FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SCELTA

Gianluca Bocci



L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.

Era da un'oretta che indugiava nella piccola osteria di Gigi. Lui c'era cresciuto in quella osteria. Fin da piccolo veniva con i suoi amici a giocare davanti ai pesanti tavoli, dove i vecchietti sedevano d'estate a bere un bicchiere di vino rosso e a raccontare le fatiche della loro gioventù. E se quei rugosi avventori erano infastiditi dagli schiamazzi dei ragazzi, Gigi li minacciava con un mestolo. Ma subito dopo li chiamava tutti dentro e dava loro da mangiare pane e fichi.
I bei fichi, quelli carnosi, caldi di sole, con le gocce di ambrata polpa che colavano come lacrime dolcissime, loro di solito li rubavamo a un contadino vecchio e rumoroso. Aspettavano che si addormentasse nella canicola del pomeriggio e poi si arrampicavano su quelle piante basse, curvate dal tempo e dalla pioggia.
E quanti scapaccioni si erano presi dai rispettivi genitori, quando si era venuto a sapere che avevano svuotato una botte di vino novello dimenticata su un carretto e che avevano passato il pomeriggio mezzi ubriachi, arrampicati sugli alberi, facendo sberleffi ai braccianti che tornavano a casa alla fine della giornata di lavoro.
Ricordava benissimo le mani di suo padre. Ruvide e nodose. Pronte a dare una carezza o a mollare un sonoro ceffone.
Suo padre gli aveva insegnato tante cose: come si innestano le piante, come si trovano i tartufi, come si distilla l'anisetta. Ma soprattutto gli aveva insegnato come affrontare la vita con serietà, impegno e soprattutto dignità.
Quando era partito per l'università suo padre non aveva versato una lacrima. Era rimasto serio o forse un po' impacciato. Non sapeva cosa dire al suo unico figlio che li lasciava per chissà quanti anni, per andare a studiare "in città". Gli aveva detto semplicemente: <<Non mi deludere>>.
E lui non l'aveva deluso. In sei anni era tornato al suo paese con una laurea in Ingegneria con 110 e lode. E con una proposta di lavoro all'estero.
Una proposta sicuramente allettante. Un lavoro tranquillo, ricco di soddisfazioni, con ampie possibilità di carriera, in una città che aveva sempre sognato di visitare, e con uno stipendio iniziale che qui in Italia se lo poteva solo sognare.
Molti suoi amici e colleghi lo invidiavano per questa sua opportunità. Ma lui non sapeva cosa fare. Se accettava, l'indomani avrebbe dovuto prendere il primo treno per Parigi. Dopodiché, per almeno un anno, non sarebbe più tornato in Italia.
Certo, anche l'università lo aveva allontanato dalla sua terra, ma con tre ore di macchina era molto spesso tornato a dormire nella sua cameretta affacciata sulla vallata del Chienti.
Ora invece c'erano almeno mille chilometri. Ma non era questo che lo spaventava. Aveva paura di staccarsi dalle verdi colline marchigiane. Di non poter più passeggiare nella folta macchia, così ricca di strani suoni e odori. Di non poter più mangiare le pappardelle al lepre, il cinghiale in agrodolce o la parmigiana della nonna. Di non poter più ascoltare il dialetto della sua terra, così originale e dissonante.
Sapeva bene di essere legato a questa terra, così nera e così ricca di frutti. A volta si chiedeva se non fosse nato anche lui come una pianta, sotto le cure amorose di un contadino che toglie le erbacce e innaffia costantemente le riarse radici.
Una voce lo scosse dai suoi pensieri:
<<Ehi, Carlo, ti sei addormentato? Oh, è meglio che vai a salutare i tuoi nonni giù al pozzo e poi vai a farti una bella dormitina, ché domani devi partire per andare a trovare le belle francesine...>>.
<<Ma Gigi! Possibile che alla tua età pensi ancora sempre e solo alle donne!?>>.
Gigi si strinse nelle sue larghe spalle e si stropicciò nervosamente le mani nel grembiule che gli conteneva a fatica un pancione cresciuto a pane e lonza:
<<Che ci devo fare io se in tutto il paese non ho trovato ancora la morosa? Mica sono come te che ogni volta che torni trovi la Valentina che ti aspetta a braccia aperte... per non dire peggio...>>
Un pezzo di pane centrò in pieno il faccione sghignazzante di Gigi:
<<Vuoi parlare più piano!? Vuoi sputtanarmi con tutti!? Sai benne poi che le comari ci mettono pochi minuti per far girare le chiacchiere... che giungono regolarmente alle orecchie di mamma...>>.
Gigi gli piantò una bella pacca in mezzo alle scapole:
<<E di che ti preoccupi? La buon'anima della mia mamma sarebbe stata tutta contenta se fossi stato un Don Giovanni come te!>>
Carlo uscì dall'osteria ridendo di buon cuore. Certamente Gigi sarebbe stata una delle persone di cui avrebbe sentito maggiormente la mancanza. Forse anche più che di Valentina.
Si erano conosciuti sei anni prima alla festa del patrono. Lui stava incantato a guardare i fuochi d'artificio che salivano e scendevano nell'aria ancora calda di Settembre. Lei invece stava con le amiche a cantare canzoni di Battisti e Venditti. Quando finirono i fuochi, Carlo si lasciò sfuggire un sonoro: <<Uffa!>>. E Valentina tutta offesa lo rimbeccò: <<Chè non ti piace come cantiamo? Se pensi di essere più bravo, facci sentire qualcosa!>> Carlo avrebbe dovuto spiegare che si trattava di un equivoco, ma piuttosto preferì esibirsi in una esilarante imitazione di Paolo Rossi nel brano "Era meglio morire da piccoli". Dopo quella performance, iniziò ad uscire con quel gruppetto di ragazze, scarrozzandole per discoteche e pubs, con la sua "mitica" Panda rosso rubino. Erano tutte ragazze simpatiche e carine. Ma Valentina era speciale. Con un solo sguardo riusciva a farti bruciare come carne sulla brace. E con un solo sorriso riusciva a trasformare la giornata più nera nel momento migliore della tua vita. Si baciarono per la prima volta in un vicolo del paese, dopo aver rallentato ad arte il passo per "seminare" le altre amiche. Quando pochi giorni dopo Carlo era partito per l'università, Valentina non era venuta a salutarlo. Ma a Natale lo aveva aspettato, sotto la neve, alla fermata dell'autobus.
Carlo pensò che Gigi aveva proprio ragione. Valentina lo aveva sempre aspettato, pronta ad consolarlo, a curare le sue ferite e a consigliarlo in ogni situazione. Per lui Valentina era stata qualcosa di più di un semplice amore: gli aveva cambiato la vita.
Carlo si incamminò su per la collina che separava il paese dalla zona del pozzo. Decise di prendere il sentiero che attraversava il boschetto. Arrivato di fronte a una quercia imponente e rugosa indugiò un attimo, poi si fece strada tra gli sterpi che delimitavano il sentiero. Arrivò sudato e affannato in una piccola radura in cui la luce del sole giungeva a stento. Si sedette sull'erba che resisteva ancora verde e rigogliosa al caldo secco di quell'estate. Quel piccolo angolo di paradiso era stato il suo nido d'amore. Lì lui e Valentina avevano passato i momenti più belli. Lì ieri sera avevano litigato. Lui le aveva chiesto un consiglio: doveva partire oppure no. Lei si era offesa, per il solo fatto che Carlo pensasse di lasciarla per un anno intero da sola in quel paesetto. Lui le aveva proposto di seguirlo in Francia: con il suo stipendio non avrebbero avuto problemi. Lei si era infuriata: lo aveva accusato di dimenticare che la madre era molto malata e aveva bisogno di qualcuno che la accudisse costantemente.
Carlo sospirò e si accinse a ridiscendere dalla collina. Di fronte a sé si apriva l'enorme distesa dei campi del nonno. Erano stati arati di fresco. Le zolle di terra rilucevano sotto il sole, dalla parte recisa dal vomere. Si guardò un attimo intorno. Non c'era nessuno. Con uno scatto saltò sopra la zolla più vicina e poi si avviò velocemente verso l'enorme cascina che dominava il pendio. Giunto vicino alle stie dei polli, una voce ben nota lo chiamò: <<Carletto, ma che fai?! Grande e grosso come sei, ti diverti ancora con giochi da bambino?>>.
Il nonno sorrideva, coi suoi pochi denti rimasti, sotto la scarna ombra del tettuccio rosso del Lamborghini. Quel trattore lo aveva affascinato sin da piccolo, quando correva dietro al nonno pregandolo di farlo salire insieme a lui. E il nonno lo sollevava e lo faceva sedere sopra il grande parafango del gommato, dicendogli: <<Ti piace startene quassù, eh?! E lo sai che anche i signoroni vanno in giro con il Lamborghini?>>. Ora il nonno era molto vecchio, ma nonostante l'artrite e gli altri acciacchi era quasi impossibile farlo stare con le mani in mano per più di cinque minuti. Quasi tutta la cascina l'aveva costruita da solo, mattone su mattone. E mentre molte case nel paese erano state dichiarate inagibili dopo il recente terremoto, nella casa del nonno non si trovava neanche una piccola filatura dell'intonaco.
Il nonno scese dal trattore e gli venne incontro: <<Beh, hai deciso di partire o no? Non puoi tenerci sulle spine fino a domattina! Piuttosto, vai a parlare con tua nonna, che sta a sgranare il rosario in cantina, dove è più fresco>>
Carlo entrò nella cascina e si diresse nella cucina. Un odore di carne e di pomodori lo avvolse. Si affacciò sulle anguste scale che scendevano in cantina. <<Nonna! Vieni su che qui la carne si sta bruciando!>>. La nonna comparve all'improvviso tutta rossa sul viso, forse per l'emozione di rivedere il nipote, forse proprio per la paura di vedere rovinati i suoi preziosi manicaretti. Lo abbracciò con slancio: <<Ma quanto sei cresciuto! Ogni anno che passa ti fai sempre più alto e bello! Certo che se non mangiassi quello che ti cucina la tua nonnina... Resti a cena da noi, vero?>>
Carlo non osò rifiutare per due buoni motivi: primo perché la nonna si sarebbe sicuramente offesa, secondo perché l'arrosto della nonna non aveva pari. Quindi aiutò la nonna ad apparecchiare, a spillare il vino rosso e spumoso dalle scure botti, ad affettare il pane grosso e duro, che la nonna impastava ancora con le sue mani.
Quando iniziò ad imbrunire, il nonno parcheggiò il trattore e venne a sedersi a tavola.
Finita la cena il nonno si accese un mezzo toscano e gli fece segno di seguirlo. Entrarono nell'officina, un locale ampio pieno di attrezzi dove il nonno si dedicava ai più disparati lavori, quando la pioggia o il freddo troppo pungente lo tenevano lontano dai campi. Il nonno con fare teatrale sollevò una grossa coperta mangiata dai tarli: <<Che te ne pare, Carletto?>> Carlo non aveva mai visto niente di così bello. Uno stupendo baldacchino in legno antico completamente intarsiato con disegni raffiguranti fiori e putti alati. Il nonno gli spiegò: <<Hai presente il lettone dove dormiamo io e tua nonna? Avevo pensato di regalartelo quando ti saresti sposato. Ma a me non piaceva l'idea di regalare al mio unico nipote un letto semplice semplice. Così ho deciso di prendere un paio di vecchie travi e di farci un bel baldacchino tutto intagliato. E vedrai che quando lo vedrà la tua Valentina sarà felice come un pettirosso! E mi raccomando: non mi far invecchiare senza nipotini!>>.
Carlo lasciò commosso la casa dei nonni, promettendo che li avrebbe chiamati la mattina dopo, per far sapere se sarebbe partito o meno per Parigi.
Oramai era notte inoltrata, ma una luna a tre quarti illuminava la strada e copriva con la sua luce bianchiccia le stelle sparse nel cielo sereno. L'aria era decisamente più respirabile. Anche le cinciallegre con il loro cinguettio acuto e insistente sembravano apprezzare la fresca brezza che agitava le fronde degli alberi.
Carlo decise di tornare al paese per la strada più lunga. Con le mani in tasca e fischiettando un motivetto dei Beatles si incamminò lungo la provinciale, completamente deserta. Lo schietto vino della nonna lo aveva reso stranamente allegro. Camminò dunque quasi senza pensieri sino alle prime luci del paese. Le case erano tutte terribilmente silenziose, come se le mura si fossero addormentate insieme ai loro abitanti. Un solo rumore stonava con quella tranquillità. I rintocchi del campanile del comune.
Carlo si avvicinò a quell'imponente costruzione che si stagliava contro il cielo in una prospettiva singolare. Alla sua base c'era il massiccio portone di quercia incorniciato da pesanti doghe di ferro lavorate a mano. Tutta la struttura sembrava studiata per mettere in soggezione il malcapitato cittadino che vi entrasse per chiedere qualche concessione. A fianco del portone c'era una targa in marmo. Carlo si avvicinò e lesse l'iscrizione: "Hic manebimus optime". Era una frase di chiara impronta fascista, usata da D'Annunzio durante l'impresa di Fiume.
"Qui resteremo molto bene". Quella frase ronzò nella testa di Carlo fin quando non giunse di fronte alla casa dei genitori.
Carlo sospirò e pensò che sarebbe stato meglio se il vino della nonna avesse avuto un effetto più prolungato. Sollevò le spalle con un gesto di rassegnazione mentre saliva le scale.
Suo padre e sua madre stavano pulendo le pesche per fare la marmellata, mentre guardavano un film alla televisione. Carlo li salutò. Rimase per un attimo in silenzio, mentre i suoi genitori lo guardavano in attesa. Poi si diresse verso il telefono: <<Pronto? Valentina? Sono Carlo. Ricordi un mese fa quando mi hai chiesto di portarti a visitare Assisi? Che ne dici di andarci domani... >> Per tutta risposta ottenne un urlo di gioia, mentre suo padre e sua madre si abbracciavano.


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