FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LE MANI

Adriana E. Mongiovì




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.


"Perché non si sbrigano a chiudere quella porta?", pensò irritato l'uomo sbuffando di sopportazione.
Si agitò sulla panca e urtò contro la gamba del tavolo, il vino oscillò nella bottiglia.
La corrente d'aria, formatasi tra la finestra e la porta rimasta aperta, cui dava le spalle, lo investiva in pieno. Gli sembrava di respirare sabbia mista ad ossigeno e sentì la gola pizzicare.
Si versò un mezzo bicchiere di vino e lo bevve d'un fiato. Fece una smorfia, quel liquido biondo e torbido non gli piaceva proprio.
Altra cosa era il vino francese che beveva nei bistrot di Parigi!
Pensò che la cosa più logica da farsi sarebbe stata quella di alzarsi, pagare il conto ed andarsene.
In quel mentre qualcuno richiuse la porta. L'aria, all'interno del locale, si calmò di colpo e l'uomo tornò a riadagiare le spalle sullo schienale della panca, rilassandosi.
Fuori il vociare dei bambini si era fatto più insistente.
Portò gli occhi alla finestra aperta e vide un paio di maschietti che se le stavano dando di santa ragione, mentre gli altri, attorno, incitavano ora uno ora l'altro dei contendenti. Si agitavano incuranti della calura e del vento che, a tratti, sollevava pugnetti di sabbia dalla strada e l'infilava tra i loro capelli, insinuandosi e scompigliandoli.
Una di queste folate sollevò le gonne di una bella bambina chinata sulla scena e l'uomo ebbe la visione di due sottili cosce imberbi e di mutandine bianche.
Un moscone, che girava nella stanza da un po', profittando della distrazione dell'uomo, si posò velocemente sul pezzo di formaggio a succhiare con la proboscide una goccia del grasso che trasudava per il caldo.
L'uomo continuava a guardare fuori. Il sole, nella canicola meridiana, illuminava le grosse costruzioni popolari di fronte sfumandone i contorni e dando loro un aspetto quasi vivibile.
Le scrostature, lo squallore delle linee squadrate ed essenziali si fondevano col biancore della calce.
Fu proprio in quel momento che gli parve di assaporare l'odore fresco del mare increspato.
Impossibile, pensò. Le onde che lambivano la costa, al di là degli squallidi palazzi dell'estrema periferia, bagnavano una spiaggia che sapeva di marcio e di petrolio.
"Ecco il pesce!" - esclamò l'oste uscendo dalla cucina e passandogli davanti con due piatti di frittura brunastra.
Il puzzo di olio stanco lo investì.
Si girò verso il tavolo cui le vivande erano destinate e vide che era occupato da due nuovi avventori, una coppia.
Non si era accorto del loro arrivo, probabilmente avvenuto quando la porta era rimasta aperta, poco prima.
Li osservò con attenzione e curiosità. Erano completamente fuori posto in quel luogo. Tutti e due giovani, indossavano abiti eleganti e di moda.
Lei, sottile e delicata, arricciava il nasino nel preciso momento in cui l'oste le poneva il piatto di pesce davanti. Lui, d'aspetto per certi versi altrettanto delicato, guardava con una smorfia d'indecisione il suo piatto, le mani posate sul tavolo.
Non fu però la delicata bellezza della ragazza a catturare l'attenzione dell'uomo sulla panca, ma la bellezza di quelle mani maschili, lisce e ben curate. Le immaginò morbide accarezzare la pelle di lei.
Con una piega di disappunto sulle labbra staccò gli occhi da esse e sollevò le proprie per guardarle.
Il movimento fece volar via il moscone.
Una volta anche le mie erano così, pensò con rammarico guardando le callosità delle sue mani, le unghie rovinate e annerite nei contorni.
A quel tempo anche il suo abbigliamento era curato ed i locali che frequentava erano ben diversi dal luogo puzzolente e miserabile in cui si trovava ora. Ma allora suo padre era ancora vivo e sua madre non lo aveva richiamato in patria.
Sospirò e un piccolo groppo di rimpianto gli si formò in gola.
Suo padre era uno dei notabili del partito e la sua famiglia conduceva un'esistenza agiata; vivevano nella grande casa a loro destinata, lui, i genitori e la sorella.
A quei tempi non si interessava di politica o, meglio, si rendeva conto che la politica permetteva a tutti loro di godere di benefici che non erano riservati agli altri cittadini e tanto gli bastava. Provava una sorta di gratitudine e null'altro verso il partito che ripagava così bene i servigi del padre. Quei benefici gli avevano consentito di andare a studiare a Parigi.
Là, in mezzo ad altri giovani, come lui privilegiati, aveva pensato a divertirsi, a fare l'amore, a imparare poco, a tutto insomma fuorché alla politica. Anzi, gli dava un senso di fastidio vedere i compagni interessati alle marce per la pace, alle manifestazioni sindacali, alle battaglie ambientaliste, agli ideali patriottici.
Il suono della voce della giovane avventrice attirò nuovamente la sua attenzione. Se le sue orecchie non lo ingannavano, parlava in francese.
Si congratulò mentalmente con se stesso, sapeva ancora riconoscere una francesina: quel naso a patatina, quell'aria ad un tempo innocente e smaliziata erano inconfondibili.
Sentì che il giovane rispondeva a bassa voce e, come in un sogno, immaginò che fosse sua la voce che parlava alla ragazza.
Il vociare giocoso dei bimbi per la strada non lo distraeva più, l'onda dei ricordi stava prendendo il sopravvento.
Era nel suo appartamentino a Parigi, stava parlando a bassa voce, le labbra quasi incollate all'orecchio di Michelle, piccola bambola profumata, la sua ultima conquista in terra di Francia, quando aveva ricevuto la telefonata di sua madre che gli annunciava l'uccisione del padre.
Quell'annuncio era stato come un fulmine a ciel sereno.
Le notizie che arrivavano dal suo paese, alle quali lui aveva dato poca importanza, non davano l'idea della dimensione della tragedia che stava per abbattersi.
Non era stato perdonato a suo padre l'essere stato uno dei più fedeli seguaci del partito comunista, uno dei principali collaboratori dei "nemici" e qualcuno lo aveva "giustiziato" nell'ubriacatura dell'indipendenza appena proclamata.
Era tornato a casa, infuriato per quanto avvenuto, per quanto doveva lasciare, e aveva trovato la madre e la sorella arrangiate in un piccolo appartamento di periferia. La casa e tutto le comode cose che aveva allietato la loro vita passata, confiscate.
Poi, gli ingranaggi della nuova vita lo avevano ghermito stritolando i suoi piccoli sogni in un susseguirsi inumano di ristrettezze economiche, di sangue versato, corpi straziati dalle torture, di odio fra ex compagni, di donne violentate e squartate come era accaduto anche a sua sorella.
Anni, decenni di convivenza obbligata, utopistica ed ottusa cancellati improvvisamente dal crepitare delle armi, dallo sfrigolio di corpi che bruciavano, da crimini efferati, dall'odio etnico riaffiorato. E l'abitudine all'odio che si era impossessata anche della sua anima.
"Zvominir, Zvominir."
La mano del ragazzo appena entrato toccava titubante la sua spalla sussurrando il suo nome all'orecchio.
Aprì gli occhi umidi che aveva macchinalmente chiuso nel susseguirsi dei ricordi.
"Zvominir, abbiamo appena ricevuto notizie che una banda di criminali serbi ha assalito un villaggio dei nostri in Bosnia. In zona non ci sono soldati della Nato. Anton ritiene che, se ci muoviamo con velocità, forse riusciamo a scovarli noi."
Non finisce mai, quest'odio non finisce mai. - pensò con un brivido di freddo nelle ossa.
Si alzò malvolentieri dalla panca.
Raccolse il berretto che teneva poggiato accanto e invidiò quei due giovani stranieri, figli di una terra ricca e felice, in pace.
Con indolenza si mise il piccolo copricapo in testa, fece cenno al compagno di incamminarsi e, prima di uscire nel vento caldo di polvere e sabbia, in mezzo al vociare di giochi di bimbi lungo quella costa di Croazia apparentemente pacificata, le mani lisce e curate del giovane francese ricevettero la sua ultima, nostalgica occhiata.


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