FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MELA D'ANNATA
Simone Nuzzo
Sto sbirciando attraverso un buco nella siepe. Mica facile, con questi rametti che tendono a scattare in fuori stile filo spinato mirando agli occhi. Potatura malfatta. Il problema più serio, le ginocchia, comunque si è risolto: non me le sento più da una mezz'ora. Bene. L'insensibilità mi aiuta a concentrarmi sulla casa. Villetta, dovrei dire. E' esattamente quel tipo di ciarpame residenziale che i geometri definiscono "villetta": due piani fuori terra più garage seminterrato e, certamente, tavernetta attigua. Nel giardino, betulle. Ma la colpa non è di Lisa. Lei non è responsabile dei faretti sul prato e dell'antenna satellitare spadellata sul tetto a... Finalmente! Eccola. Si è aperto il portoncino blindato e lei è lì, qui, a tre metri da me che mi emoziono e perdo l'equilibrio e mi spino la faccia e... C'è mancato poco. Scricchiolio di rotule come una fucilata nel silenzio. Ma lei non se n'è accorta. Guarda la luna, lei. Forza, bella, avvicinati ancora un po', abbassa quella dolce testolina, sì, così, vieni, altri due passi, ma, insomma! dài, come fai a non notare niente? Proprio lì, tra Dotto e Mammolo, dove dovrebbe starci Pisolo, non la vedi la terra che è scavata di fresco, tutta nera? L'ha vista. Ha già raccolto il volantino. Lo sta orientando verso la luce di un faretto. "Comitato di Liberazione dei Nani da Giardino" è scritto in grosso, quindi...
CLICK!
Il registratore si bloccò con uno scatto sordo, troncandogli in gola le parole appena sussurrate. Brontolo si morse la lingua per non urlare.
"Piccoli cani rognosi," biascicò Biancaneve schiumando dalle labbra dischiuse. Appallottolò nervosamente tra le mani ossute e pustolose il volantino gettandolo contro la siepe.
Stava decisamente peggiorando.
Ne erano rimasti tre, nella penombra del giardino: a poco meno di venti metri da Dotto e Mammolo, sotto il gelso informe che si stagliava sinistro contro la luna, Cucciolo gli sembrava più mogio del solito. Sapeva che non poteva essere, ma la sua mente sconvolta continuava a riproporgli la medesima immagine. Probabilmente la coscienza aveva deciso di affibbiargli il ruolo di capro espiatorio, anche se non era ben certo che la colpa fosse sua. Non tutta, almeno.
"Venite fuori, SEERPEEEENTI......" gorgogliò cantilenando la gigantesca figura al centro del giardino. La voce era roca, altro segno del degrado che la stava consumando di giorno in giorno.
"Al diavolo anche tu," farfugliò Brontolo mentre con mani tremanti riponeva il piccolo registratore sotto il cappello azzurro. Non gli era stato di molto aiuto, contrariamente alle previsioni di Eolo: "Portalo con te, ti sentirai meno solo," aveva detto. Stronzate, che ci venisse lui la prossima volta, se ci sarebbe stata una prossima volta: quel cacchio di arnese stava per mandare alla malora tutto! Brontolo provò a sbirciare nuovamente attraverso gli ispidi rametti della siepe, ma Biancaneve si stava già riavviando verso casa.
Cercò di rialzarsi e le ginocchia gracchiarono spedendogli fitte acute al cervello e costringendolo a rimettersi carponi. Avanzò per alcuni metri in quella posizione infantile, fino a quando Biancaneve non sparì dietro il portoncino. Poi si rimise pesantemente in piedi e si affrettò in direzione di Cucciolo.
"Ciao, piccolo." La sua voce era rotta dal pianto mentre accarezzava la statua di gesso dell'amico di sempre. Non era certamente il momento migliore per scoppiare in lacrime, ma proprio non poteva farci niente: aveva assistito imponente all'evolversi grottesco di tutta quella sciagurata vicenda, ne era stato subdolo spettatore. D'altronde chi mai avrebbe potuto immaginarlo? Brontolo si accucciò contro il tronco del gelso, e lacrime calde gli sondarono le guance paffute. Si appisolò e sognò.....
La mattina in cui tutto ebbe inizio si erano alzati di buon ora come ormai da molti anni a quella parte: quel giorno dovevano fissare alcuni cavi elettrici che impedivano il passaggio al lato ovest del fiume. Uscirono di casa fischiettando, Cucciolo come al solito li guardava allontanarsi sul sentiero dalla soglia di casa, sfarfallando la mano a destra e a manca e regalando uno dei suoi tenerissimi sorrisi. Era il coccolo di Biancaneve e rimaneva sempre in casa per darle una mano nelle faccende.
Finirono che il sole era già basso e arrossava le campagne con altezzosa vanità. Ripreso il sentiero che li avrebbe ricondotti a casa, i sei nani notarono a terra impronte decisamente poco familiari.
"E' venuto qualcuno!" disse Dotto precipitandosi verso la sommità della collina e scomparendo in breve alla vista degli altri. Pochi minuti dopo anche il resto della ciurma oltrepassò il cancello della proprietà e il sole si era fatto più scuro.
Silenzio.
Avanzarono quasi con circospezione.
"DOTTO.....BIANCANEVE!" gridò Eolo all'indirizzo della casa. Nessuna risposta. Si fecero più sospettosi
impietriti
ma affrettarono comunque il passo, riuscendo in pochi attimi a varcare in ordinatissima fila indiana la porta di casa.
Lo spettacolo che si rivelò ai loro occhi strabuzzati era orridamente agghiacciante. Biancaneve teneva sollevato il povero Dotto per il collo, un ghigno raccapricciante che le forgiava il viso fino a quella mattina radioso. Non aveva più niente di umano nell'aspetto, i capelli corvini a caschetto sembravano ora protendersi in mille e più direzioni diverse come i filamenti di una medusa: la bocca, contornata da sottilissime labbra nere, era traboccante di bava rossastra che le colava rapprendendosi sotto il mento. I lunghi denti affilati come rasoi si intravedevano appena. Ma erano gli occhi che li sconvolsero: infuocati e gonfi come a voler saettare fuori dalle orbite. Lanciò una risata stridula scaraventando Dotto contro la parete della cucina e scomparve in camera da letto. I cinque nani si guardarono inorriditi, incapaci di emettere qualsiasi suono che non fosse un gemito sommesso. Osservarono inebetiti Dotto accartocciato in fondo alla stanza, poi i loro occhi zigzagarono all'unisono alla disperata ricerca di Cucciolo. Era sotto il tavolo, e li fissava come una bambola di pezza, rannicchiato contro una sedia.
"Vieni, Cucciolo, sbrigati!" Gongolo si precipitò verso l'amico strappandolo al suo improbabile nascondiglio. "Scappiamo prima che ritorni....."
Non se lo fecero ripetere due volte, guadagnando in pochi secondi l'uscio e tuffandosi nelle prime tenebre della sera.
"Abbiamo dimenticato Dotto!" ammonì Eolo battendosi una mano sulla fronte imperlata di sudore gelido non appena un barlume di raziocinio riprese ad irrorargli le cellule. "Qualcuno mi dia una mano a prenderlo." Ruotò la testa verso la porta quando lo sguardo gli cadde poche decine di metri più in là, a ridosso della legnaia.
"E quelli cosa sono?" mormorò alle due sagome appoggiate al ceppo.
Si avvicinarono lentamente, le gambe rigide come bastoni da passeggio. Il primo a urlare fu Pisolo, seguito a ruota da tutti gli altri: Cucciolo biascicò qualcosa di incomprensibile fissando il vuoto.
Adagiati con la schiena al ciocco, uno di fianco all'altro, il bel Principe Azzurro e la Perfida Strega giacevano con la testa mozzata tra le gambe. Dal torace squarciato fuoriuscivano grappoli di viscere, segno che il pasto non era stato consumato interamente. Continuarono a urlare fino a che il boato della porta divelta alle loro spalle non li riportò alla fonte di tutto quell'orrore. Biancaneve era ora più grande e più grossa che mai, con la mela avvelenata mezza mordicchiata in una mano e un sacco nell'altra. Si gettò sui superstiti con un barrito ancestrale e ne catturò quattro. Solo Eolo e Brontolo riuscirono a divincolarsi e a darsela a gambe nel bosco.....
Brontolo venne bruscamente risvegliato dal rumore delle vetrate che venivano pesantemente chiuse. Drizzò a sedere e guardò in direzione della casa di Lisa.
"Povera donna, chissà che fine avrà fatto," proferì rabbiosamente Brontolo tra i denti. Quando Biancaneve aveva catturato Dotto, Cucciolo, Pisolo, Mammolo e Gongolo, li aveva nascosti in quella villetta in collina, dove fino a cinque giorni prima andava a portare il latte fresco delle loro mucche alla simpatica donnina che vi abitava. Li aveva rapiti per farne dei calchi in gesso, avevano scoperto la mattina precedente Eolo e Brontolo, per trasformarli in quelle orride creaturine che affollavano i giardini di mezza Europa. Col loro sangue! I tre rimasti nel giardino quella notte dovevano ancora seccare, erano stati ricoperti di gesso solo da poche ore ed erano gli ultimi di quell'insulsa catena.
E poi? Dove sarebbero finiti? Dov'erano gli altri?
Brontolo si asciugò una lacrima col dorso della mano e tirò su col naso: Eolo sarebbe arrivato da un momento all'altro per la fase finale del loro piano.
Da tre sere non facevano che tormentare Biancaneve, asserragliata in quella nuova dimora, con volantini di ogni genere: grazie alla loro bassa statura (ora maggiormente accentuata, date le ormai spropositate dimensioni della loro eterea compagna) riuscivano ad agire pressoché nell'ombra. Dovevano farla innervosire, stanarla come un granchio dal buco per poi riuscire ad entrare in casa e cercare di salvare il salvabile. E non era affatto impresa da poco.
Lo starnuto di Eolo era ineguagliabile eppure quella notte riuscì a fargli accapponare la pelle. Si voltò verso il compagno, piegato in due con le mani sulle ginocchia.
"E' tutto pronto," ansimò Eolo. Ai suoi piedi un gigantesco lanciarazzi della Marina Militare. "Andiamo." E senza dare tempo a Brontolo di ribattere, caricò l'arma a tracolla e si diresse verso il lastricato sotto il portico, mulinando le gambette.
"E' ora....." sibilò Brontolo. Si sfilò dai calzoni la serratubi d'acciaio e ad uno ad uno distrusse i cinque faretti sul prato. Poi avanzò carponi nel buio raggiungendo anche lui in breve la verandina.
Salendo su di un vaso di gerani ed alzandosi in punta di piedi riuscirono ad issarsi fin sul davanzale della finestra che dava nel soggiorno della villetta. Ebbero modo di notare come in pochi giorni Biancaneve ne avesse stravolto non solo il già di per se deprecabile esterno, piazzando con la solita morbosa diligenza paraboliche sul tetto e faretti nel giardino e sedie a dondolo sotto la veranda, ma anche l'arredamento interno. Il rustico stile retrò che aveva fatto la sua discreta figura fino a poco tempo prima era stato brutalmente soppiantato da fronzoli, pizzi e merletti da zitellona di campagna. Evidentemente Biancaneve contava di rimanere in quella casa più a lungo
c'è ancora tanto da fare
di quanto loro due avessero in mente.
Nella stanza solo ombre evocate dalla luna.
Non una luce.
Non un respiro.
Forzarono facilmente il vetro e si calarono appiattendosi sul tappeto di sotto.
Un'inondazione di luce li investì senza che avessero neppure il tempo di gridare, in perfetto accordo con la lugubre risata di Biancaneve. Appollaiata come un'arpia sul divano li guardava da due fessure appena accennate di un rosso vivissimo. Era cresciuta ancora e i vestiti erano ormai cenci appiccicati a casaccio sul corpo avvizzito. Continuava a ridere sguaiatamente e non dava l'impressione di voler fare nient'altro. Eolo scattò in piedi cercando a tastoni il davanzale dietro di lui e Biancaneve con un balzo lo ghermì. Lo sollevò per un braccio fino al petto godendo delle urla di raccapriccio della sfortunata preda e gli divorò la testa chiudendogli intorno al collo l'orrida tagliola che tanti baci aveva dato. Le gambe del povero Eolo continuarono a dibattersi per alcuni attimi, poi cessarono come se qualcuno le avesse spente. Brontolo non si rese neppure conto di essere già fuori e di urlare e di correre verso il bosco, via. Lontano.
CLICK!
Il camion dei nanetti di gesso da consegnare a Wholen dovrebbe arrivare fra poco. L'ho scoperto solo ieri, dopo tre giorni di incessante spola tra il bosco e la villetta. Ci sarà sicuramente un posticino anche per me.
Se solo Biancaneve si decidesse ad aprire questa maledetta porta.....
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