FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SOGNO, INCUBO E REALTA' IN UN LOCALE SEMIVUOTO
Viviana Mazza
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Il caldo era così prepotenteÖ L'uomo lo sentiva entrare dentro di sé e soffocare la voglia di fare qualunque cosa. Tutto, intorno, sembrava come annebbiato, e distante. Persino sentire i giochi dei bambini in strada lo faceva sentire ancora più inerte. E più solo. Come se tutto il resto, a parte lui, funzionasse in un modo diverso e per lui fosse impossibile esserne partecipe. Non sapeva in fondo, e non poteva sapere, se anche altri si sentivano come lui. Era possibile, visto che la causa dell'ottundimento delle sue emozioni sembrava essere il caldo. Ma il suo pensiero gli suggeriva che non era quello il vero motivo. E nemmeno il vino. Il suo pensiero poteva anche non aver ragione, ma poco importava, perché l'uomo se ne fidava e continuava ad ascoltarlo, mentre il suo corpo inchiodato alla panca aveva solo la forza di fissare distrattamente la bottiglia, semivuota come il locale. Il locale era spesso semivuoto, ma il caldo aveva ridotto ancor di più la clientela quel giorno. Eppure il vento afoso e l'impossibilità di combatterlo, che nell'uomo seduto inducevano un grave senso di fatalità degli eventi e di impotenza umana, non riuscirono a rendere l'oste meno attivo. L'oste, preciso e puntuale come di consueto, serviva gli avventori, facendo di tanto in tanto qualche battuta a quelli abituali, e si muoveva con disinvoltura, e non sembrava affaticato a causa del caldo. E poi si vedeva dalla sua faccia, dai baffoni neri e dagli occhi piccoli e calmi, che nella sua vita non c'era spazio per cose come l'inerzia. Era un uomo buono e alla buona, che aveva creato quel piccolo locale, si era sposato e aveva avuto una figlia: aveva qualcosa di suo e ne era soddisfatto. Ora portava avanti queste sue poche cose e, pur vedendo altri che forse avevano di più, era contento quando guardando fuori dalla finestra vedeva le sue donne che stendevano il bucato. L'oste passò a ritirare i piatti al tavolo di un ragazzo, che aveva appena consumato il suo pranzo. Il ragazzo si alzò e poi si accostò all'uomo seduto e, senza dire nulla, gli si sedette di fronte. L'uomo forse se ne accorse, ma continuò a fissare la sua bottiglia e a seguire il suo pensiero. Pensava che sarebbe stato bello poter sognare ancora per le cose consuete e ormai banali, poterne sognare come fanno i bambini, che imitano i gesti quotidiani dei grandi, che ne fanno un divertimento e un gioco. ìSarebbe bello vivere la realtà sentendone le melodie, sentendosene riempire l'anima", pensava. Sarebbe stato bello sentire la propria anima. Ma l'uomo seduto era convinto di essere ormai fuori dalla realtà. Lo disgustavano gli stereotipi e le abitudini di vita della gente, erano come un incubo per lui, soffocanti come il vento caldo, irrespirabili come il vento carico di sabbia e di polvere. Ma esserne fuori non era sufficiente per sognare e l'uomo si sentiva come sospeso in u! na veglia che non è veglia ma non è neanche sonno, piena di immagini sfocate e sconnesse di cose, che passano senza senso e valore. Ma queste cose erano pur sempre tutte reali e, anche se l'uomo non le accettava e pativa al loro contatto, tutte queste cose c'erano comunqueÖ e anche lui, sì, ANCHE LUI, ne faceva parte fisicamente. ìNon è piacevole non riuscire a starci dentro emotivamente, vero?", chiese improvvisamente il ragazzo spizzicando tranquillamente un po' del pane che l'uomo aveva lasciato. Il ragazzo sembrava perfettamente a suo agio e parlò con sicurezza, come se conoscesse bene l'argomento e la persona cui si rivolgeva e non temesse di essere invadente o indiscreto. Ma in realtà l'intera situazione e una eventuale conversazione con il ragazzo sconosciuto sembrò anche all'uomo perfettamente normale, in una giornata così calda e inerte. E poi il ragazzo non era in fondo più sconosciuto per lui di chiunque altro. "Non lo è", rispose l'uomo, ìe poi senza emozioni non si può sognare. Non solo non si vive fino in fondo ma non si riesce più neanche a sognareÖ", lo disse con amarezza, come una cosa ch'era meglio non sentire, ma che non era riuscito ad evitare. ìE poi non riesco più neanche a sentirmi colpevole per il disgusto che provo e per il mio distacco dalle personeÖ Sono troppo preso da me stesso. E anche adesso non faccio che parlare di me. Sai, il mio unico pensiero è voler tornare dentro, ma solo a patto di riuscire di nuovo a sognare per quelle cose per cui gli altri sognano, anche se forse non ce n'è motivo. La soluzione, forse, sarebbe trovare un modo per essere fuori e dentro insieme. Se si potesse trasformare in arte tutto ciò che sembra così squallido finché è realtà, anche noi stessiÖ trasformarci in arteÖ Ma per farlo bisogna capire, arrivare fino all'osso delle coseÖ Questo è l'unico modo forse in cui potrei superare la fobia della realtà, riacquistare di nuovo le mie emozioni, vivere fino in fondoÖ Finché lo si fa con se stessi è relativamente normale: volersi scoprire, conoscere, capire, migliorare e poi apprezzareÖ per essere più felici, se possibile. Quando lo si fa con le cose del mondo esterno invece è un atto d'amore: significa uscire da se stessi e proiettarsi all'esterno. E' amore, non credi?" L'uomo seduto parlava di queste cose al ragazzo con totale naturalezza, come se ne parlasse con se stesso, senza paure e senza imbarazzo, senza il sospetto di non essere capito. E poi disse con convinzione: "Come si può altrimenti sognare delle cose quotidiane? Sono così vuote di senso in séÖ solo combinandole fra loro possiamo dargliene uno; e dare un senso è per me l'unico modo per poterla apprezzare questa realtà". Il ragazzo non disse nulla. Sapeva bene qual era il desiderio dell'uomo e, benché questi non lo conoscesse ancora, ne sapeva anche il destino. L'uomo si era stancato di essere creatura e voleva farsi Creatore, creatore non di oggetti, ma di uno spazio e di un tempo nuovi per le cose, aprendo nuove dimensioni, creando un imprevisto rispetto a uno spazio e a un tempo predefiniti, che gli sembravano statici e privi di vita. Non voleva altro che tenere le fila dell'incoerenza della vita e della realtà. Voleva decidere i ruoli delle persone e i significati delle cose, non solo decidere per se stesso: decidere ad esempio che è la madre che imita la figlia nell'appendere il bucato e non viceversa, che la bottiglia di vino e la stanza si riempiono, col tempo, invece di svuotarsi, che le ombre si solidificano e gli oggetti assorbono la luce, la riflettono, la rifrangono in misura diversa e poi si squagliano. Voleva decidere Lui cos'è vero e cosa invece non lo è, ed è definito immaginario. Ma voleva anche imporre a tutti la sua visione delle cose. Il ragazzo bevve il vino che era rimasto, senza chiederne il permesso, come se l'uomo l'avesse lasciato per lui. L'oste si avvicinò al tavolo chiedendo ai signori se volessero ancora qualcosa; certo si aspettava che ordinassero qualcos'altro da mangiare o da bere, ma l'uomo non aveva più fame di cibo e il ragazzo era ormai sazio fino in fondo. Il ragazzo disse all'oste: "Siamo noi che ti abbiamo creato, poiché tu sei qui per noi, e se noi non ci fossimo neanche tu ci saresti. Siamo noi che ti abbiamo creato in questo momento e in questa stanza, ché altrimenti saresti sparito dietro la tenda senza più tornare". L'oste era abituato a vedere gente stanca, gente ubriaca, gente presa dai propri pensieri e dalle proprie manie. Non fece caso a quelle parole, le prese come un no alla sua domanda, si allontanò e sparì di nuovo dietro la tenda, come era sua abitudine fare. Aveva piatti da lavare e avventori da servire. Non aveva tempo per l'inerzia. A una domanda come ìLei sogna ancora per le cose quotidiane?" avrebbe fatto fatica a rispondere seriamente. Ne aveva viste tante di cose e sentiti tanti di discorsi, in quel locale e fuori, e la sua filosofia era: basta che paghino il conto. E poi all'uomo seduto il ragazzo disse: ìCiò che tu dici di volere, non puoi averlo che per te stesso e per la realtà che porti dentro di te. Se è questo che vuoi, sappi che ce l'hai già, come l'hanno tutti, e sta nella visione delle cose, per ognuno diversa. Ed è vero che è amore, ma un amore esclusivo e segreto fra te e le cose che nessun altro potrà conoscere e capire fino in fondo. E le tue creature ne saranno sempre inconsapevoli, proprio come l'oste. Ma io credo che sia altro ciò che tu veramente vuoi. Il motivo per cui non riesci ad amare questa realtà è che è qualcosa che non sei stato tu a creare. Ti ci sei trovato dentro, ed era già fatta, e tu stesso non sei frutto della tua volontà. Così non ti senti padrone di niente, neanche del tuo corpo, che non riesci a far coincidere con la tua mente. Vorresti invece vedere te stesso nelle cose, le vorresti a tua immagine e somiglianza e tali da vedere se stesse come tu le vedi. Ma questo non è proiettarsi fuori, povero uomo seduto, questa è autocontemplazione, è amore per te stesso, anzi è un disperato bisogno di amare te stesso. E sai di chi è la colpa di tutto ciò? Di quel sole che fa brillare le case qui di fronte. E' stata la luce infatti ed è la luce, con il suo contrario, l'ombra, a produrre la solidità delle cose, la visione che puoi averne, il movimento che puoi percepire. Se tu potessi chiudere questa finestra e tutte le finestre del mondo e spegnere la luceÖ tutto s! parirebbe. Solo in quel caso e ammettendo che proprio tu, tra tutti, avessi la fortuna di non sparire anche in assenza degli altri e in assenza della luce continuare ad esistere, potresti poi riaccenderla e creare la realtà che vuoi; e quella realtà vedrebbe se stessa come tu vedi leiÖ Ma credi davvero che saresti felice?" Il ragazzo disse tutto questo con affetto, ma non con pena, con comprensione piuttosto e con una serenità inumana; parlò come si sente parlare solo nei sogni e come vorremmo ci parlassero gli angeli o le madri. L'oste portò il conto, ma né l'uno né l'altro se ne accorse. Ma l'oste non aveva alcuna fretta. Non per una cosa astratta come il sentirsi padrone del proprio tempo, ma perché non era abituato a distinguere se stesso dal suo tempo e non sentiva il bisogno di fuggire da nulla; né tantomeno di rientrare in qualcosa. L'uomo guardò fuori dalla finestra: vide le case brillare e sentì i bambini che giocavano sotto i portici come prima. L'uomo stava ancora seduto sulla panca, nel localeÖ eppure sentiva in sé qualcosa di diverso. Fissando ora gli occhi semivuoti del ragazzo, l'uomo si rese improvvisamente conto di non capire tutto e di non essere che una semplice creatura; considerò allora curioso, ma possibile, un suo errore nella comprensione del mondo. L'uomo si sentì di nuovo uomo e perciò di nuovo capace di sognare.
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