FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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NON C'E' PIU'

Alessandro Tarolo




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.


La donna canticchiava qualcosa che lui non poteva sentire, a causa della distanza, ma che pareva ascoltare con estrema attenzione. Lo sguardo fisso oltre la finestra, seguiva ogni movimento delle labbra, come per percepire un immaginario discorso rivolto proprio a lui. "Questa bimba è la tua bimba, questa donna è la tua donna". Respirava profondamente l'aria calda, la sentiva fino in fondo ai polmoni, come fumo di sigaretta; e gli girava la testa mentre al suo interno risuonava quell'impossibile canto. "Non è vita se non è la nostra vita, non è amore se non è il nostro amore".
Il caldo e il vino lo portavano sempre più lontano. "Non è un marito colui per cui stendo il bucato, non è un uomo, non può essere il padre di mia figlia".
Le tempie gli pulsavano, sentiva il formaggio gonfiarsi nello stomaco, invadergli il petto, privarlo dell'aria che cercava affannosamente di respirare.
"Verremo con te ovunque vorrai, saremo la tua ombra e la tua luce, per sempre".
Era fradicio di sudore, la nausea lentamente si impossessava di lui. La stanza incominciò a girare, le cose, le persone divennero sempre più deformi, anche la voce della donna rallentò modulando verso il basso, come se provenisse da un giradischi rimasto all'improvviso senza corrente.
"Portaci con te, sotto le tue grandi ali, por...ta...ci co.....n........................te..........no..." Poi, finalmente, fu il buio, il silenzio, la pace. Quando rinvenne c'era parecchia gente attorno a lui, nessuno in grado di aiutarlo.
"Fate largo! Non stategli così addosso! Fatelo respirare! Come si sente? qualcuno chiami un'ambulanza! E' ubriaco fradicio! Non sarà mica un drogato? Così vecchio? Non credo, sarà solo un ubriacone! Ma non vedete che ha avuto un malore? Con questo caldo...No, secondo me ha mangiato del cibo avariato. Non c'è un medico?"
Il sole picchiava più forte che mai, la donna rientrò, sempre cantando, dopo aver dato una voce alla figlia.
"Mirandaaaa, vieni su che sta arrivando papà!" Un papà sano, concreto, semplicemente sereno, capace di dare sicurezza alla sua famiglia; non certo un balordo capace solo di sognare. Un balordo per il quale era sprecata persino l'ambulanza che stava invadendo quel vicolo rovente, con i suoi ululati, con la sua perentoria richiesta di strada.
Qualcuno si faceva il segno della croce, altri si tappavano le orecchie, i bambini accorrevano curiosi, lasciando i loro giochi, avidi di emozioni, incapaci di comprendere ciò che avrebbero visto; come gli adulti.

"Miranda, non saluti papà?"
"Lui non è il mio papà!
Il mio papà non c'è più."


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