raffaele Gambiglia




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Leggeva un libro. Non si accorse di nulla, non riuscì nemmeno a sentire quel sibilo. Il corpo si protese in avanti, lentamente, il volto ne fermò la discesa adagiandosi sul piatto di cibo. Solo un sibilo, nessun rumore, tutto molto lentamente.
Il killer entrò nella stanza, fece qualche passo intorno al cadavere. Sempre la stessa scena. Si respirava una strana atmosfera, così gli pareva. Raccolse il libro. Lo avevano sempre incuriosito, i libri. Provò a leggere qualche riga da una pagina a caso.

- Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia
"Stop, STOOOOOOP!" Le luci di scena illuminarono il set. Il regista scese dalla sua posizione. Era infuriato, come sempre. "Possibile, dico POOOSSIBILE che debba ripeterti sempre le stesse cose. Hai appena ucciso il tuo boss, CAAAPITO, il tuo stramaledettismo boss. Lo odiavi con tutte le forze, aveva rovinato la tua fottutissima vita, ma al tempo stesso rappresentava tutto per te, CAAAPITO, quell'uomo era la tua seconda famiglia, è come se avessi sparato a te stesso." Il regista era un tipo basso e grasso. Continuava ad urlare.
Gli strappo' il libro dalle mani. "Ti avvicini a quel fottutissimo libro, lo raccogli e lo leggi come se fosse l'ultima cosa che ti è rimasta da fare in questo fottutissimo mondo". Non lo sopportava quando era infuriato. Pensava di essere il migliore, il più grande, e invece faceva film per la televisione, con sceneggiature scritte da perfetti imbecilli. Doveva decidersi a cambiare agente, si stava giocando la reputazione. Ultimamente recitava solo in produzioni da quattro soldi. Uscì dallo studio. Non avevano nemmeno i soldi per Cinecittà, giravano in un appartamento di periferia.

Fuori era una bella giornata. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano.
Ne aveva abbastanza. Chiudi. Alt F4. Erano due anni che non riusciva a scrivere niente di buono. Due anni di inferno. Ci mancava anche questa. La casa editrice gli aveva commissionato quell'assurdo romanzo sul cinema. Non ne sapeva niente di cinema, lui, cosa poteva scrivere? Non poteva credere a quanto era caduto in basso. Un attore finito che recita la parte di un killer. Tutto inutilmente complicato. Si era persino ridotto a lavorare per un settimanale. Anche la notte non gli portava nulla di buono. Un monitor illuminato e le ore che correvano fino al tardo mattino. Un'angoscia. La vita dello scrittore era fatta di solitudine e di frigoriferi vuoti, il successo e le donne se ne erano andati insieme. Era arrivato alla fine? Cominciava a pensarlo sempre più spesso. Decise di scendere per un caffè.

Le scale del condominio puzzavano di sudore. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Alle medie, da bambino, il professore di italiano gli diceva sempre che aveva un'incredibile fantasia. Aveva talento, doveva continuare a studiare. Ma i suoi non lo avevo iscritto, non avevano soldi. Erano passati quarant'anni da allora, quarant'anni a nascondersi in attesa del prossimo incarico, quarant'anni di estenuanti appostamenti. Gli era rimasta solo la fantasia. Era l'antitodo contro se stesso e contro la sua solitudine, contro il suo lavoro. A qualcosa doveva pur pensare prima di premere il grilletto. Gli sarebbe piaciuto fare altre cose, nella vita, qualcosa con cui muovere la sua fantasia, come interpretare personaggi nel mondo del cinema o in un teatro, scrivere libri.
E invece... quanti ne aveva ammazzati fino ad allora? Uno dopo l'altro senza nemmeno fermarsi a riflettere. Il suo prossimo lavoro era seduto a una decina di metri da lui. Era rimasto a osservalo per giorni. I suoi movimenti, le sue abitudini. Come sempre. Con metodica concentrazione prese la mira, inquadrò il suo obbiettivo.
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane.


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