FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SABBIE DI TEMPO E VENTO

Fabio Di Pietro




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e di sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano.

Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Il tempo scorreva lento, come un liquido denso attraverso una fessura così stretta da farlo passare controvoglia. Ma lui, l'uomo, non aveva fretta. Tornò a voltarsi, a guardare fuori dalla finestra spalancata su un cielo tirato, teso e aspro come una gola secca. Guardava quella bambina muovere con calma le piccole mani sporche di terra, a rassettare su fili di spago intrecciato panni stesi fatti di stracci e vecchie canottiere. Davvero, a vederla così, affogata nella luce del primo pomeriggio, non sarebbe sembrata sua figlia nemmeno a lui. Non aveva il suo naso per nulla lungo o adunco eppure, a detta di tutti, curiosamente ingombrante e 'presente' sul suo volto, al modo d'una macchia colorata che chiunque guardi una camicia non può evitare di notare subito. No, la bambina aveva lineamenti sottili, come tracciati a puntasecca da mano esperta; aveva pelle olivastra, simile ad un pane ricco di semi di garofano, mentre quella dell'uomo era sempre stata troppo pallida per essere davvero meridionale, troppo poco levigata dal sole, troppo poco arrogantemente sana; aveva occhi stretti ritagliati su un bruno ancora più scuro e compatto, al contrario dell'uomo le cui pupille non si erano mai avventurate al di là di un prudente, anche se piuttosto caldo castano.
No, l'uomo non somigliava a sua figlia. La bambina non somigliava all'uomo.
La bambina somigliava alla madre che proprio in quel momento, quasi avesse scorto l'uomo che aveva amato per quattro anni seduto dentro il locale, in compagnia di una crosta di formaggio e di un pugno di pane sbriciolato, proprio in quel momento quasi l'avesse visto e volesse evitarlo, abbandonato il bucato a sbattere nel vento soffocante, rientrò in casa chiudendo dietro di sé la porta a vetri del balcone. Il bucato stette a scuotersi per un poco, violentato da turbini polverosi, poi si fermò in attesa della prossima folata. L'uomo vide rientrare la madre, quella che fu la sua donna, ed allora distolse lo sguardo e continuò ad osservare quella sua strana, bellissima figlia, amandola da lontano.
Alcuni raggi, rimbalzati sullo sterrato, raggiungevano la sua fronte con mobili carezze di fuoco e sudore. Poi, in pochi istanti, la bambina abbandonò il suo bucato fittizio e si diresse saltando da un piede all'altro verso un portone in metallo e vetro smerigliato. Verso l'ingresso di casa sua. Fu solo allora che l'uomo si mosse.

Abbandonò senza alcun rimpianto i resti a fianco del pane duro e mezzo mangiato, ma la bottiglia semipiena l'afferrò per portarla con sé; poi, ripensandoci, la lasciò sul tavolo a fianco. Frugò con l'altra mano nella sua tasca sinistra chiamando il proprietario. Nulla. Nella destra, finalmente, un tintinnio tradiva le monete di cui aveva bisogno per saldare il magrissimo conto: il piccolo contante passò dalla mano dell'uomo a quella dell'oste sopraggiunto nel frattempo, che le ricevette con la stessa indifferenza usata dall'avventore nel porgergliele. Grattandosi il ventre dilatato dalla noia e dai frequenti pasti, arrabattati sottraendo ora da quel piatto ora dall'altro in attesa di essere serviti in tavola, il carnoso oste bofonchiò un saluto e si ritirò di nuovo dietro la tenda, di nuovo forse in cucina. L'uomo, prima che l'oste fosse sparito ancora nel suo misterioso ed odoroso buen retiro, era già uscito dal locale, lasciando dietro di sé il frusciar di plastiche delle strisce colorate che fungevano da sostituto estivo della porta d'ingresso.
I suoi passi erano veloci e puliti nel tratto. Passi da chi ha già deciso cosa fare e non ha più né fame né sete di dubbi. Lo portarono in pochi istanti dal lato opposto del cortile al di là della strada, secondo una linea della minima distanza tracciata d'istinto delle sue gambe, appena dopo il portico, dove la casa più alta e più brutta tentava senza successo di ingentilirsi in uno spiazzo piastrellato.
E' lì che raggiunse la bambina, proprio mentre la sua mano piccola, piena di venuzze brune, stava appoggiandosi sul pomolo di metallo ormai sbucciato come una cipolla.

Il tocco della sua mano sulla spalla della bambina fu lieve.
Ma la prima reazione dalla figlia non fu quella di una figlia: fu di spavento, improvviso come una folata. E lui, il padre che la piccola aveva visto sì e no un paio di volte l'anno, dopo la sua nascita appena dopo l'abbandono da parte della donna che ancora lui amava, non seppe trattenere un amaro sorriso di comprensione, che gli si allargò come una macchia malinconica sulle labbra: non avrebbe potuto essere altrimenti, nessuna festa, nessun saltargli al collo. L'ultima volta che l'aveva visto, salutandolo appena e come vergognandosene, lei era per mano alla madre, al mercato, in mezzo a ceste di magliette da due lire dai colori sfacciatamente infuocati o troppo spenti. La mano della madre, della donna mora e generosa che lui amava ancora nonostante ogni cosa ed ogni tempo, si chiudeva intorno a quella della bimba con la stessa tenerezza ferma con la quale, solo poche manciate di centinaia di giorni prima, si stringeva intorno alla sua.
E lui, incrociando le sue due donne che non erano più sue, non aveva pensato tanto alla figlia quanto alla madre, immaginando che stesse cercando vestiti da infilare (e da sfilare, pensò il suo sangue) al giovane che lei, poco dopo la separazione, aveva scelto come nuovo compagno, all'uomo che si era infilato nella pelle di compagno di vita della donna che amava, della madre di sua figlia, si era infilato nella sua pelle dalla quale era stato strappato via dalla stessa mano che ve lo aveva accomodato, dalla mano della donna che amava.
Non gli aveva nemmeno detto di essere incinta di lui, quando gli disse che lo lasciava.
L'uomo non aveva saputo di essere padre fino alla prima volta che, passeggiando fra il desiderio e il timore di incontrarla, l'aveva vista con quel fagottino vivo in braccio, al balcone di quella che era stata la loro casa. Seduta di fronte ad un altro. Sorridendo ad un altro. Con sua figlia in braccio, accarezzandola.
Era da poco che, a forza di andare a mangiare nella stessa locanda di fronte alla casa dove avevano vissuto insieme e lei viveva ancora, rubando silenziosamente ricordi che gli erano stati proibiti, portando via ora l'immagine di un sorriso ora di una guancia, ora un gamba magra ora un capello lungo e nerissimo, era da poco che gli era venuta la voglia insopportabile di stringere la mano di sua figlia, di trattenerla fra le sue per più del tempo di un bacio.

Fu così che quel giorno d'afa e sabbia (il vento del deserto, dicevano le vecchie incrostate a chiacchierare sulle soglie di casa, tutte avvolte nel nero) l'uomo si decise a parlare alla figlia. A toccarla, a sentire se la sua carne aveva la stessa temperatura tropicale della sua.
Ora lo guardava in attesa, quel viso piccolo ma mosso da un'intelligenza ed una vivezza quasi da cucciolo d'animale, allo stesso tempo la cosa più umana che avesse mai vista perché nata dall'unico uomo della cui esistenza lui fosse sicuro, perché nata da sé.
"Ciao".
Suo padre non trovò niente di più che "ciao", non le disse nulla di diverso dalla prima cosa che, a qualunque adulto, sarebbe venuta in mente di dire ad una bimba sconosciuta di quattro anni, dovendo proprio rivolgerle la parola. Le disse così, e poi la prese per mano. Lei resistette, tentando di sgusciare fuori dalla sua presa tanto più grande e larga, dando piccoli colpetti contro il palmo della sua mano enorme. Però non protestò, non parlò né esplose a gridare. "Devo andare a casa", gli disse, "devo andare a casa" gli disse con una pazienza mediterranea resa pigra dal sole dal salmastro, allo stesso tempo simile alla saggezza guadagnata in manciate d'anni da altre creature meno animali.

In quel momento un cigolio di legni e ferro: le imposte aperte, da tre piani sopra. Un voce, la voce della donna che amava, a chiamare quella piccola vita bruna che teneva per mano, tranquillamente scalpitante. Così quella voglia che l'uomo aveva di andarsene con sua figlia, con sua figlia, di nasconderla da qualche parte, forse in tasca, e fuggire, quella voglia si allentò insieme alla presa della sua mano. La sua mano si aperse come un frutto maturo, sotto il solletico renoso del vento.
La bambina continuò a saltellare verso il portone, come se essersi fermata con lui fosse solo una parentesi già dimenticata, un sasso nella scarpa. La sua vita riprendeva dal punto in cui l'aveva lasciata sentendo la mano dell'uomo sulla spalla.
"Ciao papà", gli disse sparendo dietro il vetro smerigliato.
L'uomo respirò il vento, ancora, poi si volse. Passò la mano una volta sulla fronte, una volta sotto gli occhi. Si appoggiò al portone. Sentì chiudersi le imposte, tre piani sopra.
Qualcos'altro si chiuse, più in fondo, dentro la carne dell'uomo appoggiata al portone, mentre la strada sterrata era già pronta ad accoglierlo fra le sue braccia bianche come cenere fatte di case basse e, sotto un simile sole, incredibilmente fresche.


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