FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA TRUCE FINE DEL NANO MAMMOLO

Massimo Viola




Sto sbirciando attraverso un buco nella siepe. Mica facile, con questi rametti che tendono a scattare in fuori stile filo spinato mirando agli occhi. Potatura malfatta. Il problema più serio, le ginocchia, comunque si è risolto: non me le sento più da una mezz'ora. Bene. L'insensibilità mi aiuta a concentrarmi sulla casa. Villetta, dovrei dire. E' esattamente quel tipo di ciarpame residenziale che i geometri definiscono "villetta": due piani fuori terra più garage seminterrato e, certamente, tavernetta attigua. Nel giardino, betulle. Ma la colpa non è di Lisa. Lei non è responsabile dei faretti sul prato e dell'antenna satellitare spadellata sul tetto a... Finalmente! Eccola. Si è aperto il portoncino blindato e lei è là, qui, a tre metri da me che mi emoziono e perdo l'equilibrio e mi spino la faccia e... C'è mancato poco. Scricchiolio di rotule come una fucilata nel silenzio. Ma lei non se n'è accorta. Guarda la luna, lei. Forza, bella, avvicinati ancora un po', abbassa quella dolce testolina, sà, cosà, vieni, altri due passi, ma, insomma! dài, come fai a non notare niente? Proprio là, tra Dotto e Mammolo, dove dovrebbe starci Pisolo, non la vedi la terra che è scavata di fresco, tutta nera? L'ha vista. Ha già raccolto il volantino. Lo sta orientando verso la luce di un faretto. "Comitato di Liberazione dei Nani da Giardino" è scritto in grosso, quindi.... Non servirebbe neanche il faretto, basta la luna. La piccola sta guardando alternativamente il volantino e il buco di terra nera. Capisce, finalmente. La sua boccuccia mormora "Oh, puttana!" e la vedo tornare di corsa verso la casa, la gonnellina a pois svolazzante nella luce dei faretti.

La mattina dopo sono là all'alba. All'angolo opposto c'è una panchina davanti a un'edicola. Da là riesco a tenere comodamente d'occhio il cancello principale e buona parte della siepe. Per sfuggire le occhiate inquisitorie dell'edicolante, guardo nervosamente l'orologio, come chi aspetta qualcuno.
Alle sette e trenta precise il cancello automatico ha aperto la bocca. La station-wagon del Bernasconi si affaccia sul varco e si tuffa in strada come una goffa balena. Forza, Bernasconi, corri! Corri, che è tardi! Ogni bullone che esce dall'azienda è un centesimo messo via per la prole.
Neanche un'ora e arriva il camioncino della "Garbagnati recinzioni". E subito sulla porta compare lei. Ho un tuffo al cuore. Mio Dio. Non è cambiata. Quindici anni come se niente fosse. Ha sparato fuori figlia e marito e ora fa i conti con la casa. Sta indicando a un uomo in brache corte il buco nella siepe che io conosco cosà bene. Poi li perdo di vista dietro la linea dell'alloro.
Ore Dodici: la donna delle pulizie ha appena richiuso il cancelletto del ciarpame residenziale - pardon, villetta. Finalmente. Mancava solo lei, all'appello: borsetta stretta e passo svelto a guadagnar casa prima del tocco. Scommetto che è passata davanti ai nani e ha sognato di bastonare quei delinquenti che...
Sto chiamando da una cabina telefonica. E' la fase due. Riconosco al volo la sua voce, dolce, severa, e con un nonsoche. Certo, allora erano mormorii, gorgoglii, adesso.... Lei no, lei non può riconoscermi, non cosà a bruciapelo. Tentazione di lasciar perdere tutto. Poi le parole vengono su da sé....
E' la Sig.ra Bernasconi? Sà? Meno male che l'ho trovata.... Forse è una sciocchezza, ma vede, vorrei prima parlarne con lei, cioè con voi.... Perché ieri sera, ho visto un tizio uscire dal vostro giardino con....non ci crederà, teneva in spalla uno dei vostri nani....
La voce dolce dall'altro capo: Una ragazzata... Sono tempi, questi....
Sà, però io l'ho visto e credo che lo riconoscerei, forse è meglio fare attenzione, sa la piccola Lisa....
La voce severa: Scusi, ma lei chi è?
Passano secondi. Ho la cornetta incollata all'orecchio, il fiato in sciopero.
Fabio!, dice la voce col nonsoche.
Ma in quel momento io ho già saltato il cancelletto e percorso a perdifiato il pratino davanti alla casa.
Sono entrato da una finestra aperta. Ho in tasca anche un martello, comunque,- un bel martello solido e rosso del Supermercato - per ogni evenienza. Marcio verso la porta del soggiorno che Gianna ancora non si è accorta di me, né io di lei, per la verità, chissà dov'è. E se in casa ci fosse qualcun altro? Impossibile: sono giorni che studio i movimenti della famigliola. Famigliola, sogghigno.
Mamma mia ci stavo finendo addosso. C'è una vecchia in carrozzina proprio in mezzo al corridoio e io ci stavo finendo addosso, accidenti. La guardo. Mi guarda. Con uno sguardo spento da brivido. Silenzio. Saluto col martello in mano, minaccioso, e avanzo a piccoli passi. Mai saputo che esistesse, la vecchia. Comunque, non fa una grinza.
La mia carriera di papà inizia in questo modo un po' frenetico: me ne sto imbambolato sulla porta del soggiorno, col fiatone per lo scavalcamento la corsa e tutto, e stringo forte il martello, e guardo con rabbia il pavimento lindo col tappeto indiano e l'enciclopedia a vista sul mobiletto della TV e non ho il coraggio di muovermi e intanto mi ripasso la lezione e penso a Pisolo, azzurro e rosso sbiadito, in vacanza sul terrazzo di casa mia, in mezzo agli attrezzi per il giardinaggio. E tengo d'occhio la vecchia, alle spalle, non si sa mai.
Poi Gianna arriva bella bella dalla porta opposta - ha le ciabatte col dito e un grembiule con su i barattoli di marmellata - e quando mi vede caccia un urlo e si mette le mani nei capelli. Ha ragione, forse potevo suonare il campanello, ma a far le cose per bene, uno a volte non sa nemmeno cominciare, cosà invece ci sono già in mezzo e...
Non eri al telefono?, dice, e intanto trascina la suocera nel soggiorno, con un paio di mosse svelte la parcheggia proprio in faccia a me - è demente, dice, un vegetale - però mi fa effetto lo stesso, sta a fissarmi con quegli occhi liquidi.
Gianna si volta verso di me, sorride. Allora?
Sà, certo Gianna, sono qui per mia figlia - nostra figlia - hai indovinato, brava. E cosa voglio? Voglio che abbia quello che si merita. Ha tutto, dici. Se fosse per te - ossia per me - invece non avrebbe niente.
Vedo Gianna. Ed è questo il punto. Ha bisogno di un ambiente adatto alla sua intelligenza. Alla sua nascita. Sono o non sono suo padre?
Per modo di dire sei suo padre.
Per dato di fatto sono suo padre, Gianna. Non posso permettere che venga su come un pollo di Bill Gates.
Un che?
Villetta con giardino, TV panoramica, computer, telefonino, scooter... chi più ne ha più ne metta.... Dimenticavo: i sette nani sul prato. Ti rendi conto che è il trionfo del conformismo idiota?
Gianna mi sta ascoltando appollaiata a piedi nudi sul tavolo da pranzo rotondo fintoantico. Si tiene le ginocchia con le braccia, tiene il mento appoggiato sulle ginocchia. Vedo di sfuggita le mutandine nere.
Non c'è un perché, Gianna. Torno adesso perché è giusto. Era giusto anche quindici anni fa, certo. Anche dieci, non dico di no. Ma io sono qui adesso. Voglio controllare la mia bimba. E' un mio diritto. Sa il cielo se è un mio diritto.
Ora siamo proprio vicini. Gianna è sempre appollaiata. Mi sta guardando coi suoi occhi morbidi. Rettifico: non ha mutande. Certo, dopo tutto in casa non servono, meglio stare comodi. Volendo guardare è bella come a vent'anni. Cioè, bella... E' quel non so che....
Mi sta trascinando a sé. Mi ha serrato con le gambe come un grosso ragno, mi tira verso di sé, verso la bocca, verso i denti lucidi, il fiato la faringe l'esofago e tutto quel che c'è attaccato di stomaco budella e altro. No, quanto a baci sono sempre stato schizzinoso.
Ma sei impazzita, Gianna? Ma dico, ti sembra questo il momento con la vecchia che ci sbava di fronte e con questo che sono anni che non ci vediamo e ti sto parlando del futuro di mia figlia - cioè nostra - da neppure dieci minuti, ti pare che sia questo il modo di fare - ahi! - per una brava donna di casa e per di più sposata e anche madre di famiglia, Gianna? E poi dico, con quei due occhiacci che non mi mollano. Gianna.
Gianna!
Adesso vorrei scappare, io, vorrei darmela a gambe, riattraversare la finestra, il pratino e chi s'è visto s'è visto. Ma non posso, c'è Lisa.
Siamo sotto il tavolo. Sto respirando la polvere che si annida nel tappeto. Niente da fare. Mi vedo quegli occhi addosso e non ci riesco.
Siamo in cucina. Un micio antipatico sta facendo la corte a un paio di puzzolenti tegami sui fornelli. Mi guarda diffidente. Io invece guardo due piccole crepe nere che percorrono l'intonaco del soffitto. Sono in quello stato piacevole in cui un uomo godrebbe in tutta tranquillità il frutto della sua fatica, se non fosse che ha da tenere in alto fino in fondo il proprio onore. Anche con Lisa dev'essere successo cosà. A proposito, in questo momento mi sfugge il senso ultimo di tutta la sceneggiata. Che bisogno c'era, in fondo, di sfondarsi la schiena per quel ridicolo nano di gesso. Ma se le fossi comparso davanti come uno normale, mi avrebbe buttato fuori a calci. E' fatta cosà, Gianna. Gianna? Dài, Gianna!

Sto scavalcando in tutta fretta la stessa finestra. Alla fine, sono ufficialmente diventato il giardiniere della famiglia Bernasconi. Cosà potrò controllare Lisa. Tra l'altro, in quel trambusto ho scordato di dire a Gianna la cosa più importante: sotto Pisolo, c'erano nascoste tre pasticche di ecstasy. Ma tutto sommato, come papà sono solo agli inizi.
Passo davanti ai nani un secondo prima che la bernasconica station wagon varchi di nuovo il cancello. So che a bordo c'è anche la mia bimba, la piccola Lisa al rientro da scuola. Mi sembra un uccellino in gabbia.
Il vuoto lasciato da Pisolo mi fa quasi tenerezza. I nani da giardino, in fondo, sono una specie in via di estinzione. Stonano persino in una casa cosà spudoratamente "perbene". Davanti a me Mammolo tiene imbarazzato lo sguardo a terra. Con tutta calma, tiro fuori il martello e gli assesto un fendente in testa. Sono li' che mi godo l'effetto dello sbriciolamento, quand'ecco mi viene uno di quei dubbi che ti lasciano con le gambe per aria: sarà mica successo un'altra volta, là in cucina?
Sto guardando la villetta, dietro di me. Gianna è alla finestra con un'aria furba e mi saluta agitando la mano.


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